“Racconti Fotografici” Numero 101: intervista ad Ambrosia Jole Silvia Imbornone

Bentornati a “Racconti Fotografici” eccoci alla 101° edizione , oggi intervistiamo la fotografa Ambrosia Jole Silvia Imbornone, buona lettura.

 

Ti puoi presentare per gli amici che ancora non ti conoscono?

Sono Ambrosia Jole Silvia Imbornone, ho 38 anni e sono follemente innamorata dell’arte in ogni sua forma, dalla poesia alla narrativa e alla saggistica, dalla musica alla fotografia, dalla pittura al cinema; sono infatti un critico musicale e letterario, un’insegnante e una grande appassionata di fotografia. Non sono una fotografa professionista, ma coltivo questa passione da autodidatta, cercando di imparare e migliorare.

Da piccolo cosa sognavi di fare?

Come tutti ho avuto tanti sogni, ma, in particolare, il sogno che non mi ha mai abbandonata, fin dall’infanzia, è stato quello di dedicarmi alla scrittura; già da bambina confezionavo giornalini di vario tipo, corredati da foto ritagliate dalle riviste o persino da vecchi libri scolastici, di quelli con le foto “ricolorate” dalle tinte vivaci. Ricordo che mi faceva sognare l’azzurro dei paesaggi degli States, ad esempio nelle fotografie dei ponti di Brooklyn e San Francisco.

La prima foto che hai scattato? 

Difficile dirlo, perché ho coltivato la passione per la fotografia a più riprese nel tempo e anche con “mezzi di fortuna”, come ripeto spesso, passando da fotocamere analogiche alle compatte digitali, fino alla mia prima Nikon; tuttora uso spesso anche lo smartphone, perché credo che a fare la differenza sia lo sguardo che riesca a cogliere qualcosa di straordinario nell’ordinario, al momento dello scatto, ma anche in post-produzione, osservando una foto e cercando di renderla in qualche modo speciale e poetica, scegliendo di valorizzarne, a seconda dei casi, colori, ombre, dettagli, ecc. Un artista geniale e d’avanguardia del calibro di Man Ray, che adoro, affermava d’altronde: “Non si chiede mai a un pittore quali pennelli usa o a uno scrittore che macchina per scrivere usa […]. Quel che conta è l’idea, non la macchina fotografica”. Ad ogni modo tra le mie prime foto ricordo ad esempio alcuni scatti in analogico presso le Isole Borromee o in Sicilia; la prima foto significativa scattata con la Nikon è stata invece quella di alcuni panni stesi al sole, un rito senza tempo, un quadretto quotidiano denso di umile poesia.

Quali sono i fotografi a cui ti ispiri e perché? 

Adoro moltissimi fotografi, ad esempio l’incanto delicato di alcuni scatti di street-photography realizzati tra gli anni Cinquanta e Sessanta da Paul Almasy, Izis Bidermanas e Alfred Einsenstaedt che ritraggono coppie che ballano o sono distese al sole sulle rive della Senna a Parigi; però, nel mio piccolo, per come pratico la fotografia personalmente, con i mezzi a mia disposizione e ancora tantissimo da imparare, posso dire di ispirarmi talvolta (indegnamente) a Luigi Ghirri. Come ha osservato Corrado Benigni nel libro di Ghirri Pensiero Paesaggio “Ghirri ha sempre prediletto luoghi familiari, già visti, ma per la prima volta ‘guardati’ con occhi diversi, dove tutto è sospeso tra passato e futuro e dove, come in un paesaggio di campagna, il mondo può essere immaginato come una visione che dà ancora stupore”. Mi affascina infatti il suo sguardo sul quotidiano, la sua capacità di scoprire nell’ordinario, in una spiaggia deserta, nel silenzio di uno scenario urbano vuoto, o della campagna emiliana aspetti latenti che trasformano un paesaggio povero e spoglio in fiaba e memoria, in spazio sospeso tra realtà e metafisica, dove si manifestano ricordi collettivi e si attende che qualcosa accada. Mi piace viaggiare, ma penso che chi ama gli scorci urbani, i borghi, i paesaggi, gli oggetti senza tempo non abbia bisogno di andare lontano, ma debba imparare a vedere, cercare e attendere la bellezza intorno a sé, nei luoghi che frequenta ogni giorno, nelle sfumature, nei colori…Penso che ci si debba far sorprendere e abbagliare dalla bellezza di piccole cose e di epifanie giornaliere.

Un campo in cui mi piacerebbe cimentarmi maggiormente e migliorare è poi quello dei ritratti di personaggi del mondo della musica, unendo la mia passione per i concerti a quella per la fotografia; qui ho ancora più strada da fare per imparare anche solo i rudimenti dell’arte, ma alcuni dei miei fotografi preferiti in questo senso sono irraggiungibili nomi come Richard Avedon ed Hedi Slimane.

Cosa non è per te la fotografia? 

Non è pura tecnica: quando ho visto la mostra di Elliott Erwitt Personae, ho riflettuto appunto su come a volte non sia la tecnica a fare la differenza. La sua foto preferita tra quelle scattate a Marilyn Monroe è uno scatto del 1960 a colori e sfocato in cui l’attrice si sistemava i capelli, perché in questo caso la sua immagine gli sembra eterea e intima, mentre un’altra sua foto di grande successo del 1954, che ritraeva in Wyoming un treno e un’automobile, mostrava in alto la cornice del lunotto dell’autovettura da cui era stata scattata. A volte per foto simili si è giustamente bacchettati oggi, ma la fotografia non è solo perfezione formale, che pure ognuno vorrebbe raggiungere, ad avere tempo e modo di studiare e imparare.

Qual è la sfida di ogni scatto? 

Cercare appunto la poesia: credo che ci sia bellezza ovunque attorno a noi, ma sta a noi accorgercene e notarla. Afferma lo stesso Elliott Erwitt che la fotografia è questo, “far vedere ad un’altra persona quel che non può vedere perché è lontana, o distratta, mentre tu invece sei stato fortunato e hai visto”. E ancora ritiene che il fotografo debba “essere come carta assorbente, deve lasciarsi penetrare dal momento poetico”. In un vicolo silenzioso, in un riflesso, nei colori del mare, in una bici poggiata a un muro nella stradina di un centro storico si può celare un afflato poetico, un senso intimo e delicato della vita, che osserva e immortala i silenzi, le attese, la magia che ci avvolge ogni giorno. Nel caso dei ritratti penso che la sfida sia fotografare i pensieri e gli stati d’animo, l’anima e i demoni che si nascondono dietro e dentro le rughe e le pieghe di un volto.

Che cos’è la curiosità? 

Voler e saper ascoltare con gli occhi le storie che raccontano la natura, la città e i loro abitanti. Sono storie millenarie, o centenarie, che hanno modellato il pendio di una collina o di una costa, sono le storie del mare e dei pescatori, le storie degli oggetti posati lì per caso, oppure per un rito che si ripete quotidianamente, le storie delle panchine e degli alberi, sono le domande “da poeti poveri” de La canzone del parco dei Baustelle: “A cosa pensano questi umani fragili?”.

Chi o cosa ti piacerebbe fotografare? 

Mi piacerebbe fotografare tanti musicisti, soprattutto internazionali, ma è un sogno parecchio ambizioso! Quanto ai paesaggi, vorrei attraversare la Francia dei campi di lavanda e delle maison à colombages, dei vicoli e dei canali: vorrei fotografare la Provenza, l’Alsazia di Strasburgo e Colmar, l’Alta Savoia di Annecy.

Quali tappe hai attraversato per diventare il fotografo che sei oggi? 

Da autodidatta cerco di imparare a utilizzare pian piano apparecchi e software più professionali, anche se penso di aver sperimentato personalmente quello che intendeva Andreas Feininger, quando affermava: “Chi non sa fare una foto interessante con un apparecchio da poco prezzo, ben difficilmente otterrà qualcosa di meglio con la fotocamera dei suoi sogni”. A volte gli aspiranti fotografi credono che basti avere la migliore macchina fotografica per realizzare capolavori, ma una foto banale resta tale anche ad alta risoluzione, per cui quando cambi fotocamera, devi sempre ricordarti che non basterà scattare in modalità manuale e in formato raw per ottenere scatti significativi. Nessuna fotocamera ti rende un fotografo: mai perdere di vista l’importanza dello sguardo (scusate il gioco di parole!).

Che difficoltà hai incontrato lungo il tuo percorso? 

Sto facendo riferimento a tanti miei miti, ma non penso che sarò mai una vera fotografa e spesso vivo dei momenti di sconforto e apatia, perché ovviamente ci sono tantissimi fotografi molto più dotati ed esperti e i miei scatti non mi sembrano granché. Soprattutto quando ho ripreso a dedicarmi alla fotografia, nel 2016, ho dovuto accettare che una bella foto non arriva subito: un vecchio amico, da sempre appassionato di fotografia, allora mi spinse a riflettere su una celebre affermazione di Henri Cartier-Bresson, “le prime 10.000 fotografie sono le peggiori”. Se lo pensava uno dei maestri della fotografia mondiale, figuriamoci se non poteva essere valido per un’umile fotografa dilettante! Questo mi ha sicuramente incoraggiato a non smettere di provare e riprovare…Non a caso a volte torno sugli stessi soggetti e luoghi alla ricerca di una foto migliore.

Che cosa è necessario per poter cogliere l’attimo giusto? 

Molta pazienza; non amo molto le foto a soggetti in posa o a nature morte in set studiati, ma preferisco cogliere e catturare il movimento giusto, un’espressione del volto, una figura di spalle in un luogo suggestivo, un riflesso, ecc. Serve l’inquadratura giusta per la giusta composizione e così via: bisognerebbe riscoprire la lentezza come dimensione ideale della fotografia, perché la fotografia in definitiva “accade”.

Che rapporto cerchi di instaurare con le persone/soggetti che vuoi ritrarre? 

Non so che tipo di rapporto bisognerebbe instaurare, ma, come diceva Robert Mapplethorpe, io “dimentico di esistere”: dimentico me stessa, perché mi proietto nell’obiettivo e nella scena, come un rabdomante di incanto, poesia, profondità, mistero…Quando sono da sola in un “giro fotografico” per le strade di una città, sento come una febbre che mi estrania da me e mi porta in una dimensione estatica di contemplazione.

Cosa ha influenzato il tuo stile? 

L’amore per i colori e per il mare, per l’HDR e per molti generi fotografici, la fotografia pittorialista, quella paesaggistica, architettonica e di esplorazione urbana, quella concettuale, la street photography, ecc.: amo e sperimento vari generi.

Ci racconti un tuo aneddoto particolare o simpatico?

Mi ha colpito la differente accoglienza riservata a chi ama la fotografia nei vari contesti e nelle varie città: in luoghi molto turistici e popolari i turisti stessi, soprattutto quelli stranieri, si scusano se ti passano davanti mentre stai fotografando qualcosa, senza neanche chiedersi cosa tu possa voler immortalare; in altre città al contrario c’è gente che si stupisce se vuoi scattare una foto alla strada in cui sorge una bella libreria o a dei bei fiori colorati su un lungomare. È vero, a volte gli appassionati di fotografia sembrano un po’ matti, ma per fortuna alla fine sono tanti e forse sono sempre di più!

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