“Racconti Fotografici” Numero 16: intervista a Marco Tortato

Cari Lettori, eccoci alla 16° edizione di “Racconti Fotografici”. Questa edizione è dedicata a Marco Tortato, poliedrico e instancabile artista, da molti conosciuto come Yorick, avvicinatosi casualmente alla fotografia professionale nel 2009 con un enorme e indiscutibile successo a livello nazionale e internazionale. E’ passato dalla musica come forma d’arte alla fotografia. In un certo senso Marco continua a suonare per i nostri occhi, le sue fotografie sono infatti musica per i nostri occhi. Grazie Marco del tempo che ci hai voluto dedicare. Buona Lettura.

Ti puoi presentare per gli amici che ancora non ti conoscono?
Ma molto volentieri. Ciao a tutti. Sono Marco “Yorick” Tortato, e la maggior parte dei miei amici mi chiama Yorick… il giullare nell’Amleto, o meglio il teschio. Lunga storia questo soprannome, ma diciamo che è da tempi lontanissimi che ce l’ho. Sono fotografo professionista per uno strano caso del destino dal 2009. Arrivo da un lungo percorso di vari e diversi lavori molto differenti tra di loro, ma se 10 anni fa mi avessero chiesto se avessi voluto fare il fotografo, probabilmente avrei risposto di no… Ora sono fotografo di Portfolio Mondadori dal 2013, sono fotografo commerciale e ho uno studio tutto mio a Castelfranco Veneto. Lavoro nel mondo degli interni e arredamento, del cibo e della ristorazione, ma ciò che amo fare di più è il ritratto, e fotografare la mia amatissima città natale, Venezia. Insegno dal 2010 e al momento tengo corsi in varie città del Triveneto tra cui Venezia, Udine, Pordenone, Castelfranco Veneto, e Belluno.

Da piccolo cosa sognavi di fare?
Il musicista, in particolare il chitarrista rock. Suono da quando ho 15 anni, ma quello che mi è successo con la fotografia purtroppo non mi è successo con la musica.

La prima foto che hai scattato?
Non avrei idea… ricordo che in casa giravano diverse macchine fotografiche, ma nessuno era particolarmente appassionato di fotografia. Ricordo le Agfa usa e getta… probabilmente le prime foto fatte con una certa consapevolezza furono quelle fatte nel 2006 in Florida quando fui ospite per la prima volta di quello che poi diventò il mio maestro, Harry De Zitter.

Quali sono i fotografi a cui ti ispiri e perchè?
Ovviamente Harry, perché è quello che un giorno guardando le mie foto mi disse “Marco, you have to do this seriously”… e da lì nacque tutto. Divenne mia guida e così di conseguenza la prima grande fonte di ispirazione. La sua poesia e delicatezza di sguardo verso il mondo mi hanno da sempre incantato. Adoro David duChemin fotografo viaggiatore, la sua visione e i suoi libri sulla fotografia sono di grande ispirazione. Michael Kenna magico sognatore. Richard Avedon, Albert Watson, Lee Jeffreys e Irving Penn come ritrattisti. Joe McNally, Joey Lawrence, Zack Arias e Dave Hobby per il loro uso delle luci controllate. Difficile tenere questa lista corta, perché il mondo della fotografia offre così tanti spunti e maestri che una vita non basterebbe per farsi ispirare da tutti. In Italia Gastel, Benedusi, Thorimbert, Scianna, Gardin, Efrem Raimondi, Barbieri sono quelli che seguo maggiormente.

Cosa non è per te la fotografia?
La fotografia non è un contenitore vuoto in cui scaricare le proprie frustrazioni e le proprie carenze affettive e di attenzione. Sempre di più fare fotografia è per molti un mettersi in mostra, a tutti i livelli. La fotografia, invece, è comunicazione, è trovare un canale di uscita per il proprio pensiero e il proprio intelletto. Quando invece diventa “onanismo” (cit. Settimio Benedusi), essa è vuota e probabilmente inutile. La fotografia non è facile, è fatica perché è difficile avere qualcosa di davvero interessante da dire, perché è fatica scavare dentro di noi per trovare quel qualcosa di sincero e profondo che poi genera il racconto, la storia, perché è intellettualmente complesso trasformare un soggetto, anche semplice, in un’emozione da guardare, perché il linguaggio visivo sembra così immediato e alla portata di tutti, quando invece è meravigliosamente raffinato e nemmeno in una vita si riesce ad apprenderne tutte le sfumature.

Qual è la sfida di ogni scatto?
Comunicare in maniera efficace il messaggio o storia che io personalmente o il mio cliente vuole trasmettere con quella fotografia. Fare in modo che contenuto, forma e stile funzionino assieme come linee armoniche di una sinfonia che si intrecciano per toccare nel profondo chi l’ascolta.

Che cos’è la curiosità?
La curiosità è vita. La curiosità è stimolo, è desiderio di andare oltre. E’ non essere mai contenti della superficie, perché essa il più delle volte nasconde mondi incredibilmente interessanti che attendono solo di essere rivelati e raccontati.

Chi o cosa ti piacerebbe fotografare?
Bella domanda. Non ho un soggetto che ambisco di fotografare, ma diciamo che ho il sogno di poter trasportare la poetica dei romantici inglesi nella fotografia. Sono anni che ho ripreso a studiarli, e l’idea è quella di integrare il loro pensiero nel mio modo di fotografare. Chissà…

Qual è il tuo prossimo progetto?
Sto lavorando a diverse cose. Ho da sempre un progetto aperto sulla mia città, Venezia, che ne vuole raccontare la sua fragilità e la sua forza al contempo. Sto lavorando per un mio cliente al racconto del suo prodotto, un vino biodinamico, frutto di appassionate attenzioni e riti che lo rendono incredibilmente speciale. Il progetto, però, che in questo momento sta diventando sempre più concreto è quello che recentemente ho chiamato “Uomini Illustri” e che probabilmente vedrà la sua consacrazione il prossimo anno. Sto raccogliendo ritratti di persone che per talento e autorevolezza sono in qualche maniera guide e icone di questi tempi. Un progetto nato qualche anno fa sotto altro nome e che ora sta trovando una sua strada ben definita. La particolarità è che tutti questi personaggi vengono fotografati con un occhio coperto dall’oggetto che rappresenta il loro mestiere, in un incrocio tra la tradizione delle bambole daruma giapponesi e una mia personale interpretazione dell’occhio coperto.

Quali tappe hai attraversato per diventare il fotografo che sei oggi?
Il mio percorso verso la fotografia professionale è stato molto veloce. Quando incontrai Harry nel 2006 (vedi sopra) lavoravo in Manfrotto come responsabile dei testimonial dei loro brand. Non solo, ma per problemi fisici ebbi uno stop di 2 anni proprio in quel momento dalla mia attività musicale. Questo mi portò a darmi anima e corpo a questa disciplina che mi aveva preso in maniera intensa e totalizzante. Fortuna vuole che proprio per Manfrotto ero in contatto e per vari motivi trovavo spazio per imparare e di collaborazione con fotografi come Joe McNally, John Sexton, Bill Frakes, o Kazuyuki Okajima. La Manfrotto School of Xcellence che fondai nel 2010, con tutti questi professionisti da tutto il mondo, poi fu davvero un’esperienza di formazione ad alto livello molto importante per me. Oggi, cerco di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo, di sperimentare nuove tecniche, e di frequentare sempre qualche importante workshop, perché la crescita personale in questo mestiere non è mai finita. Devo dire, però, che i miei studi di linguistica, comunicazione, semiotica e filologia mi hanno aiutato molto ad essere quello che sono, fotograficamente parlando.

Che difficoltà hai incontrato lungo il tuo percorso?
Come dicevo sopra, la fotografia è un mestiere complicato, non è solo scattare una foto, non è solo andare a sentimento o seguire il proprio istinto, ma è comunicare con efficacia, è consapevolezza e piena conoscenza di un linguaggio complesso e multiforme. E il passaggio mentale verso questo modo di pensare è stato arduo. Come per molti, fotografare inizialmente sembrava facile. Mi pareva di riuscire senza fatica, ma poi scoprii che il professionismo è tutt’altra cosa, è rendere conto ad un cliente del proprio operato, è un avere le competenze per far fronte ad ogni situazione, imprevisto o difficoltà. E’, inoltre, avere cura per la qualità di ogni passo del tuo flusso di lavoro, fino alla consegna del file e a questo non ero abituato, perché da amatore rendevo conto solo a me stesso, e i primi feedback ovviamente erano quelli di chi mi stava vicino, che solo dopo capii non erano quelli che dovevo guardare per capire il livello fotografico a cui mi trovavo. Però, devo dire che le maggiori difficoltà le ho trovate proprio tra i colleghi, proprio tra chi ti sembra amico o compagno di viaggio. Scopri che i colpi bassi non te li risparmia nessuno, che è una gran lotta, che si arriva addirittura (per gelosia o stupidità) a diffamarti con chi ti dà lavoro, sperando che la spallata ti faccia cadere e che ti possano così superare o sostituire; o ancora si arriva a bersagliarti di critiche assurde sui tuoi profili Facebook o nei post che promuovono i tuoi corsi, pur di danneggiati in qualche modo. E’ incredibile come i social possano tirare fuori il peggio delle persone e trasformarli da “amici” ai tuoi peggiori nemici.

Quali esperienze decisive hai avuto nell’ambito fotografico?
Di sicuro il lavoro al Caffè Florian di Venezia fu quello che mi fece crescere maggiormente. Sia per la varietà di tipologie fotografiche che dovevo affrontare (food, reportage, eventi, interni, still life di prodotto), sia perché la committenza era raffinata e sensibile al bello. Però, la tappa fondamentale fu proprio l’inizio, l’incontro con Harry e la sua guida che tuttora è la colonna portante di tutto quello che faccio.

Che cosa è necessario per poter cogliere l’attimo giusto?  
Sensibilità, apertura verso gli stimoli che il mondo manda, spirito d’osservazione, capacità di anticipare ciò che succede, studio del soggetto, ricerca, e infine avere coltivato il proprio spirito e la propria profondità come persone. Se si vuole scrivere una storia interessante, e con spessore, serve essere persone di spessore. La lettura sia d’immagine che di testi di grandi maestri sono una grande scuola, così come il guardare un certo tipo di filmografia raffina l’abitudine a “vedere” in una certa maniera, sia per le scene che per la luce. Curare la propria “cultura” è importantissimo; cultura intesa in senso ampio ovviamente e non in senso elitarlio.

Che rapporto cerchi di instaurare con le persone/soggetti che vuole ritrarre?
Quando si fotografano persone è importante far capire che non è un gioco solitario o a senso unico, ma è come un ballo: si lavora in coppia, e ognuno deve dare del suo. Quindi cerco di stabilire il più presto possibile una connessione, un rapporto che mi permetta di poter facilmente trovare collaborazione e sintonia con il soggetto… non sempre ci si riesce subito, ma credo che la bravura di un grande ritrattista stia più in questo aspetto che in ogni altro tecnicismo.

Cosa ha influenzato il tuo stile?
Credo che il mio stile derivi molto dalla mia personalità e dal mio vissuto. Gli studi umanistici, i viaggi, la sensibilità verso il mondo, la mia emozionabilità, i film visti, i libri letti, gli amori e i dolori vissuti sono le componenti principali di questo stile. Ma poi  soprattutto le molte e molte fotografie lette e rilette, assaporate e gustate in questi ultimi anni mi hanno portato a trovare nuovi stimoli e nuove sfumature, e così sono sicuro continueranno a fare sempre.

Quali sono i problemi che riscontri oggi nel fotografare?
E’ sempre più difficile poter far valere la propria professionalità. La fotografia è un’arena in cui è difficile stare. La percezione del valore di un’immagine e soprattutto la capacità di giudicare la bontà della stessa sono a livelli molto bassi in questi anni, e non saprei dire se la situazione si riprenderà o meno.

Ci racconti un tuo aneddoto particolare o simpatico?
Di sicuro la cosa più simpatica che sia successa è che due anni fa, alla fine di uno dei corsi gli studenti si sono uniti e hanno fondato il mio Fan Club. E’ stato, finora, uno dei regali più belli e dei riconoscimenti più emozionanti della mia vita professionale.
Un’altra cosa buffa che mi è successa proprio quest’anno è che i miei corsi stanno diventando un fumetto. E’ dall’anno scorso che assieme ad una cara amica, che mi ha trasformato in un personaggio disegnato, stiamo lavorando ad un piccolo esperimento. A breve pubblicheremo un primo volumetto con alcune delle frasi tipiche che dico durante i miei corsi… trasformate in maniera geniale in scenette. La tavola 0 è stata la creazione di un’immagine per il mio hashtag #fujifilmsempreconme che trovate nella fotogallery.

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