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Articoli marcati con tag ‘appare’

Sperduto nel deserto del Mexico. Stupore e gusto atmosferico, meticolosità e mappature della luce. Un artista messicano cutting edge. Che guarda anche al sociale…

domenica, 5 luglio 2009
listen it it Sperduto nel deserto del Mexico. Stupore e gusto atmosferico, meticolosità e mappature della luce. Un artista messicano cutting edge. Che guarda anche al sociale...

fino all’11.VII.2009
Inaki Bonillas
Torino, Sonia Rosso

Sperduto nel deserto del Mexico. Stupore e gusto atmosferico, meticolosità e mappature della luce. Un artista messicano cutting edge. Che guarda anche al sociale…


f87d4469e7ecee476f0c29183afbd1d3 Sperduto nel deserto del Mexico. Stupore e gusto atmosferico, meticolosità e mappature della luce. Un artista messicano cutting edge. Che guarda anche al sociale...

pubblicato martedì 23 giugno 2009

A prima vista, il lavoro esposto alla Galleria Sonia Rosso è una semplice esposizione di serie fotografiche, vasti panorami desertici presi al tramonto, nella luce soffusa tra il blu e il rosso del vespro. Non si tratta però di quadri romantici o di raffigurazioni kitsch; traspare nella vastità di queste foto un senso di trapasso, di attesa, un qualcosa d’indefinito.
I lavori di Inaki Bonillas (Città del Messico, 1981) si muovono infatti su una linea sottile, fatta di piccoli spostamenti quasi impercettibili, come nei nove fogli di White lighting (2002) esposti nella collezione Jumex di Città del Messico, in cui l’artista cercava di mappare con la sua macchina fotografica le diverse varietà di tono assunte da un muro bianco esposto a luci neutre di diverse intensità.
Il lavoro in questione, Ya no, todavia no (2009), vuole invece raffigurare il momento di passaggio tra il giorno e la notte, l’istante in cui il buio non è ancora giunto, ma in cui il Sole è già tramontato. È quasi come se dovessimo dimenticarci delle parole che esprimono e codificano questo momento del giorno, il crepuscolo, per retrocedere a uno stato di stupore iniziale, di spavento e timore verso l’indefinito.
L’operazione di Bonillas non è però solamente un lavoro di gusto atmosferico; dopo la mostra a Barcellona, presso la galleria Projecte SD nel 2008, sul periodo trascorso dal nonno in un ranch del Wyoming, non è possibile non ammantare questo progetto anche di un amaro sapore sociale. Il paesaggio lunare accompagna l’osservatore verso una frontiera lontana, di là da venire, lasciando un senso d’insicurezza, come l’essere sperduti alla ricerca disperata di un confine da varcare, in balia delle intemperie.
86759d963e0634907fc8645fa828a982 Sperduto nel deserto del Mexico. Stupore e gusto atmosferico, meticolosità e mappature della luce. Un artista messicano cutting edge. Che guarda anche al sociale...
Con la sua estetica quasi archivistica, Bonillas risulta fortemente legato alla scena internazionale, riproponendo quel gusto per il meticoloso e per le atmosfere notturne e sognanti che è stato importato di recente in Italia dalle grandi esposizioni di Birnbaum.
Bisogna riconoscere che il successo di Bonillas va tributato soprattutto all’interesse e all’attenzione che ha riscontrato presso illustri curatori internazionali, Obrist in testa, con cui ha lavorato proprio sul territorio della sua città, in uno dei luoghi simbolo del modernismo sudamericano, la casa Barragan. In quell’occasione, l’artista ha presentato una riflessione sui resti del vivace modernismo locale, quel movimento che ha posto le prime basi per la creazione della grande Città del Messico contemporanea, indiscutibilmente uno dei poli principali per le riflessioni sull’arte contemporanea.
1f8d75e76867acd3d222827987928d5d Sperduto nel deserto del Mexico. Stupore e gusto atmosferico, meticolosità e mappature della luce. Un artista messicano cutting edge. Che guarda anche al sociale...
Inaki Bonillas è infatti solo la punta di un sistema ampio e complesso che, negli ultimi anni, ha portato la città sull’altipiano a divenire centro di attrazione per artisti di tutto il mondo, e in cui gallerie, collezionisti e urbanisti fanno a gara con New York e San Paolo.

alberto osenga
mostra visitata il 10 giugno 2009

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Bonillas a MiArt 2007


dal 19 maggio all’undici luglio 2009
Inaki Bonillas – Ya no, todavia no
Galleria Sonia Rosso
Via Giulia di Barolo 11/h (Borgo Vanchiglia) – 10124 Torino
Orario: da martedì a sabato ore 14-19.30 o su appuntamento
Ingresso libero
Info: tel./fax +39 0118172478; info@soniarosso.com; www.soniarosso.com

[exibart]

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Paesaggi lunari e deserti sbiaditi. Atmosfere surreali e interni aulici. Il silenzio accompagna nell’osservazione di scatti raffinati ma privi di vita. L’obiettivo amplifica e sottrae strati alla realtà, in cerca di passaggi ulteriori…

domenica, 5 luglio 2009
listen it it Paesaggi lunari e deserti sbiaditi. Atmosfere surreali e interni aulici. Il silenzio accompagna nell’osservazione di scatti raffinati ma privi di vita. L’obiettivo amplifica e sottrae strati alla realtà, in cerca di passaggi ulteriori...

fino al 24.VII.2009
Silenzi
Torino, Alberto Peola

Paesaggi lunari e deserti sbiaditi. Atmosfere surreali e interni aulici. Il silenzio accompagna nell’osservazione di scatti raffinati ma privi di vita. L’obiettivo amplifica e sottrae strati alla realtà, in cerca di passaggi ulteriori…


2541fe79ad8ea99199262da1578bb61f Paesaggi lunari e deserti sbiaditi. Atmosfere surreali e interni aulici. Il silenzio accompagna nell’osservazione di scatti raffinati ma privi di vita. L’obiettivo amplifica e sottrae strati alla realtà, in cerca di passaggi ulteriori...

pubblicato mercoledì 1 luglio 2009

“Nella vita, come nell’arte, è difficile dire qualche cosa che sia altrettanto efficace del silenzio”: lo scrisse Ludwig Wittgenstein, filosofo tra i più logici e geniali del nostro tempo; e disse anche che il bene, in senso assoluto, è al di sopra della contingenza.
Da Alberto Peola, una collettiva di fotografia si pone al di sopra dei fenomeni temporali. Una visione estatica dell’universo, un invito alla contemplazione, uno scatto che blocca orizzonti distanti, ma accomunati dalla ricerca di un unico infinito, lontano da visioni terrene.
Una ricerca estetica che non vuole e non deve limitarsi a esser tale. Il bello che non si limita a essere gratificazione dell’intelletto e dell’immaginazione. Che pretende di ascendere al rango del sublime. Caratterizzata dallo sguardo attento di sette artisti impegnati a definire quel quid che unisce grandezza e intensità, distante, vagamente angosciante forse perché irraggiungibile. Non per nulla il sublime pone a livelli superiori ciò che non possiamo possedere diversamente.
Immagini ottenute con un’elaborazione che non è mai solo frutto del rapimento di un istante. Una frazione di secondo a cui si associano fattori di varia natura: contrasti tonali, inquadrature che s’imbevono della magia necessaria a estrarre dal reale piani e linee essenziali. Quelli idonei a conferire l’aura di accesso a un’idea di purezza, di ordine che diventa rigore.
68ef191f09788376fb48336ddd28f26a Paesaggi lunari e deserti sbiaditi. Atmosfere surreali e interni aulici. Il silenzio accompagna nell’osservazione di scatti raffinati ma privi di vita. L’obiettivo amplifica e sottrae strati alla realtà, in cerca di passaggi ulteriori...
Tutti gli artisti coinvolti, alcuni dei quali ampiamente consacrati dal sistema artistico internazionale, presentano immagini di paesaggi fermi, senza ombra di vita.
Olafur Eliasson, il mago della luce, riesce a moltiplicarne gli effetti anche senza sovrastrutture tecnologiche. Riveste d’argento le sinuose colline della terra di ghiaccio, l’Islanda, sotto un cielo vuoto e dominante, che sfuma le linee all’orizzonte in un’atmosfera surreale.
Anche Paola De Pietri si concentra sull’infinito: a questo scopo abbassa l’orizzonte e filtra il paesaggio fino a renderlo inessenziale, come se l’immagine fosse stata elaborata con acidi capaci di togliere consistenza alla materia e renderla senza dimensione, senza spessore, superficie piatta in cui anche il colore appare dissolto, sbiadito.
Candida Höfer presenta il suo tema ricorrente, l’interno di due edifici pubblici, esaminati nelle linee di forza della loro composizione architettonica, e sottraendo allo sfalsamento dei piani le tonalità che caratterizzano la profondità, per privilegiare le masse luminose e aggettanti. Un’esaltazione del rigore formale nella sua solennità, una firma aulica della simmetria.
794b999725bc4356b2f892af53792f92 Paesaggi lunari e deserti sbiaditi. Atmosfere surreali e interni aulici. Il silenzio accompagna nell’osservazione di scatti raffinati ma privi di vita. L’obiettivo amplifica e sottrae strati alla realtà, in cerca di passaggi ulteriori...
La scelta dello sfondo scuro esalta infine l’unicità del soggetto di Sophy Rickett, seriale nella sua specificità. Molto meno poetico dei suoi lavori precedenti nella pretesa di un’analisi scientifica, lontana da ogni esperienza sensoriale.

barbara reale
mostra visitata il 15 maggio 2009


dal 15 maggio al 24 luglio 2009
Silenzi
Alberto Peola Arte Contemporanea
Via della Rocca, 29 (Borgo Nuovo) – 10123 Torino
Orario: da martedì a sabato ore 15.30-19.30; mattino su appuntamento
Ingresso libero
Info: tel. +39 0118124460; fax +39 01119791942; info@albertopeola.com; www.albertopeola.com

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Aggirarsi in un cimitero di carcasse metalliche. Riflessi rugginosi e cromie slavate. Superfici materiche che raccontano di uno stato d’abbandono. Fotografie d’imponente formato, che guidano la visione alla ricerca del dettaglio…

domenica, 5 luglio 2009
listen it it Aggirarsi in un cimitero di carcasse metalliche. Riflessi rugginosi e cromie slavate. Superfici materiche che raccontano di uno stato d’abbandono. Fotografie d’imponente formato, che guidano la visione alla ricerca del dettaglio...

fino al 15.VII.2009
Thomas Florschuetz
Bologna, Galleria Astuni

Aggirarsi in un cimitero di carcasse metalliche. Riflessi rugginosi e cromie slavate. Superfici materiche che raccontano di uno stato d’abbandono. Fotografie d’imponente formato, che guidano la visione alla ricerca del dettaglio…


59742b95fb3fe4073c1044086c826080 Aggirarsi in un cimitero di carcasse metalliche. Riflessi rugginosi e cromie slavate. Superfici materiche che raccontano di uno stato d’abbandono. Fotografie d’imponente formato, che guidano la visione alla ricerca del dettaglio...

pubblicato giovedì 18 giugno 2009

Travolti da un insolito destino nell’afosa estate bolognese? Forse sì, visto che, visitando lo spazio che Astuni ha inaugurato nel capoluogo emiliano proprio in occasione di ArteFiera, sembra di esser trasportati altrove.
La nuova galleria, insediatasi in un vecchio stabile nei pressi della stazione, è completamente diversa dal restante panorama cittadino. Un ambiente che, correndo il rischio di apparire ovvi, potrebbe traquillamente trovarsi in quella Berlino che ultimamente tanto piace al sistema artistico nostrano. Siamo ben lungi dalla polemica; piuttosto, constatiamo con piacere l’esistenza di possibilità alternative alla vetrina in centro.
Detto questo, la grande sala espositiva ben si apparenta con i formati e i soggetti scelti da Thomas Florschuetz (Zwickau, 1957; vive a Berlino). Infatti, la sensazione, di primo acchito è quella di trovarsi in un piccolo hangar, completamente circondato da aeroplani militari abbandonati. Nella serie Jets, leggiamo, l’artista “esplora con la lente della sua macchina fotografica le qualità tattili e morfologiche della superficie di velivoli dimessi”. E ancora: 3f5936b09143282578b58d0f437fcb2f Aggirarsi in un cimitero di carcasse metalliche. Riflessi rugginosi e cromie slavate. Superfici materiche che raccontano di uno stato d’abbandono. Fotografie d’imponente formato, che guidano la visione alla ricerca del dettaglio...“Come un miraggio nel deserto dell’Arizona, migliaia di aerei da uso civile e militare, satelliti e missili a testata appaiono allineati vicino a Tucson in file ordinate raccolte in immensi raggruppamenti, che formano uno dei più importanti epicentri dell’aviazione mondiale”.
Florschuetz elimina, attraverso inquadrature strette, la dimensione contestuale, focalizzando l’obiettivo sul dettaglio. La qualità granulare delle saldature arrugginite, i cretti della vernice arsa dal sole, gli aloni e i depositi anneriti negli intertizi delle lamiere sono i veri protagonisti delle immagini. Per taglio e scelta del soggetto, e per questa ricercata evidenza materica, la serie potrebbe avvicinarsi a quella che una volta veniva definita “fotografia informale”. L’ingrandimento e la selezione del particolare contribuiscono a far perdere lo sguardo d’insieme, tanto che di alcuni scatti si fatica a riconoscere il soggetto.
C’è un tentativo di environment nell’allestimento delle grandi fotografie finemente incorniciate; la disposizione dei pezzi tende verso quella che si potrebbe definire installazione fotografica. I riquadri costruiscono, sulle alte pareti dello spazio espositivo, finestre dalle quali è possibile intravedere l’esterno. Le macchine e i velivoli riposano là fuori, in un cupo silenzio.
L’occhio dell’artista si è posato su dettagli che svelano quanto il trascorrere del tempo possa incidere sui materiali della produzione industriale. L’indugiare sulla qualità tecnica del risultato, però, può far perdere di vista l’obiettivo.

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claudio musso
mostra visitata il 30 maggio 2009


dall’otto maggio al 15 luglio 2009
Thomas Florschuetz – Jets
a cura di Alessandra Pace
Galleria Astuni
Via Barozzi, 3 (zona Mambo) – 40126 Bologna
Orario: da martedì a sabato ore 10-13 e 15-19; domenica e lunedì su appuntamento
Ingresso libero
Info: tel. +39 0514211132; fax +39 0514211242; info@galleriaastuni.it; www.galleriaastuni.com

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Sony Alpha 700: la recensione di Clickblog

giovedì, 25 giugno 2009
listen it it Sony Alpha 700: la recensione di Clickblog

pubblicato da Chiara Galli in: Fotocamere Obiettivi Sony Zeiss

bf46185001dedb1df5a4f09ceb2bde8c Sony Alpha 700: la recensione di Clickblog

Eccoci al nostro secondo appuntamento con le recensioni di Clickblog. Come prima fotocamera abbiamo testato la Sony Alpha 350x, oggi invece è il turno della Sony Alpha 700 ammiraglia delle prosumer Sony.

In prova mi è stata data una Sony Alpha 700 in coppia con un fantastico obiettivo Zeiss Planar 85mm ƒ1,4 ZA. Più avanti parlerò delle prestazioni straordinarie di questa lente, ma non posso negare che per fare una prova a trecentosessanta gradi sarebbe stato meglio avere a disposizione una lente da kit, sicuramente di qualità inferiore, ma certamente più versatile sotto molti aspetti.

La fotocamera appare subito solida e ben costruita e in mano da una piacevole di sensazione di robustezza. Nonostante questo è piuttosto leggera e non affatica il collo e le spalle. Diventa un po’ pesantina e sbilanciata con i 700 grammi dell’85mm Zeiss, ma com’è intuibile una lente del genere non è da tutti i giorni.

f357d007e024757fc939451c2b228d87 Sony Alpha 700: la recensione di Clickblog 1740afea0e680837f16aae627557551d Sony Alpha 700: la recensione di Clickblog 6d945c707d9b1ef975ed4a4b30632018 Sony Alpha 700: la recensione di Clickblog c6aed6cfad17a55ab0e1bb6e460cea22 Sony Alpha 700: la recensione di Clickblog

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City of Ambition di Ferit Kuyas

venerdì, 12 giugno 2009
listen it it City of Ambition di Ferit Kuyas

pubblicato da Cut-tv in: Società Photobucket

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Volgendo lo sguardo ad Oriente e alle enormi trasformazioni che stanno stravolgendo città, panorami e cultura, mi sembra interessante tornare a parlare del fotografo turco Ferit Kuyas, che recandosi a Chongqing per conoscere ed amare la famiglia di sua moglie, ha finito per realizzare un notevole progetto fotografico su questa grande città della regione sud-occidentale cinese del Sichuan.

Con City of Ambition, tra ottobre 2005 e gennaio 2008, Kuyas ha osservato e fotografato soprattutto i dintorni della città, dove questa appare all’orizzonte, tra gru e grandi siti in costruzione e si possono percepire le future arterie e i confini labili della metropoli, come emergessero dalla bruma della civiltà.

City of Ambition, grazie anche alla sensibilità di Kuyas debitrice della sua formazione d’architetto, ha il pregio di mettere in evidenza i confini che continuano a spostarsi, i luoghi che non cessano di cambiare e oramai caratterizzano tutta la Cina contemporanea, non solo questa città che è meno conosciuta di altre in occidente, anche se è stata Capitale della Cina durante la Seconda Guerra Mondiale ed è ormai popolata da circa 32 milioni di persone.

City of Ambition di Ferit Kuyas
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Indian Stills di Carlo Bevilacqua

domenica, 7 giugno 2009
listen it it Indian Stills di Carlo Bevilacqua

pubblicato da Cut-tv in: Mostre e gallerie Società Photobucket

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In occasione del FotoGrafia, Festival Internazionale di Roma 2009 e delle sue declinazioni della gioia, il Punto Touring Club di Roma di Viale Giulio Cesare 100, fino al 2 Agosto ospita il reportage Indian Stills di Carlo Bevilacqua, già presentato alla Biennale di Fotografia di Brescia dello scorso anno e premiato con l’HF Distribuzione al SI Fest 2008, in mostra anche al Boutographies Rencontres Photographiques de Montpellier, dal 6 al 21 Giugno 2009.

La mostra consente di ammirare da vicino questo reportage fuori dal tempo, ma dentro una tradizione che sfugge a condizionamenti temporali e stereotipi innescati dalla società del consumo. La gioia dei volti e delle atmosfere di Indian Stills sembra più vicina al nostro concetto di serenità. È la gioia di un paese povero di risorse ma ricco di tradizione, vita spirituale e forza interiore, la serenità che emerge da tratti, segni ed espressioni di chi sembra capace di fare tesoro di molto meno rispetto a quello che crediamo necessario.

I fotogrammi indiani realizzati su pellicola polaroid BN di Bevilacqua, mostrano un mondo fatto di silenzi preziosi e solennità quotidiane, di sguardi consapevoli e gesti necessari, un mondo che la dimensione fotografica del bianco e nero ha restituito a quella che sembra essere la sua reale ‘dimensione’, figlia della storia più che della cronaca, dell’essenza più che dell’apparenza.

Indian Still
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Sony annuncia tre Alpha reflex…www.reflex.it

domenica, 31 maggio 2009
listen it it Sony annuncia tre Alpha reflex...www.reflex.it

476689a2ab7c8d48eb0d9a0bc480db79 Sony annuncia tre Alpha reflex...www.reflex.it 18.05.2009 – Piccola rivoluzione in casa SONY: il fabbricante giapponese ha annunciato, in un colpo solo, tre nuove reflex digitali Alpha di fascia economica, la a230, la a330 e la a380 che sostituiscono le precedenti a200, a300 ed a350. Le tre fotocamere al loro interno adottano gran parte delle soluzioni degli apparecchi dai quali derivano mentre, all’esterno vi sono invece delle novità, in particolare le dimensioni, decisamente più contenute, il design con finiture diverse per differenziare i tre modelli e nuovi menu di gestione semplificati e ricchi di grafici, più adatti ad una utenza che utilizza le compatte e quindi poco abituata alle reflex. Il modello a230, l’apparecchio base della nuova gamma di reflex Alpha, offre un sensore CCD da dieci megapixel ed il sistema di stabilizzazione incorporato. caf83485a4069ee81d91b19f2462d1c2 Sony annuncia tre Alpha reflex...www.reflex.itSony afferma che si tratta della più leggera reflex digitale con sistema di stabilizzazione attualmente in commercio. Il modello intermedio si chiama a330 ed offre sempre il sensore da dieci megapixel ma è dotata anche di Live View e di display posteriore da 2,7 pollici orientabile. Il terzo apparecchio della serie, il modello a380, deriva come caratteristiche dalla attuale a350 ed offre quindi un sensore CCD da 14,2 megapixel, la funzione Live View ed il display orientabile oltre ovviamente lo stabilizzatore d’immagine, come negli altri modelli della serie. Comune a tutti e tre gli apparecchi è il processore d’immagine Bionz ed anche i supporti di memoria che possono essere formato Memory Stick oppure SD. Numerose le caratteristiche secondarie tra cui l’autoscatto che consente di effettuare raffiche di tre o cinque fotogrammi in modo da fornire almeno una immagine corretta nella fotografia di gruppi di persone.

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AL RIENTRO DAL TIBET LA MOSTRA FOTOGRAFICA “IMAGINE” CON ASTA DI BENEFICENZA

venerdì, 29 maggio 2009
listen it it AL RIENTRO DAL TIBET  LA MOSTRA FOTOGRAFICA IMAGINE CON ASTA DI BENEFICENZA

1126dd88e6cc10cbbecfd52eddd27b11 AL RIENTRO DAL TIBET  LA MOSTRA FOTOGRAFICA IMAGINE CON ASTA DI BENEFICENZALa viaggiatrice in solitaria e fotografa Raffaella Milandri, di San Benedetto del Tronto, partecipa al Festival della Pace con la mostra “Imagine”, che si tiene dal 29 maggio al 7 giugno presso l’Hotel Calabresi in Piazza Giorgini a San Benedetto del Tronto, ingresso libero.
La mostra ci trasporta ai confini tra Nepal e Tibet, tra fratelli tibetani in esilio e soldati che pattugliano i confini.
La quotidianità appare sconvolta ma non rassegnata, in una tensione carica di dignità , aspettando che il mondo reagisca in maniera determinante.
Il 2 giugno alle ore 19.00 si terrà una asta di beneficenza delle foto , con battitore d’eccezione l’Assessore Paolo Canducci.
Il ricavato dell’asta andrà interamente devoluto dal Comune di San Benedetto del Tronto al SOCIAL WELFARE CENTRE BRIDDHASHRAM, che si trova a Pashupati, in Nepal.
E’ un centro che accoglie 245 anziani nepalesi, senza famiglia, o abbandonati. Il centro vive con aiuti e donazioni e parziale sostegno statale . Associazioni di volontariato internazionali mandano ragazzi e ragazze ad accudire gli anziani. Le condizioni di questi anziani , documentate da Raffaella Milandri, sono quanto mai precarie e miserevoli. Il centro si trova in un complesso di templi Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco: all’interno di esso gli anziani possono pregare, ma il sostegno della religione va rafforzato con aiuti umanitari sostanziosi.
Ad esempio, non hanno una cucina ma solo fuoco di legna e pentoloni. “Mi hanno profondamente toccato il cuore con i loro sorrisi disarmanti e il loro bisogno di contatto umano, oltrechè di beni di prima necessità . Grazie al Comune di San Benedetto, e ai partecipanti all’asta, conto di infondere in loro nuovi sorrisi e conforto.”

IL RIENTRO DAL TIBET
“Ogni volta che parto, metto in cantiere la possibilità di perdere tutto: bagaglio e salute. I rischi sono sempre molti. Ma il furto del mio portafoglio (con soldi, carta di credito e bancomat) a Lhasa mi ha colto alla sprovvista. Non tutto il male viene per nuocere : ho scoperto tutto il calore della generosità tibetana, e l’immediatezza della generosità degli italiani su Facebook (che seguivano il mio diario dal Tibet in diretta) . La mia guida tibetana mi ha restituito la mancia che gli avevo dato, i gestori tibetani dell’albergo mi hanno offerto vitto e alloggio gratis. Decine di persone su Facebook si sono mobilitate pronte a spedirmi soldi , bonifici, aiuti. Una bella esperienza, grazie ancora a tutti, dal profondo del mio cuore”
“Nel frattempo quando sono tornata in Nepal da Lhasa, era caduto il governo nepalese e mi sono trovata tra manifestazioni, scioperi, blocchi dei maoisti. In bocca al lupo ai nepalesi per risolvere i loro problemi davvero gravosi.”

992896843781bc200d4d4a68ccb73e41 AL RIENTRO DAL TIBET  LA MOSTRA FOTOGRAFICA IMAGINE CON ASTA DI BENEFICENZAL’AUTRICE
Raffaella Milandri, viaggiatrice in solitaria e fotografa di San Benedetto del Tronto, indaga tra popoli e culture con estrema curiosità , ritraendo momenti carichi di intenso significato emozionale. «Viaggiare in solitaria crea il necessario distacco dal mio quotidiano che mi permette un temporaneo ma completo abbandono al modo di vivere dei popoli che sto visitando: mi permette di essere immersa incontaminata nella loro cultura e respirarne l’essenza. Io mi assimilo alle genti che studio per catturarne l’immagine autentica, perchè mi vedano come una di loro – non come un forestiero – adatto sempre i miei abiti e i miei gesti alla cultura locale.» “La mia è street photography, pura fotografia di strada.
Nessuna posa, né situazione creata o artificiale: ritraggo le persone e le situazioni così come sono, magari appostandomi per ore fino a far parte del paesaggio locale. Quando viaggio ho talvolta dei colpi di fulmine : alcune persone che incontro mi diventano personaggi. E’ un innamoramento vero e proprio, il sorriso, lo sguardo, il modo di fare. Mi apposto e cerco di avvicinarmi con discrezione per poter fare una foto e sapere la loro storia. L’autrice collabora con la Fototeca Storica Nazionale Gilardi (MI) ed ha all’attivo fotoreportage in Giappone, Australia, India, Nepal, Usa, Canada, Egitto e in vari paesi europei. In preparazione un libro sui suoi viaggi.

Per comunicazioni e contatti 335 6126630
email info@europrinters.it

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NUOVO VIAGGIO IN SOLITARIA DI RAFFAELLA MILANDRI: DA NEPAL E TIBET COLLEGAMENTI SU FACEBOOK E MOSTRA FOTOGRAFICA “IMAGINE” PER IL FESTIVAL DELLA PACE

domenica, 26 aprile 2009
listen it it NUOVO VIAGGIO IN SOLITARIA DI RAFFAELLA MILANDRI: DA NEPAL E TIBET COLLEGAMENTI  SU FACEBOOK E MOSTRA FOTOGRAFICA IMAGINE PER IL FESTIVAL DELLA PACE
La viaggiatrice in solitaria e fotografa Raffaella Milandri,

di San Benedetto del Tronto, che sta preparando la mostra fotografica 

"Imagine" per fine maggio 2009, parte martedì 28 aprile per un viaggio tra
Nepal e Tibet.

 (continua...)
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Le atmosfere seventy di Neil Krug

sabato, 7 marzo 2009
listen it it Le atmosfere seventy di Neil Krug

500f53aa68e57bf2feae1d25ef8f4b33 Le atmosfere seventy di Neil Krug

Calda e nostalgica, luminosissima e rarefatta, ’seventy’, come certi ricordi d’infanzia e delle vacanze estive, appare l’atmosfera di tutte le foto dell’album flickr del fotografo e filmaker Neil Krug. La stessa che pervade il suo film di recente uscita Invisible Pyramid. Comunque questa è la sua pagina personale su YouTube. Un’atmosfera da godere in queste giornate uggiose.

Neil Krug Gallery
fc399f0e699552fac26887b7c262ebd7 Le atmosfere seventy di Neil Krug 32ae02f68c6b653d8481c9a0e8b324ab Le atmosfere seventy di Neil Krug 70400915d85892e78cce503a735f5c32 Le atmosfere seventy di Neil Krug

 Le atmosfere seventy di Neil Krug

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 Le atmosfere seventy di Neil Krug

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12.02.09 – Padova Aprile Fotografia 2009

venerdì, 13 febbraio 2009
listen it it 12.02.09   Padova Aprile Fotografia 2009

È giunta alla quinta edizione la rassegna internazionale Padova Aprile Fotografia che quest’anno ha come titolo Forme dell’Identità, e che risulta centrata su di una serie di mostre che scandagliano, appunto, un’idea d’identità e le diverse relazioni che questa assume con il mondo e la realtà.

La manifestazione, organizzata dall’Assessorato alle Politiche Culturali e Spettacolo – Centro Nazionale di Fotografia del Comune di Padova, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, e curata da Enrico Gusella e Alessandra De Lucia, comprende un percorso di tre esposizioni: una collettiva dal titolo “10 Fotografi d’oro” e due personali, di cui una dedicata a Douglas Kirkland e l’altra all’opera del fotografo Peter Feldstein e dello scrittore Stephen G. Bloom intitolata “The Oxford Project”.

La kermesse padovana si apre nel Museo Civico di Piazza del Santo venerdì 3 aprile con la mostra Douglas Kirkland. Portraits (inaugurazione ore 17,00). Curata da Elena Ceratti per l’agenzia Grazia Neri e Enrico Gusella, l’esposizione presenta una galleria di ritratti di singolare qualità ed efficacia che sottolineano la capacità dell’autore di scavare in profondità nell’identità del soggetto. Infatti, una sessantina di opere  a colori e in bianco e nero ripropongono lo straordinario percorso dell’artista costituito da rapporti, amicizie e complicità all’interno dei set cinematografici, dello show biz ma anche della realtà quotidiana con cui entra in contatto. Al celebre fotografo, che si tratti di una grande stella di Hollywood o di un passante per strada, non fa alcuna differenza, in quanto egli è teso a scandagliare volti e fisionomie dei soggetti per fissare un sentimento o un’emozione, cercando la componente umana o la spontaneità. “I ritratti di Douglas Kirkland vanno al di là dell’apparenza fisica dei suoi soggetti; egli cattura la vera essenza del loro essere con una disarmante onestà e sensualità.”
Kirkland ha iniziato la sua carriera tra gli anni ’60 e ’70, ha collaborato con importanti riviste americane, ma noti sono soprattutto i suoi ritratti di celebrità e star dello spettacolo, tra cui Marilyn Monroe, Elizabeth Taylor, Sean Connery, Robert De Niro, e di uomini della scienza, come Stephen Hawking. “Complice” e singolare autore che ha vissuto accanto ai personaggi – attori, registi, produttori, direttori della fotografia – più importanti dell’industria cinematografica di Hollywood e Cinecittà, passati alla storia e diventati oramai leggende.

The Oxford Project è un lavoro ideato dal fotografo Peter Feldstein e dallo scrittore Stephen G. Bloom. La mostra, curata da Amy Worthen e Enrico Gusella, che si inaugura venerdì 3 aprile (ore 17,45) nella Galleria Sottopasso della Stua, presenta una ventina di opere tese a descrivere una sorta di racconto americano fatto di immagini. I primi scatti di questo progetto risalgono al 1984: sono ritratti di ogni singolo residente (676 gli abitanti della piccola comunità) della città di Oxford realizzati in uno studio improvvisato lungo la strada principale del paese. Nel 2004, a distanza di vent’anni, Feldstein fotografa nuovamente le stesse persone incontrate nel 1984: i bambini sono diventati adulti, magari padri o madri di famiglia, e gli adulti di allora sono oramai vecchi. Qualcosa però accomuna gli scatti recenti con quelli storici: non si tratta di elementi tangibili, quanto del senso di appartenenza che mette in relazione tutti. questi individui, ciò che li lega alla loro città e che fa di questo lavoro una sorta di descrizione dell’archetipo di comunità americana. The Oxford Project rivela un’analisi quasi antropologica sul concetto di identità.

Conclude il percorso della rassegna 10 Fotografi d’oro, curata da Enrico Gusella e Italo Zannier (inaugurazione alle ore 18,30) alla Galleria Civica Cavour e, a seguire (alle ore 19,15) al Museo Diocesano. Si tratta di un’originale collettiva con fotografie di Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Luca Campigotto, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Mario De Biasi, Franco Fontana, Paolo Gioli, Guido Guidi, Mimmo Jodice, Fulvio Roiter, Marco Zanta. Oltre un centinaio di opere che costituiscono la prima di una serie di mostre dedicate ai più grandi fotografi italiani, il cui obiettivo è una ricognizione organica sulla fotografia italiana contemporanea. I fotografi coinvolti indagano, ognuno a proprio modo, il concetto di identità. Così Gabriele Basilico presenta un lavoro intitolato Milano. Ritratti di fabbriche: una sequenza di immagini della periferia milanese, risultato di una lunga indagine fotografica compiuta tra il 1978 e il 1980. Gianni Berengo Gardin, da sempre attratto dalla semplicità dei luoghi e dei contesti di fusione culturale, propone alcuni significativi scatti relativi alla realtà delle comunità di nomadi e zingari che popolano le città italiane. I sei grandi lavori di Luca Campigotto sono dedicati ai notturni de Il Cairo: fotografie in bianco e nero che aprono la visione a minareti, piramidi e architetture egiziane. Le immagini di Giovanni Chiaramonte riguardano invece l’itinerario, attraverso il territorio lombardo, del fiume Olona, inteso come metafora della propria vita. Mario Cresci presenta i due tipi di ricerca che hanno segnato il suo percorso artistico: i lavori sulle avanguardie storiche e in particolare sul design, e l’indagine sugli aspetti etnografici e antropologici delle regioni del Mezzogiorno d’Italia. De Biasi presenterà una selezione di fotografie tratta dal reportage storico dedicato a Budapest del 1956. Le fotografie di Franco Fontana esprimono chiaramente la ricerca storica dell’artista sul colore, realizzata mediante un costante interesse per il paesaggio urbano, in particolar modo americano, e la composizione astratta. Mimmo Jodice presenta dieci scatti in bianco e nero che rivelano uno studio profondo e appassionato sulle impronte del passato, sul presente e sulle radici lontane della cultura mediterranea. Infine Marco Zanta con i suoi scatti percorre gli ambienti industriali, luoghi fatiscenti che diventano manifestazione nel silenzio dell’inoperosità.

Padova Aprile Fotografia 2009 si dimostra essere così una vetrina di singolare attualità del panorama fotografico contemporaneo, un quadro del tempo e delle complessità, tra cui, appunto, l’identità.

Forme dell’Identità
5ª edizione
4 aprile – 20 giugno 2009

Inaugurazione venerdì 3 aprile, dalle ore 17,00

Fonte Google News

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La mistica del deserto e Transfigurations di Michael Nils Lundgren

sabato, 10 gennaio 2009
listen it it La mistica del deserto e Transfigurations di Michael Nils Lundgren

cd5615b7b6de4b9ca5adecc2489e31f2 La mistica del deserto e Transfigurations di Michael Nils Lundgren

Tutto muta sotto i nostri occhi, anche quando non ci accorgiamo del cambiamento. Nel paesaggio apparentemente immobile del deserto niente rimane lo stesso e dopo una relazione a lungo termine con questo luogo quasi mistico, Michael Nils Lundgren gli ha reso omaggio con una serie di scatti dove il bianco e nero e la gelatina d’argento, riescono a donare tonalità intense al crepuscolo, al buio che consente di vedere l’impossibile.

Transfigurations, sintetizzato in un libro fotografico edito a dicembre da Radius Books, è una gallery di questo paesaggio, che non ha bisogno di allucinazioni per fare le sue piccole magie quotidiane. Per gli appassionati senza grossi problemi economici, è disponibile anche un’edizione limitata corredata di una stampa con gelatina d’argento di una qualsiasi delle immagini del libro, a scelta.

Via | Exposurecompensation.com

 La mistica del deserto e Transfigurations di Michael Nils Lundgren

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 La mistica del deserto e Transfigurations di Michael Nils Lundgren

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Pentax K20D, la reflex digitale “alternativa” – www.fotoup.net

venerdì, 28 novembre 2008
listen it it Pentax K20D, la reflex digitale alternativa    www.fotoup.net

Pentax ha avuto un ruolo di primo piano nella fotografia analogica – da Pentax sono arrivati, tanto per citare due nomi, l’attacco a baionetta K (il primo “universale” di massa) e la reflex ME Super su cui si sono formati decine di migliaia di fotoamatori italiani – ma dopo l’avvento della fotografia digitale le cose sono andate diversamente, per colpa di qualche modello non proprio azzeccato e di qualche vicissitudine societaria. C’è voluta la presentazione della K10D, un paio d’anni fa, per riportare Pentax tra i produttori di reflex convincenti di fascia medio-alta, pur dovendo ammettere che oggi Pentax è una scelta in qualche modo alternativa rispetto a Canon, Nikon e anche Sony.
La K20D oggetto della nostra prova è l’erede diretta di quella fotocamera: in sintesi ne mantiene l’impostazione di fondo, aggiornandola all’evoluzione tecnologica del settore (soprattutto con un sensore da 14,6 Megapixel), con le sue qualità e anche i suoi difetti.
Ma procediamo con ordine, ricordando che come al solito la nostra prova è più che altro una descrizione di come ci si trova con la fotocamera, non un test numerico-prestazionale.

Corpo e comandi principali

Il corpo macchina e l’ergonomia della K20D sono buoni. Il corpo è compatto e solido, senza pesare troppo, e soprattutto è tropicalizzato contro le infiltrazioni di acqua e polvere. Cade bene in mano, anche se chi ha le dita lunghe potrebbe trovarsele un po’ “oltre” i comandi principali. Chi ama le reflex con pochi comandi non apprezzerà la K20D: abbiamo contato ventitre tra ghiere e pulsanti, di cui ben quattordici sul dorso macchina. Non è necessariamente uno svantaggio: in questo modo quasi tutte le funzioni sono raggiungibili con un solo comando, basta imparare a districarsi tra i comandi. E di funzioni, come vedremo, la reflex Pentax ne offre davvero molte.
Segnaliamo la presenza, gradita, del display LCD monocromatico sul lato superiore della macchina. Una nota di merito va anche all’obiettivo standard in dotazione (lo zoom Pentax DA 18-55mm AL II f/3,5-5,6): è solido e ben costruito, con una ormai rara ghiera “vera” per la messa a fuoco manuale e addirittura la scala delle distanze.
La K20D ha due ghiere per impostare tempi e diaframmi: l’anteriore per i tempi e la posteriore per i diaframmi. Purtroppo la ghiera posteriore è un po’ scomoda (sarebbe stato meglio averla allineata all’anteriore) e non è immediato dover usare una ghiera quando si è in una priorità e l’altra quando si cambia modo di esposizione. Qui la K20D fa valere le sue ampie possibilità di personalizzazione: per ciascuna modalità di scatto è possibile definire cosa devono comandare le due ghiere. Per maggiore chiarezza, ogni volta che si cambia modalità di esposizione sullo schermo LCD posteriore appare una spiegazione delle funzioni dei principali tasti e ghiere.

Le funzioni
La K20D ha le modalità di esposizione classiche (automatica, programmata, manuale, priorità di tempi o diaframmi) accompagnate da due più originali: la priorità di tempi e diaframmi (si seleziona una coppia tempo/diaframma e la sensibilità del sensore varia di conseguenza) e la priorità di sensibilità (si impostano gli ISO equivalenti). La modalità programmata è personalizzabile scegliendo una tra le quatto linee di programma disponibili: normale, che privilegia i tempi rapidi, che privilegia la profondità di campo, che punta sulla resa dell’obiettivo (sceglie l’apertura ideale per la lente montata, se riconosciuta).
Ciò che colpisce davvero della K20D è la ricchezza delle funzioni a bordo: praticamente tutto è personalizzabile prima dello scatto, e in particolare la sezione del bilanciamento del bianco permette di sbizzarirsi modificando ampiamente le configurazioni predefinite o impostando manualmente il bilanciamento ideale. Lo stesso vale per i sei profili di esposizione predefiniti, di cui possiamo cambiare saturazione, tonalità, contrasto e nitidezza.
Dopo lo scatto, la K20D offre a bordo molte possibilità di elaborazione grafica creativa (conversione in bianconero o seppia, simulazione di sei filtri colorati, estrazione di un colore, filtro soft, conversione della foto in un disegno al tratto, HDR simulata, variazione della luminosità, allargamento o restringimento dell’immagine) e anche la conversione da Raw a Jpeg.
Troppo “giocoso”? Può darsi, ma crediamo che a molti fotoamatori queste funzioni facciano comodo, mentre gli altri potranno tranquillamente ignorarle.
Tra le funzioni inseriamo anche lo stabilizzatore d’immagine collegato al sensore. La diatriba tra chi preferisce questa soluzione e chi invece lo stabilizzatore ottico nell’obiettivo è irrisolvibile (ogni approccio ha i suoi pro e i suoi contro), qui ci limitiamo a dire che nel caso della K20D il sistema effettivamente garantisce i 2,5-3 stop promessi rispetto al tempo di scatto teorico (l’inverso della lunghezza focale dell’obiettivo), a parità di diaframma.
Non manca, come vogliono la moda e il marketing, il Live View. L’implementazione è buona ma non delle più utili: il display LCD posteriore non è orientabile e la messa a fuoco in Live View avviene riabbassando lo specchio per un istante.

Come va
Nelle nostre prove la K20D si è ben comportata. La valutazione esposimetrica in modalità multisegmento – le altre possibili sono media pesata al centro e spot – tende un po’ a sottoesporre, ma questo nel digitale è un approccio corretto: i dettagli in ombra si recuperano in postproduzione molto più facilmente di quelli nelle alteluci. Non è una macchina da foto sportive: l’autofocus a 11 punti è buono ma non velocissimo, la cadenza di scatto di tre fotogrammi al secondo è insufficiente.
Il sensore, sviluppato con Samsung, produce immagini Jpeg fortunatamente non troppo morbide, anche se per trarre il massimo dalla K20D ci sembra decisamente indicato scattare in formato Raw. Questo anche per controbilanciare il vero difetto del sensore, che è la generazione alle alte sensibilità di rumore piuttosto visibile: fino a 800 ISO equivalenti non ci sono problemi, consideriamo utilizzabili anche le foto scattate ai 1.600 ISO, ma i 3.200 e i 6.400 sono davvero impostazioni di emergenza. Apprezziamo comuque il fatto che Pentax abbia impostato per default come inattiva la riduzione del rumore per gli alti ISO e dia a noi il compito di scegliere se attivarla o meno, su tre livelli di intensità. In questo modo chi sa lavorare in postproduzione può usare gli scatti grezzi, gli altri accetteranno immagini meno rumorose ma anche meno dettagliate.
Il bilanciamento del bianco automatico porta, in luce artificiale, una dominante fastidiosa che va corretta in postproduzione o effettuando una calibrazione manuale durante gli scatti. E’ giusto dire che questo accade con quasi tutte le reflex digitali, salvo rare eccezioni.
Sintetizzando, la Pentax K20D è una reflex solida e affidabile, che piacerà certamente ai fotografi generalisti che amano sperimentare con la propria fotocamera e sfruttarne le possibilità di configurazione. Crediamo che solo “smanettando” un po’ tra i vari menu si riesca a trarre il massimo dalla K20D, la quale resta invece un po’ anonima se usata in modo punta-e-scatta automatico. Gioca a favore della K20D anche la possibilità di montare, con qualche limite negli automatismi, quasi tutti gli obiettivi con innesto a baionetta K e derivati (KA e KAF). I vecchi utenti Pentax apprezzeranno il fatto di poter tutelare il proprio parco ottiche.
Non consigliamo invece la K20D a chi faccia foto sportiva o a chi usi spesso alte sensibilità ISO, dato il sensore un po’ rumoroso rispetto alla media delle reflex con ambizioni semiprofessionali.

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Phase One annuncia i 60 megapixel

domenica, 24 agosto 2008
listen it it Phase One annuncia i 60 megapixel

ffd88b7bed7aee02c42438cf221ba82c Phase One annuncia i 60 megapixel 28.07.2008 – La sfida dei pixel nel cosiddetto medio formato digitale prosegue sempre più serrata. Dopo Hasselblad che ha presentato la sua H3DII-50 con sensore Kodak da 50MP e che aveva preannunciato (vedi notizia 18/7) l’arrivo di un sensore formato 645 (4,5x6cm) è la volta di PHASE ONE che ha ufficializzato l’arrivo di un CCD da 60,5 milioni di pixel realizzato dalla canadese Dalsa. Questo nuovo sensore sarà adottato nella fotocamera Phase One 645 (ovvero la Mamiya 645AFII) e offerto anche all’interno di un prossimo dorso digitale. Apparecchio e dorso potranno creare file da 180MB consentendo anche la ripresa alla velocità di un fotogramma al secondo. La sensibilità del sensore P65+ va da 50 ad 800 Iso. Ulteriori informazioni sul progetto verranno svelate a settembre alla Photokina di Colonia. Rivelato il prezzo: 29.990€ per il dorso e 31.900€ per la fotocamera.

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Panasonic guarda alle alte prestazioni

domenica, 24 agosto 2008
listen it it Panasonic guarda alle alte prestazioni

dce3345602a3fb8762d6a3c883e5e2e1 Panasonic guarda alle alte prestazioni 21.07.2008PANASONIC lancia quattro nuove fotocamere evoluzione della linea Lumix. Se con la FX150 (399 euro) dotata di sensore 14.7MP risponde immediatamente a Samsung, presentando la Lumix LX3 (549 euro) intende inserirsi nella nicchia dei modelli compatti ad alte prestazioni. A parte le classiche caratteristiche, incluso il sistema Intelligent Auto Technology (iA) che sovrintende alla gestione della riperesa (esposizione, mosso, scena, ecc.), la LX3 monta un sensore CCD da 10MP maggiorato (1/1,63 pollici) con un numero contenuto di pixel di maggiori dimensioni e quindi capaci di offrire prestazioni superiori del 30-40% rispetto al modello precedente. L’obiettivo è uno zoom Leica Summicron 24-60mm f/2,0, mentre la sensibilità raggiunge i 3200 Iso (o 6400 spinti). Si tratta di un apparecchio pensato per la fotografia a luce ambiente che consente anche riprese video HD il cui prezzo dovrebbe viaggiare attorno ai 500 euro. Tra gli accessori un mirino ottico ed un aggiuntivo grandangolare 18mm. La nuova serie è completata dal modello FZ28 (429 euro) capace di sequenze fino a 13 fotogrammi al secondo e dalla FX37 (299 euro) arricchita da nuovi modi-scena come il foro stenopeico e l’effetto grana grossa tipo pellicola.

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