“Racconti Fotografici” Numero 257: intervista a Furio Incolto

Bentornati a “Racconti Fotografici” eccoci alla 257° edizione , oggi intervistiamo il fotografo Furio Incolto, buona lettura.

Ti puoi presentare per gli amici che ancora non ti conoscono ?

Sono nato a Savona ma ho vissuto dapprima a Padova e quindi a Milano dove, dopo aver frequentato l’Università di Lingue e Letterature Straniere moderne, ho lavorato come imprenditore aprendo un’importante agenzia di traduzioni ed edizioni tecniche. Parlo inglese, francese e spagnolo.
5 anni orsono ho ceduto la mia azienda e contemporaneamente è iniziato il mio interesse per la fotografia, trasformandosi rapidamente in una vera passione.
Oltre a Milano, dove continuo a risiedere, trascorro lunghi periodi a Celle Ligure e a Palau.
Sono tuttora alla ricerca di una precisa identità autorale ed i generi fotografici che prediligo sono la paesaggistica, la naturalistica e la macro.

Da piccolo cosa sognavi di fare?

Da piccolo sognavo di fare il postino. Mi piaceva l’idea di andare in bicicletta, portare notizie come se fossero regali ed il saluto da parte di tutti.

La prima foto che hai scattato?

Con una Polaroid di famiglia. A 17 anni, in occasione di un viaggio studi in Inghilterra, acquistai una Konica iniziando, come si dice, a smanettare.

Quali sono i fotografi a cui ti ispiri e perché ?

Sebastião Salgado per la maestria nella gestione del bianco e nero, dei toni e la bravura nel documentare i cambiamenti ambientali e socio-politici.
Steve McCurry per l’intensità espressiva delle sue foto e l’uso esperto del digitale.

Cosa non è per te la fotografia ?

Non è la realtà ma piuttosto una nostra interpretazione talvolta comprensibile ai più e talvolta solo a noi stessi.

Qual e` la sfida di ogni scatto?
Il miglioramento: della composizione, della tecnica e talvolta anche di uno scatto precedente. Lo scatto è comunque imperfetto, anche se è il risultato della migliore pianificazione, ricerca, locazione, gestione dell’attimo o quant’altro, potrà essere migliorato. Un’infinita successione di scatti è come una serie di sguardi, alcuni vedono cose che i precedenti hanno ignorato, alcuni comunicano di più o, come si dice, parlano con gli occhi e pochi vedono oltre.

Che cos’è la curiosità?

Il desiderio istintivo di scoprire una cosa, tante cose, tutte le cose.

Chi o cosa ti piacerebbe fotografare ?

Mi piacciono gli eventi naturali: mareggiate, lampi, nebbie e luoghi esotici.

Qual e` il tuo prossimo progetto?
Recentemente sono stato in Islanda a fotografare l’aurora boreale e i paesaggi, vorrei fare altrettanto in Finlandia.

Quali tappe hai attraversato per diventare il fotografo che sei oggi?
Ho iniziato scattando foto in occasione di viaggi in paesi lontani: Pakistan, Yemen, Brasile e altri attendendo lo sviluppo dei rullini da parte dei fornitori, senza peraltro approfondire le tecniche fotografiche. È seguito un periodo di scatti con il cellulare caratterizzato dalla scoperta delle APP di post produzione e fotoritocco. Cinque anni fa ricevetti una Canon 80D come regalo di Natale e da quel momento è iniziata la mia passione. La voglia di migliorare mi ha portato a frequentate dapprima i corsi Canon Academy, quindi numerosi corsi online e workshop.

Che difficoltà hai incontrato lungo il tuo percorso?
All’inizio avevo difficoltà nel capire gli obiettivi: millimetri, aperture, tutto sembrava complicato.

Quali esperienze decisive hai avuto nell’ambito fotografico?

Ho partecipato a numerosi workshop con fotografi che considero i migliori nei rispettivi generi, dalla naturalistica alla macro. Fotografare la via lattea in compagnia di un docente che stimi è emozionante e consente di accorciare il percorso di apprendimento. Alcuni workshop sono altresì un’occasione di conoscenza della natura e del modo di rispettarla ed altri di condividere emozioni con persone accomunate dalla stessa passione.

Ho dedicato molto tempo alla sperimentazione di numerose tecniche:  focus stacking, multiesposizione notturna, collisione di gocce d’acqua e, di recente, infrarosso.
Fra le esperienze vorrei citare anche la post produzione: scatto in Raw e il piacere  di vedere il risultato non è secondo allo scatto stesso e anche qui il miglioramento rappresenta un preciso obiettivo che non può prescindere da un costante studio dei programmi di post editing, Photoshop in primis.

Che cosa è necessario per poter cogliere l’attimo giusto?
Pianificazione e fortuna. Molti sono gli strumenti informatici che consentono di essere nel posto giusto al momento giusto per catturare, ad esempio, il calare del sole dietro un faro. Per la fortuna, a volte, basta esserci.

Che rapporto cerchi di instaurare con le persone/soggetti che vuoi ritrarre?
Come fotografo soprattutto naturalistico e di paesaggio, definirei il mio rapporto “in punta di piedi”. In qualsiasi paradiso mi sento ospite, privilegiato per trovarmi al suo interno e attento nel lasciare ogni cosa come l’ho trovata. L’unico mio souvenir sono scatti ed emozioni.

Cosa ha influenzato il tuo stile?
I social hanno giocato un ruolo importante portandomi inizialmente ad emulare i fotografi che apprezzavo per abilità comunicative, emotive o estetiche. Come un vecchio “ragazzo di bottega” ho cercato di fare mie tecniche e espressioni artistiche di chi consideravo maestro per poi rendermi conto di aver ricercato nei loro scatti solo molte componenti della pittura universale.

Quali sono i problemi che riscontri oggi nel fotografare ?

Può fare sorridere ma il mio principale problema è il peso dello zaino. Ho un problema alla schiena che non mi consente di reggere pesi eccessivi ed io vorrei sempre avere con me una vasta attrezzatura: la mia mirrorless e una full spectrum per IR, obiettivi, treppiedi, filtri e via dicendo.

Ci racconti un tuo aneddoto particolare o simpatico?

A proposito di pianificazione e fortuna una sera con amici fotografi esperti naturalisti ci appostammo in una tenda mimetica dietro un cumulo di pietre sul quale una civetta era solita posarsi per iniziare il suo volo cacciando sul campo antistante. L’esperienza degli amici e i segni inequivocabili della presenza del rapace ci portavano a pensare che sarebbe stata solo questione di tempo, una piacevole attesa nel silenzio della tendina. Avevamo già predisposto una batteria di flash e le nostre camere erano pronte a scattare in sincro. Puntuale, al calare del sole eccola arrivare, planare e posarsi….. ahimè non sulle pietre ma sulla sommità della nostra tenda. Non ci rimase che andarcene ma, mentre stavamo tornando in auto, ecco illuminarsi la splendida testa rotonda di un barbagianni, appollaiato su un ramo al bordo della strada e pronto a farsi fotografare, direttamente dall’interno dell’auto, in tutte le posizioni.

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