“Racconti Fotografici” Numero 221: intervista ad Antonella Taurino

Bentornati a “Racconti Fotografici” eccoci alla 221° edizione , oggi intervistiamo la fotografa Antonella Taurino, buona lettura.

Ti puoi presentare per gli amici che ancora non ti conoscono ?

Salve, mi chiamo Antonella Taurino e sono salentina, nasco nella terra del sole, del mare e del vento, ma in fondo mi sento cittadina del mondo.

Il mio percorso di studi e lavorativo si sviluppa in un ambito completamente diverso da quello dell’arte e della fotografia, ma nonostante tutto la mia passione mi ha portato a trovarmi finalmente sulla strada che volevo intraprendere. Grazie ad una mia amica ho ripreso dopo anni una macchina fotografica in mano ed ho deciso che non l’avrei più lasciata, trasformando lo studio e l’impegno da semplice hobby, praticato fin da ragazzina, in una continua e costante ricerca.

Fotografare per me è un raccontare storie, mie personali e di tutte le persone ed i luoghi che incontro sulla mia strada, un vedere oltre il visibile per arrivare ad emozionare.

Oggi, insieme al mio amico/socio Davide, stiamo costruendo una storia meravigliosa fatta di immagini che cercano di parlare attraverso dettagli importanti, prendendo per mano chi guarda i nostri scatti ed i nostri progetti.

 

Da piccolo cosa sognavi di fare?

Come la maggior parte dei bambini, sognavo di diventare un astronauta ed in fondo non ci sono tanto lontana, scrutare al di là e ciò che cerco di fare con i miei scatti raccontando il mondo che sembra conosciuto ma che nasconde ancora tanti piccoli misteri, nonostante lo viviamo ogni giorno intensamente.

La prima foto che hai scattato?

Avrò avuto circa dieci anni con la Olympus che aveva comprato mio papà e che ancora oggi posseggo (e che funziona anche!), cominciai a fare qualche scatto delle vacanze estive che poi divennero una collezione di diapositive che a me sembra infinita.

Quali sono i fotografi a cui ti ispiri e perché ?

Amo tantissimo il bianco e nero perché quel tipo di fotografia nasconde tutta la meraviglia dei colori, che percepiamo nei dettagli che ci rivela, ovviamente da amante di questo tipo di fotografia non potevo che ispirarmi ad Ansel Adams, padre fondatore di una fotografia dai dettagli precisi e dalle sfumature meravigliose; ma il mio percorso di narratrice mi ha portato a confrontarmi con una donna speciale, un’artista che ci ha lasciato troppo presto mostrandoci il lato migliore di ciò che si può fare con la fotografia: Francesca Woodman è colei che mi ha fortemente ispirato soprattutto in questo periodo di lock-down, la cui analisi ed approfondimento mi ha permesso di elaborare e realizzare progetti fotografici importanti, affrontando tematiche altrettanto importanti.

Cosa non è per te la fotografia ?

Sinceramente, credo che l’unica cosa che ritengo non rientri nella fotografia sia farsi i selfie… per il resto uno può essere un appassionato, un professionista, amare di fotografare qualunque cosa ci circondi, anche se stessi, l’importante però è farlo con passione e desiderio. Ritengo che la fotografia sia un modo di esprimersi sempre nel rispetto degli altri e di se stessi, delle proprie e mozioni e di ciò che si vuole raccontare… credo molto nel potere espressivo delle immagini!

Qual e` la sfida di ogni scatto?

Gli scatti per me non sono sfide, sono momenti che voglio cercare di vivere al meglio, per portare a casa un racconto in miniatura, una piccola favola; ovviamente c’è impegno, passione, abnegazione e soprattutto tanto allenamento fisico… forse questa è la sfida maggiore!

Che cos’è la curiosità?

La mia essenza vitale, nasco curiosa per la vita e per il mondo e la macchina fotografica mi consente di osservarlo e scoprirlo da angolazioni particolari, originali punti di vista che se non fossi curiosa forse non oserei mai esplorare.

Chi o cosa ti piacerebbe fotografare ?

Credo che se mi mettessi a fare una lista di ciò che mi piacerebbe fotografare starei giorni a scriverla, proprio perché curiosa, ma adoro i posti freddi ed il prossimo step sarà quello di esplorare i luoghi caratterizzati da distese infinite di ghiaccio e di silenzio, dove la natura in qualche modo è ancora se stessa… poi sicuramente tornerò a fotografarmi, gli autoscatti sono parte di un eterno progetto di racconto delle mie emozioni, che nasce con me alla scoperta di quello che siamo, nel bene e nel male.

Qual e` il tuo prossimo progetto?

Se tutto va bene, e se non ci sono intoppi il prossimo progetto di racconto è “Francesca”, del quale però ancora non voglio rivelare nulla, e che sarà realizzato con il mio socio Davide Paolo Strangio con il quale abbiamo già realizzato due importanti progetti in dittici “Viola” e “S’agapo”. E poi sicuramente sono allo studio altri progetti che prenderanno corpo nel tempo, perché ogni cosa deve maturare, progetti che parlano di sottigliezze e dettagli spesso invisibili agli occhi, che cercherò di raccontare attraverso i miei autoscatti.

Quali tappe hai attraversato per diventare il fotografo che sei oggi?

Sono una appassionata/amante della fotografia e come tale ho attraversato tutte le fasi di amore, di avvilimento, di entusiasmo, di studio, di frustrazione e potrei continuare a definire ancora per molto i momenti che caratterizzano il quotidiano di chi fotografa, ma sono contenta di aver vissuto ogni istante, anche le difficoltà ed i fallimenti.

Che difficoltà hai incontrato lungo il tuo percorso?

Quali esperienze decisive hai avuto nell’ambito fotografico?

Una importante esperienza è stata un workshop sul ritratto e l’autoscatto, a cui ho partecipato prima della chiusura forzata a causa del covid-19, che mi ha permesso di capire come la fotografia possa essere un elemento di scoperta di ciò che c’è oltre le apparenze materiali; poi sicuramente l’incontro e lo scambio continuo con il mio socio Davide che mi aiuta a crescere giorno dopo giorno… il continuo confronto è fonte di apertura mentale che non può che fare del bene a chi ha una vera e profonda passione.

Che rapporto cerchi di instaurare con le persone/soggetti che vuoi ritrarre?

L’empatia credo sia elemento imprescindibile, il sorriso, la serenità, la sincerità e la chiarezza: non tutti amano farsi ritrarre, molti hanno paura, tanti sono convinti di non essere fotogenici, ma in fondo se una persone ti sorride e si sente a suo agio vuol dire che hai lo scatto ed hai fatto il lavoro migliore che potessi fare, hai dato un perché a quella fotografia.

Cosa ha influenzato il tuo stile?

Credo che il percorso di vita di ognuno di noi sia elemento che ci influenza in tutto ciò che facciamo e quindi anche nel fotografare ritroviamo parti di noi e del nostro vissuto.

Quali sono i problemi che riscontri oggi nel fotografare ?

Facendolo per lavoro, la cosa che più mi dispiace riscontrare è la gelosia, eppure credo che collaborare e confrontarsi sia un bene prezioso per tutti, fortunatamente ho trovato anche persone con le quali condivido bellissime esperienze e questo è un prezioso bagaglio che porterò sempre con me. Poi ci sono i problemi legati ai costi, ai prezzi, alla concorrenza sleale e così via, ma questi sono problemi che purtroppo si devono affrontare con pazienza e professionalità.

Ci racconti un tuo aneddoto particolare o simpatico?

La cosa più bella e particolare, che ho vissuto, è avvenuta durante la mostra del nostro (mio e di Davide) progetto “Viola”: le persone nonostante io fossi li presente non mi riconoscevano negli autoscatti… questo mi ha emozionato perché mi ha confermato che il lavoro aveva raggiunto il suo obiettivo, i dittici raccontavano una storia al di là dei protagonisti ed arrivavano al cuore di chi li guardava: siamo riusciti a colpire, attraverso un racconto sulla violenza senza mostrare violenza e questo è un riconoscimento importante, perché nei volti dei visitatori, di tutte le età, c’era stupore e scoperta, coinvolgimento sincero.

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