“Racconti Fotografici” Numero 310: intervista a Giancarlo Rupolo

Bentornati a “Racconti Fotografici” . Eccoci alla 310° edizione: oggi intervistiamo il fotografo Giancarlo Rupolo, buona lettura.

-Ti puoi presentare per gli amici che ancora non ti conoscono ?

Sono Giancarlo Rupolo “sguatteri”, ho lavorato come chimico nell’anatomia patologica di un centro tumori ed ora sono pensionato. Sono appassionato  di fotografia fino dagli anni ‘70.

Da piccolo cosa sognavi di fare?

Da piccolo mi ha sempre affascinato la scienza che mi ha portato a diventare chimico ospedaliero.

La prima foto che hai scattato?

Le prime foto le ho fatte con una Eura Ferrania  e come sempre hanno riguardato i miei figli  fino dalla loro nascita.

Quali sono i fotografi a cui ti ispiri e perché ?

Fino dagli inizi del mio percorso fotografico sono stato affascinato dalla corrente del neorealismo friulano al quale apparteneva anche Gianni Berengo Gardin che poi ho avuto la possibilità di frequentare. Amando la fotografia ho cercato di migliorarmi partecipando a workshop con fotografi che mi aiutassero a superare la mia innata timidezza nel rapporto con le persone. per questo devo ringraziare in particolare modo Romano Cagnoni, Giovanni Marrozzini, Ernesto Bazan, Paul Lowe,  Ziyah Gafic, Francesco Cito e altri.

Cosa non è per te la fotografia ?

Quando si dice “…Oggi è una bella giornata e ho tempo libero per cui vado a fotografare”.

-Qual e` la sfida di ogni scatto?

Riuscire a trasmettere le sensazioni di chi sto ritraendo. Per ottenere questo uso normalmente una focale molto corta, generalmente un obiettivo da 24 mm,  perché fotografando il soggetto molto da vicino i suoi stati d’animo diventano anche miei trasmettendoli poi nella immagine.

Che cos’è la curiosità?

Per me la curiosità è capire le problematiche che affliggono i soggetti che sto ritraendo. Per questo motivo prima di iniziare un progetto studio molto le culture, le tradizioni, le usanze delle genti che andrò a documentare e spesso, mi è successo, di vivere anche con loro.

Chi o cosa ti piacerebbe fotografare ?

Seguendo il mio pensiero, mi piacerebbe raccontare la vita di chi soffre per fare in modo che chi guarda le mie foto, anche se a volte presentate in modo violento, sia costretto a pensare che la vita non è sempre quella rosea che noi conosciamo  ma spesso è drammaticamente dolorosa. Purtroppo questi desideri non sono più realizzabili, come una volta, a causa della età che sta avanzando.

Qual e` il tuo prossimo progetto?

Come ho detto, gli anni avanzano per cui spero di portare a termine la prossima estate il mio ultimo progetto che consiste nel raccontare la vita di alcune donne musulmane di Srebrenica che sono ritornate a vivere nei villaggi da cui erano state allontanate nel 1995 quando c’è stato il genocidio di Srebrenica. Queste donne, in segno di pace, hanno fondato assieme a delle donne serbe una cooperativa di produzione di frutti di bosco e loro derivati. Questo mio desiderio è per completare, in modo positivo, un mio lavoro triste e doloroso fatto nel momento in cui vengono consegnati ai genitori, alle mogli e ai figli i resti degli uomini trucidati durante il genocidio di Srebrenica e ritrovati in piccole fosse comuni.

Quali tappe hai attraversato per diventare il fotografo che sei oggi?

Da foto  amatore, amante del reportage di tipo sociale, ho sviluppato vari progetti tra cui:        la circoncisione nella cultura musulmana, la vita nei campi Rom in Albania, la Romania dopo la caduta di Ceausescu, la vita dei contadini e la storia di un guaritore in una foresta del Camerun, il non tempo all’interno del carcere, la desolazione di Chernobyl e Pripyat, il dolore di Srebrenica e i movimenti di massa durante le ricorrenze religiose.

Che difficoltà hai incontrato lungo il tuo percorso?

Superato il primo impatto ma conoscendo, per averle prima studiate, le situazioni a cui verrò a contatto mi immergo nel progetto facendo tesoro degli insegnamenti di tipo psicologico avuto dai miei maestri, fotografi di guerra, in particolar modo da Roomano Cagnoni e paul Lowe. Monika Bulaj, carissima amica, mi dice sempre che ho anche il vantaggio di avere la pancia.  barba e  capelli bianchi che mostrano serenità.

Quali esperienze decisive hai avuto nell’ambito fotografico?

La fotografia mi ha aiutato a  comprendere i problemi delle comunità e  delle persone con cui sono stato a contatto; problemi che spesso sono causa del loro isolamento sociale, .

Che cosa è necessario per poter cogliere l’attimo giusto?

Essere in sintonia con le situazioni e con ciò che stai ritraendo.

Che rapporto cerchi di instaurare con le persone/soggetti che vuoi ritrarre?

Innanzitutto la massima umanità verso  le persone e il massimo rispetto verso la loro religione, le loro tradizioni e le loro culture. Importante è il comportamento che non deve essere invasivo specialmente quando si sta fotografando quasi a contatto fisico .

Cosa ha influenzato il tuo stile?

L’interesse per le problematiche sociali discusse con Giovanni Marrozzini di cui sono grande amico e lo studio delle persone imparato durante giornate intere passate con Romano Cagnoni spesso davanti a un buon bicchiere di vino.

Quali sono i problemi che riscontri oggi nel fotografare ?

L’età (77 anni) accompagnata da problemi di mobilità mi impediscono di sviluppare i progetti di tipo sociale come piacciono a me. Non è di poco conto anche il Covid che ha limitato la mobilità.

Ci racconti un tuo aneddoto particolare o simpatico?

Ecco due racconti.

Il primo- Quando in Camerun ho raccontato la storia di un guaritore che vive nelle foresta, la sua paziente, una bella ragazza di 18 anni il primo giorno non sapendo che c’ero io la ragazza è giunta in jeans e maglietta ma poi sapendo di essere fotografata i giorni successivi a volte veniva vestita con gonna e pizzi eleganti.

Il secondo-Nel 1990 sono andato in Romania. Sono salito su un tir che portava aiuti a questa

popolazione due mesi dopo il colpo di stato che  aveva portato  all’uccisione di Ceausescu. Nella città di Husi mi sono mescolato tra le persone  per documentare le loro condizioni di vita. Alla mia partenza amici del luogo mi hanno confermato che ero controllato dalla polizia segreta e contemporaneamente c’era chi mi seguiva per la mia sicurezza. Successivamente, controllando le stampe mi sono accorto che tra la gente c’erano spesso gli stessi individui mescolati tra la folla.

https://giancarlorupolo.it/

https://facebook.com/giancarlo.rupolo/

e-mail:  giancarlo-rupolo@libero.it

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