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La fotografia non inizia quando premi il pulsante di scatto

La fotografia non inizia quando premi il pulsante di scatto

La fotografia non inizia quando premi il pulsante di scatto

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Quello che un workshop di danza aerea può insegnare sul modo di osservare una scena.

Ci sono fotografie che nascono in una frazione di secondo e altre che, in realtà, iniziano molto prima. Non quando il dito sfiora il pulsante di scatto, ma nel momento in cui il fotografo cambia il proprio modo di guardare ciò che ha davanti.

Me ne sono reso conto tornando a casa dopo un workshop di danza aerea organizzato da Materiaviva. Per diverse ore ho osservato performer alternarsi al palo, ai tessuti e agli altri attrezzi, cercando di raccontare con la macchina fotografica ciò che stava accadendo. Come spesso succede in queste occasioni, all’inizio l’attenzione era rivolta soprattutto all’azione: gli esercizi, le figure, la tecnica, la forza fisica, l’equilibrio. Era naturale lasciarsi affascinare da ciò che appariva più spettacolare.

Poi è successo qualcosa.

Seduto davanti al monitor, durante la selezione delle immagini, mi sono accorto che continuavo a fermarmi sempre sulle stesse fotografie. Non erano quelle in cui l’atleta raggiungeva la posizione più complessa, né quelle che avrebbero raccolto più facilmente un’esclamazione di stupore. Erano immagini molto più silenziose.

Una mano che stringe il tessuto prima di iniziare.

Uno sguardo rivolto verso l’alto.

Una fronte appoggiata al palo.

Un corpo che sembra ascoltare l’attrezzo ancora prima di salirci.

In quel momento ho capito che, senza essermene accorto, avevo smesso di fotografare una performance.

Stavo fotografando una relazione.

È una differenza sottile, ma cambia completamente il modo di costruire una fotografia. Se il nostro unico obiettivo è raccontare un esercizio, probabilmente aspetteremo il momento di massima tensione, quello in cui il movimento raggiunge il suo apice. Se invece iniziamo a osservare il rapporto tra una persona e ciò con cui interagisce, improvvisamente scopriamo che la parte più interessante spesso avviene prima.

Prima del salto.

Prima della salita.

Prima dell’equilibrio.

È il momento in cui il corpo prende confidenza con l’attrezzo. Lo cerca, lo sfiora, vi si appoggia, lo stringe con decisione o con delicatezza. È un dialogo silenzioso che dura pochi secondi e che, proprio per questo, rischia facilmente di passare inosservato.

Credo che sia una delle lezioni più importanti che la fotografia possa insegnarci: imparare a vedere ciò che normalmente viene ignorato.

Viviamo in un’epoca in cui siamo continuamente attratti dal gesto finale, dal risultato, dalla spettacolarità. Anche come fotografi rischiamo di cadere nella stessa trappola, inseguendo l’istante più eclatante senza renderci conto che, spesso, ciò che gli dà significato è tutto quello che lo precede.

Osservando queste immagini mi sono accorto che il vero racconto non stava nella figura acrobatica, ma nella preparazione. Nella concentrazione. Nel respiro. Nella fiducia che ogni performer ripone nell’attrezzo prima ancora di iniziare il movimento.

La fotografia, in fondo, è proprio questo.

Non è soltanto registrare ciò che accade. È decidere cosa merita di essere raccontato.

Ed è una scelta tutt’altro che banale.

Davanti alla stessa scena dieci fotografi possono realizzare dieci immagini completamente diverse, non perché abbiano fotocamere differenti, ma perché ognuno di loro sceglie di dare importanza a qualcosa di diverso. C’è chi fotograferà il gesto atletico, chi l’espressione del volto, chi il gioco di luci, chi la composizione. Nessuno avrà necessariamente ragione o torto.

La fotografia è sempre una forma di interpretazione.

Forse è proprio per questo che, riguardando il provino di quella giornata, mi è sembrato che le immagini più riuscite fossero anche le meno appariscenti. Non chiedevano allo spettatore di stupirsi per la difficoltà di un esercizio. Lo invitavano piuttosto a osservare un momento intimo, quasi privato, in cui il corpo e l’attrezzo sembravano prendersi il tempo per conoscersi.

Mi piace pensare che ogni fotografia contenga una domanda.

Le migliori, almeno per me, non sono quelle che offrono subito una risposta, ma quelle che lasciano spazio all’immaginazione di chi le osserva.

Che cosa sta pensando quella performer?

Perché tiene gli occhi chiusi?

Sta recuperando le energie o sta cercando il coraggio per affrontare l’esercizio successivo?

Nessuna fotografia può raccontare tutto.

Ma una buona fotografia riesce a suggerire molto più di ciò che mostra.

E forse è proprio questo il momento in cui nasce davvero un’immagine.

Non quando il dito preme il pulsante di scatto.

Ma quando il fotografo, quasi senza rendersene conto, smette di cercare l’azione e comincia finalmente a osservare la relazione tra gli elementi che ha davanti.

Da quel momento la macchina fotografica diventa soltanto uno strumento.

La fotografia, invece, è già iniziata.

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