×

Lezione 76 – Imparare ad analizzare una fotografia

Lezione 76 – Imparare ad analizzare una fotografia

Lezione 76 – Imparare ad analizzare una fotografia

Condividi su:

Scattare una fotografia è un gesto rapido. A volte dura una frazione di secondo.

Analizzarla, invece, richiede tempo.

È proprio questa differenza che può trasformare profondamente il modo di fotografare. Perché quando impariamo a osservare una fotografia con attenzione, non stiamo soltanto cercando di capire se ci piace oppure no: stiamo cercando di comprendere perché funziona, cosa comunica, quali scelte ci sono dietro e, soprattutto, cosa possiamo imparare da quelle scelte.

Un fotografo cresce anche così.

Non soltanto fotografando, ma tornando sulle proprie immagini, guardando quelle degli altri, confrontando, mettendo in discussione le proprie decisioni e imparando a vedere ciò che prima passava inosservato.

Dopo aver parlato di come allenare l’occhio fotografico, il passo successivo è quindi imparare a leggere una fotografia.

Non è un esercizio riservato ai critici o agli esperti di storia della fotografia. È uno strumento estremamente concreto che può essere utilizzato da chiunque abbia una macchina fotografica, indipendentemente dal livello di esperienza.

Perché una fotografia che sappiamo leggere è una fotografia dalla quale possiamo imparare.


Prima di tutto: guardare senza giudicare

Quando vediamo una fotografia, la nostra prima reazione è quasi sempre immediata.

“Mi piace.”

“Non mi piace.”

“È bella.”

“È troppo scura.”

“È spettacolare.”

“Non mi dice niente.”

Queste reazioni sono assolutamente naturali, ma rappresentano soltanto il punto di partenza.

Il problema nasce quando ci fermiamo lì.

Dire che una fotografia ci piace non ci aiuta ancora a capire cosa ci abbia colpito. Potrebbe essere la luce, il colore, il soggetto, il momento, la composizione oppure semplicemente il luogo rappresentato.

Allo stesso modo, dire che una fotografia non ci piace non significa necessariamente che sia una fotografia sbagliata. Potrebbe semplicemente non incontrare il nostro gusto personale.

Per analizzare davvero un’immagine dobbiamo quindi fare un piccolo passo indietro e provare a sospendere, almeno per qualche momento, il giudizio.

Guardiamola.

E basta.

Lasciamo che l’occhio percorra l’immagine senza cercare immediatamente una spiegazione.

Dove va per prima cosa?

Quale elemento ci attira?

E dopo?

Quale parte dell’immagine osserviamo per seconda?

Ci sono zone che ignoriamo completamente?

Già queste semplici domande cominciano a rivelare molto.


La prima impressione è importante

Sospendere il giudizio non significa ignorare la nostra prima sensazione.

Al contrario, la prima impressione è una parte importante dell’analisi.

Una fotografia può trasmettere tranquillità, tensione, malinconia, energia, solitudine, intimità, mistero. Può farci sorridere oppure metterci a disagio.

Prima ancora di capire come sia stata realizzata, possiamo chiederci:

Che cosa mi fa provare questa fotografia?

Non esiste necessariamente una risposta corretta.

Due persone possono osservare la stessa immagine e avere reazioni completamente diverse. Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti della fotografia: l’immagine non vive soltanto nelle intenzioni del fotografo, ma anche nello sguardo di chi la osserva.

L’analisi tecnica viene dopo.

Prima dobbiamo capire che cosa l’immagine ci sta facendo.


Dove guarda il nostro occhio?

Una delle prime cose da imparare è riconoscere il punto di attenzione di una fotografia.

Ogni immagine, anche quando non è costruita secondo regole compositive precise, tende a guidare lo sguardo verso alcuni elementi più importanti di altri.

Potrebbe essere un volto.

Una figura illuminata.

Un oggetto colorato.

Una zona molto contrastata.

Una linea che conduce verso il soggetto.

Un dettaglio particolarmente nitido.

Oppure una semplice area vuota che circonda qualcosa di piccolo ma visivamente importante.

Proviamo a osservare una fotografia senza ingrandirla.

Dove cade immediatamente lo sguardo?

Poi dove si sposta?

E alla fine ritorna sul primo elemento oppure si perde?

Questa piccola esperienza permette di capire quanto la composizione sia riuscita a costruire un percorso visivo.

Una fotografia efficace non deve necessariamente avere un unico punto di attenzione. Può anche essere complessa, ricca di elementi e costruita per essere esplorata lentamente.

Ma questa complessità dovrebbe essere leggibile.

Se invece l’occhio continua a saltare senza trovare un punto di riferimento, potrebbe esserci un problema di gerarchia visiva.


Il soggetto non è necessariamente il protagonista

È facile confondere il soggetto con ciò che dovrebbe essere il protagonista.

Immaginiamo un ritratto realizzato in una piazza molto affollata. La persona fotografata è tecnicamente il soggetto, ma se dietro di lei ci sono insegne luminose, automobili, persone, cartelli e altri elementi molto contrastati, potrebbe essere l’ambiente a catturare maggiormente l’attenzione.

Questo non significa necessariamente che la fotografia sia sbagliata.

Forse il fotografo voleva raccontare proprio il rapporto tra quella persona e l’ambiente.

E qui arriviamo a un passaggio fondamentale dell’analisi: dobbiamo capire che cosa la fotografia sta cercando di raccontare.

Una fotografia non deve sempre isolare il soggetto.

A volte il contesto è parte integrante della storia.

Un corridore fotografato da solo comunica una cosa. Lo stesso corridore inserito all’interno dello stadio, circondato dal pubblico e dagli altri atleti, ne comunica un’altra.

Il soggetto può essere la persona.

Ma il racconto può essere l’ambiente che la circonda.


La composizione: come sono organizzati gli elementi?

Una volta individuato il percorso dello sguardo, possiamo iniziare a osservare la struttura dell’immagine.

Non dobbiamo pensare immediatamente alle regole.

Guardiamo semplicemente come stanno insieme le cose.

Il soggetto è centrale o decentrato?

È vicino ai bordi?

C’è molto spazio vuoto?

La scena è simmetrica?

Ci sono linee verticali, orizzontali o diagonali?

Esistono elementi che si ripetono?

Ci sono forme che si rispondono tra loro?

Queste domande aiutano a comprendere l’architettura dell’immagine.

Una fotografia può essere perfettamente simmetrica e funzionare molto bene. Un’altra può essere completamente sbilanciata e risultare altrettanto efficace.

La questione non è applicare una regola.

La questione è capire perché quella scelta produce un determinato effetto.


La regola dei terzi non è una risposta universale

Quando si parla di composizione, la regola dei terzi viene spesso presentata come una delle prime cose da imparare.

È certamente uno strumento utile, ma analizzare una fotografia significa andare oltre.

Se osserviamo un’immagine e notiamo che il soggetto è posizionato su uno dei punti di forza della griglia dei terzi, possiamo registrare questa informazione.

Ma non dobbiamo fermarci a dire: “È stata applicata la regola dei terzi, quindi la composizione funziona”.

Non è così.

La regola dei terzi può essere utilizzata, ignorata, modificata o completamente stravolta.

Una fotografia centrata può essere potentissima.

Una fotografia volutamente sbilanciata può creare tensione.

Una composizione estremamente vuota può comunicare solitudine.

Una scena pienissima può trasmettere energia e confusione.

Le regole sono strumenti per comprendere le immagini, non formule per stabilire se una fotografia sia buona o cattiva.


Imparare a leggere lo spazio

Uno degli aspetti più interessanti da osservare è il rapporto tra pieno e vuoto.

Spesso siamo portati a pensare che ogni parte dell’inquadratura debba contenere qualcosa di interessante. In realtà è proprio il contrario.

Lo spazio vuoto può avere un ruolo fondamentale.

Un piccolo soggetto immerso in una grande superficie uniforme può apparire fragile, isolato o solitario.

Una persona che cammina lasciando molto spazio davanti a sé può suggerire movimento e direzione.

Un volto circondato da uno sfondo semplice può acquistare maggiore importanza.

Quando analizziamo una fotografia, quindi, non guardiamo soltanto ciò che c’è.

Guardiamo anche ciò che il fotografo ha scelto di lasciare vuoto.

È una delle forme più sottili di composizione.


La luce racconta quanto il soggetto

Poi arriva la luce.

E spesso, a questo punto, la fotografia comincia davvero a rivelarsi.

Chiediamoci da dove proviene.

È naturale o artificiale?

È morbida o dura?

Proviene dall’alto, dal basso, lateralmente, frontalmente?

Ci sono controluce?

Le ombre sono profonde oppure appena accennate?

Quali parti del soggetto sono illuminate e quali rimangono nell’oscurità?

La luce non serve soltanto a rendere visibili le cose. Può modificarne completamente il significato.

Una stessa persona fotografata con una luce morbida vicino a una finestra può apparire completamente diversa dalla stessa persona illuminata da una fonte dura e diretta.

Un edificio fotografato a mezzogiorno può avere un aspetto molto diverso dallo stesso edificio fotografato durante l’ora blu.

Per questo, quando analizziamo una fotografia, dobbiamo imparare a leggere la luce quasi come se fosse un elemento fisico presente nella scena.

Dove cade?

Dove si interrompe?

Cosa mette in evidenza?

Cosa nasconde?


Il contrasto: quando l’immagine diventa più forte

Il contrasto non riguarda soltanto il bianco e il nero.

Esistono contrasti di luminosità, di colore, di dimensione, di forma, di movimento e persino di significato.

Una persona vestita elegantemente all’interno di un ambiente degradato crea un contrasto narrativo.

Una piccola figura umana davanti a una grande architettura crea un contrasto di scala.

Un elemento rosso in una scena dominata dal grigio crea un contrasto cromatico.

Una figura immobile circondata da persone in movimento crea un contrasto dinamico.

Quando analizziamo una fotografia, possiamo quindi chiederci:

Quali elementi sono stati messi in contrasto tra loro?

Spesso proprio da questo contrasto nasce gran parte della forza dell’immagine.


Il colore non è decorazione

Il colore merita un’analisi specifica.

Una fotografia può essere costruita quasi interamente attorno a una determinata palette cromatica.

Potremmo trovare colori complementari, come blu e arancione, oppure una scena dominata da tonalità simili. Potremmo avere un unico colore acceso all’interno di una composizione molto neutra.

Ma non è necessario che il colore sia evidente per essere importante.

Anche una dominante cromatica può influenzare la percezione dell’immagine.

Una fotografia tendente al blu può suggerire una sensazione completamente diversa da una fotografia dominata da tonalità calde.

Quando analizziamo il colore, quindi, chiediamoci non soltanto “quali colori vedo?”, ma:

Che ruolo hanno questi colori nel racconto?

Sono protagonisti?

Creano contrasto?

Uniscono gli elementi?

Separano il soggetto dallo sfondo?

Creano un’atmosfera?

Questa distinzione è molto importante.


Il momento: quando è stata scattata la fotografia?

Una fotografia può avere una composizione perfetta e una luce straordinaria, ma se il momento scelto non è quello giusto, l’immagine potrebbe perdere gran parte della sua forza.

Questo è particolarmente evidente nella fotografia di strada, nello sport, nella danza, nei concerti e in tutti quei generi in cui il tempo è parte integrante della fotografia.

Proviamo a chiederci:

Perché proprio questo istante?

Un gesto è appena iniziato?

Sta terminando?

È nel suo punto massimo?

Una persona ha appena attraversato lo spazio?

Due elementi si sono allineati per una frazione di secondo?

Il fotografo ha aspettato oppure ha reagito istintivamente?

Questa analisi può insegnarci moltissimo.

Perché spesso una grande fotografia non dipende soltanto da dove abbiamo posizionato la macchina fotografica, ma da quando abbiamo deciso di premere il pulsante.


Il punto di vista racconta una scelta

Un’altra domanda fondamentale è:

Da dove è stata scattata?

L’altezza della fotocamera cambia il rapporto con il soggetto.

Dal basso possiamo aumentare la sensazione di imponenza.

Dall’alto possiamo ridimensionare il soggetto o mostrare maggiormente l’ambiente.

All’altezza degli occhi possiamo creare una relazione più diretta.

Una posizione molto vicina può produrre coinvolgimento.

Una grande distanza può creare separazione.

Quando osserviamo una fotografia interessante, proviamo quindi a immaginare il fotografo fisicamente presente nella scena.

Dove era in piedi?

Quanto era lontano?

Era fermo o si stava muovendo?

Aveva probabilmente bisogno di un teleobiettivo oppure era molto vicino al soggetto?

Sono domande apparentemente tecniche, ma aiutano a comprendere le decisioni che hanno prodotto l’immagine.


La focale può cambiare il racconto

Anche la scelta dell’obiettivo può essere dedotta, almeno in parte, osservando una fotografia.

Un grandangolare tende a enfatizzare la relazione tra primo piano e sfondo e può amplificare la profondità.

Un teleobiettivo permette di isolare maggiormente il soggetto e comprimere la percezione delle distanze.

Una focale normale può restituire una rappresentazione più naturale delle proporzioni.

Non dobbiamo necessariamente indovinare il modello dell’obiettivo o la focale esatta.

L’obiettivo è capire che tipo di resa prospettica stiamo osservando.

Questo diventa particolarmente utile quando analizziamo fotografie di altri autori e vogliamo imparare a ricreare, non la fotografia in sé, ma il ragionamento tecnico che potrebbe esserci dietro.


Nitidezza, sfocato e profondità

Anche la profondità di campo racconta una scelta.

Tutto è nitido?

Solo il soggetto è a fuoco?

Lo sfondo è completamente sfocato?

Esiste una zona di transizione?

La profondità di campo può isolare, ma può anche raccontare.

In un ritratto, uno sfondo molto sfocato può concentrare l’attenzione sul volto.

In un paesaggio, una grande profondità di campo può permettere di leggere contemporaneamente primo piano, elemento centrale e sfondo.

In una fotografia di strada, una profondità di campo maggiore può essere utile per catturare rapidamente un soggetto che entra nella scena.

Ancora una volta, la domanda non è semplicemente “che diaframma è stato utilizzato?”.

La domanda più interessante è:

Perché il fotografo aveva bisogno di quella profondità di campo?


Una fotografia racconta anche attraverso ciò che non mostra

Questa è forse una delle parti più affascinanti dell’analisi fotografica.

Una fotografia è sempre un frammento.

Non vediamo cosa c’è appena fuori dall’inquadratura. Non sappiamo necessariamente cosa sia successo prima o cosa accadrà dopo.

E proprio questa incompletezza può generare significato.

Una porta socchiusa.

Una persona che guarda fuori campo.

Una strada che scompare dietro un angolo.

Un gesto interrotto.

Uno spazio vuoto.

Sono tutti elementi che possono suggerire qualcosa che la fotografia non mostra direttamente.

Quando analizziamo un’immagine, possiamo quindi chiederci:

Cosa sta succedendo fuori dal fotogramma?

Non possiamo saperlo con certezza, naturalmente. Ma possiamo osservare come il fotografo utilizzi ciò che non vediamo per stimolare la nostra immaginazione.

Questa è una delle caratteristiche più potenti del linguaggio fotografico.


Analizzare non significa conoscere tutte le intenzioni del fotografo

C’è però una distinzione importante da fare.

Quando analizziamo una fotografia, possiamo formulare interpretazioni. Non dobbiamo trasformarle automaticamente in verità.

Possiamo dire:

“Questa composizione mi dà una sensazione di solitudine.”

È diverso dal dire:

“Il fotografo voleva necessariamente raccontare la solitudine.”

La prima è la nostra lettura.

La seconda pretende di conoscere l’intenzione dell’autore.

Senza conoscere il contesto, l’autore, il progetto e le circostanze dello scatto, alcune interpretazioni rimarranno inevitabilmente ipotesi.

Questo non rende l’analisi meno interessante.

Al contrario, ci insegna a distinguere tra ciò che vediamo e ciò che interpretiamo.

È una capacità molto importante anche quando analizziamo le nostre fotografie.


Analizzare una fotografia degli altri

A questo punto possiamo provare a costruire un metodo personale.

Prendiamo una fotografia che ci piace particolarmente.

Non importa se è di un grande autore, di un amico o di un fotografo sconosciuto incontrato sui social.

Guardiamola per qualche minuto senza leggere titolo, descrizione o commenti.

Poi proviamo a raccontarla.

Non con una scheda tecnica, ma con parole nostre.

Che cosa vediamo?

Che cosa ci colpisce?

Come viene guidato lo sguardo?

Com’è la luce?

Come sono organizzati gli elementi?

Qual è il rapporto tra soggetto e ambiente?

Quale momento è stato scelto?

Che emozione produce?

Cosa immaginiamo che sia successo prima?

Cosa potrebbe succedere dopo?

E soprattutto: perché continuiamo a guardarla?

Quest’ultima domanda è spesso la più interessante.


E poi analizziamo una nostra fotografia

Il vero salto di qualità arriva quando applichiamo lo stesso metodo alle nostre immagini.

Qui, però, diventa più difficile.

Conosciamo le circostanze dello scatto. Ricordiamo dove eravamo, cosa stavamo cercando di fotografare, quale obiettivo avevamo montato e magari anche quali difficoltà abbiamo incontrato.

Tutto questo può condizionare il nostro giudizio.

Per questo può essere utile aspettare.

Lasciamo passare qualche giorno, poi riguardiamo la fotografia come se non fosse nostra.

È difficile, ma estremamente utile.

Proviamo a ignorare il ricordo del momento in cui abbiamo scattato e chiediamoci semplicemente:

Se non sapessi nulla di questa fotografia, cosa vedrei?

Potremmo scoprire che una fotografia che ci sembrava straordinaria sul posto non funziona altrettanto bene una volta osservata con calma.

Oppure potremmo accorgerci del contrario: un’immagine che avevamo quasi ignorato contiene una composizione molto interessante.

Questo processo aiuta a sviluppare una capacità fondamentale: separare l’esperienza dello scatto dal risultato fotografico.


Il confronto tra fotografie simili

Un esercizio ancora più potente consiste nel confrontare due o più fotografie dello stesso soggetto.

Immaginiamo di aver fotografato un atleta durante una gara con dieci scatti consecutivi.

A prima vista potrebbero sembrare tutti simili.

Ma osservandoli con attenzione potremmo scoprire che in uno il gesto è più completo, in un altro la composizione è più pulita, in un altro ancora lo sfondo è più interessante.

Questa è analisi fotografica.

Non stiamo semplicemente scegliendo la fotografia “più bella”.

Stiamo cercando di capire quali differenze producono un risultato diverso.

Con il tempo questo confronto modifica anche il nostro modo di scattare.

Durante una sessione fotografica inizieremo a riconoscere più velocemente quando una situazione sta diventando davvero interessante.


Dal giudizio alla consapevolezza

Il vero obiettivo di questa lezione non è imparare una lista di domande da ripetere meccanicamente davanti a ogni fotografia.

Se diventassimo troppo schematici, perderemmo proprio quella sensibilità che stiamo cercando di sviluppare.

L’analisi deve diventare progressivamente naturale.

All’inizio potremmo avere bisogno di fermarci e ragionare:

“Dove cade la luce?”

“Qual è il soggetto?”

“Come sono organizzate le linee?”

“Perché questa fotografia funziona?”

Dopo aver osservato centinaia e poi migliaia di immagini, molte di queste domande inizieranno a trovare una risposta quasi istintiva.

Ed è proprio questo il punto.

L’analisi non deve trasformarsi in un esercizio accademico.

Deve diventare parte dello sguardo.


Guardare per imparare, non per imitare

Quando troviamo una fotografia che ci piace molto, è naturale volerla riprodurre.

È un passaggio normale del percorso.

Ma l’obiettivo non dovrebbe essere fare una copia.

Dovremmo invece cercare di capire quale idea ci ha colpito.

Forse è l’uso della luce.

Forse la semplicità della composizione.

Forse il modo in cui il fotografo ha utilizzato una persona all’interno di un’architettura.

Forse il rapporto tra colori.

Forse il momento decisivo.

Una volta compreso questo, possiamo portare quel principio nella nostra fotografia senza replicare l’immagine originale.

È così che l’osservazione diventa crescita.


Un esercizio che vale più di mille spiegazioni

Scegli cinque fotografie che consideri particolarmente riuscite.

Non devono essere tutte dello stesso genere.

Potrebbero essere un ritratto, una fotografia di strada, un paesaggio, una fotografia sportiva e un’immagine di architettura.

Per ciascuna, non scrivere una scheda tecnica.

Scrivi invece una breve pagina.

Racconta cosa vedi, cosa senti, dove cade il tuo sguardo, come funziona la luce, perché la composizione ti sembra efficace, quale momento è stato scelto e cosa immagini sia successo fuori dall’inquadratura.

Poi scegli cinque tue fotografie e fai la stessa cosa.

Non cercare di essere indulgente con te stesso, ma nemmeno eccessivamente severo.

Osserva.

Confronta.

Cerca di capire.

Alla fine prova a individuare una cosa che accomuna le fotografie degli altri che hai scelto e una cosa che ricorre nelle tue.

Potresti scoprire qualcosa sul tuo modo di guardare che fino a quel momento non avevi mai messo a fuoco.


Imparare a vedere ciò che abbiamo fatto

La fotografia è un processo curioso.

Quando scattiamo, guardiamo il mondo.

Quando analizziamo la fotografia, guardiamo come abbiamo guardato il mondo.

È un livello completamente diverso di consapevolezza.

Attraverso l’analisi impariamo a riconoscere le nostre abitudini: magari tendiamo a centrare troppo i soggetti, oppure lasciamo troppo poco spazio nella direzione del movimento. Forse cerchiamo sempre la luce migliore ma trascuriamo lo sfondo. Forse siamo attratti dalle geometrie, ma non sfruttiamo abbastanza le persone all’interno della scena.

Questi non sono necessariamente difetti.

Sono informazioni.

E conoscere le proprie abitudini è il primo passo per decidere se mantenerle, modificarle oppure superarle.


La fotografia come dialogo

Alla fine, analizzare una fotografia significa entrare in dialogo con essa.

Non dobbiamo cercare una risposta definitiva.

Possiamo osservarla oggi e notare la composizione.

Rivederla tra qualche mese e accorgerci della luce.

Tornare su quella stessa immagine dopo un anno e comprendere qualcosa sul modo in cui racconta una storia.

È anche questo il bello della fotografia: le immagini possono continuare a insegnarci qualcosa molto tempo dopo essere state scattate.

E quando impariamo a guardare in questo modo, anche una semplice fotografia quotidiana può diventare una piccola lezione.

Una lezione sulla luce.

Sulla composizione.

Sul tempo.

Sulle nostre scelte.

Sul nostro modo di vedere.


Conclusione

Allenare l’occhio fotografico significa imparare a vedere.

Imparare ad analizzare una fotografia significa fare un passo ulteriore: imparare a capire ciò che vediamo.

Non si tratta di stabilire se un’immagine sia bella o brutta. Si tratta di comprendere come è costruita, cosa comunica, quali decisioni possono averla generata e quali di quelle decisioni possiamo trasformare in esperienza personale.

Più analizziamo, più diventiamo consapevoli.

Più diventiamo consapevoli, più le nostre fotografie smettono di essere soltanto il risultato di ciò che ci è capitato davanti.

Cominciano a diventare il risultato di ciò che abbiamo scelto di vedere.

Ed è proprio in questo passaggio che la fotografia comincia a diventare, sempre di più, un linguaggio personale.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER: La tua prossima fotografia inizia da qui

Ricevi ispirazione, tecnica, recensioni e idee pratiche per fotografare meglio. Niente rumore: solo contenuti scelti per chi ama davvero la fotografia.

Iscriviti Subito
Condividi su:

Tag dell’articolo