“Racconti Fotografici” Numero 260: intervista a Alessandro Accordini

Bentornati a “Racconti Fotografici” eccoci alla 260° edizione , oggi intervistiamo il fotografo Alessandro Accordini, buona lettura.

Ti puoi presentare per gli amici che ancora non ti conoscono ?

Buongiorno a tutti, mi chiamo Alessandro Accordini, ho 37 anni, abito in Valpolicella, provincia di Verona quando trovo una cosa che mi piace davvero do tutto me stesso.

Da piccolo cosa sognavi di fare?

L’esploratore in un mondo popolato dai dinosauri.

La prima foto che hai scattato?

Credo di averla fatta al mio cane, forse con la Yashica analogica di mio padre. Sicuramente è venuta  scura e mossa.

Quali sono i fotografi a cui ti ispiri e perché ?

Tra quelli contemporanei  soprattutto Lee Jeffries e poi Ansel Adams per il bianco e nero. Seguo moltissimo, dei nostri, Dario De Dominicis.

Cosa non è per te la fotografia ?

Computer  grafica, quando si sostituisce alla composizione, o quando è troppo spinta.

Qual e` la sfida di ogni scatto?

La composizione perfetta, l’equilibrio che genera subito un’emozione.

Che cos’è la curiosità?

Osservare e cercare di capire. E se non ce la facciamo da soli, l’umiltà del sapersi confrontare.

Chi o cosa ti piacerebbe fotografare ?

Le usanze di una tribù o di una comunità che non ha subìto contaminazioni  della cosiddetta società moderna e globalizzata o che le ha subite troppo violentemente.

Qual e` il tuo prossimo progetto?

Non ne ho, ma mi piacerebbe averlo.

Quali tappe hai attraversato per diventare il fotografo che sei oggi?

non sono un esperto, conosco le regole e tutta la parte teorica e manuale, sto studiando moltissimo. Sono rimasto “folgorato” non molto tempo fa, da quel momento in poi è come se avessi scoperto una parte di me. Ho sempre pensato di possedere una vena creativa: ho fatto molti corsi di pittura e disegno per anni in passato, ma non è mai scattata la scintilla.

Che difficoltà hai incontrato lungo il tuo percorso?

Nessuna, soltanto la memoria piena della fotocamera.

Quali esperienze decisive hai avuto nell’ambito fotografico?

Un giorno avevo l’idea di un’immagine e sono riuscito a tradurla in una foto esattamente come volevo. E’ stato come comporre una canzone, almeno credo che si possa spiegare in questo modo. Come dicevo, folgorato.

Che cosa è necessario per poter cogliere l’attimo giusto?

Pensare, osservare e aspettare, togliere la raffica.

Che rapporto cerchi di instaurare con le persone/soggetti che vuoi ritrarre?

Finora ho ritratto solo conoscenti, o al massimo qualche manichino in street photography  che non aveva bisogno di sorrisoni per stare in posa come volevo io.

Cosa ha influenzato il tuo stile?

I libri di alcuni fotografi famosi e il continuo confronto con alcuni professionisti del settore.

Quali sono i problemi che riscontri oggi nel fotografare ?

Sicuramente la privacy, ma credo sia una risposta scontata.

Ci racconti un tuo aneddoto particolare o simpatico?

Durante il mio lavoro di archeologo nel momento in cui si eseguivano i fotopiani con la reflex (collage di foto zenitali in sezione di pareti di strati di terra, tutte quotate per avere superficie veritiera), montando i fotogrammi in photoshop si doveva  necessariamente ottenere una resa asettica dei colori, con il giusto bilanciamento dei bianchi, per poterli decifrare bene nell’interpretazione geologica. Ecco, diciamo che tendevo a renderli artistici e più gradevoli di come erano nella realtà, facendo di conseguenza male il mio compitino.

 

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