“Racconti Fotografici” Numero 312: intervista a Giulio Aquilani

Bentornati a “Racconti Fotografici” . Eccoci alla 312° edizione: oggi intervistiamo il fotografo Giulio Aquilani, buona lettura.

Ti puoi presentare per gli amici che ancora non ti conoscono ?

Sono del segno del toro, e gia’ ho detto tutto. Nato a Roma nel lontano ’70, cresciuto in provincia, e da 25 anni in Umbria.

Fin dai miei primi anni ho messo in evidenza la mia vena artistica dedicandomi al disegno, alla pittura e alla musica, ma scoprendo verso i 40 l’affascinante mondo della fotografia.

Da piccolo cosa sognavi di fare?

Da piccolo sognavo di fare l’aviatore; sinceramente non so come nacque in me questa idea e passione per gli aerei. Ricordo che iniziai a costruire un piccolo aeromodello di aliante in balza, partendo da un progetto cartaceo. Ad un certo punto mi fermai visto l’impegno arduo; sai come sono i bambini. Comunque nella vita poi ho fatto tutt’altro.

La prima foto che hai scattato?

Sinceramente non ricordo quale sia in assoluto la prima, ma ricordo che durante le mie uscite di pesca in torrente portavo nel gilet sempre una compatta digitale per immortalare quei momenti magici immerso nella natura.

Quali sono i fotografi a cui ti ispiri e perché ?

Bert Stern sicuramente è per me fonte di ispirazione. L’ultimo shooting fatto a Marilyn penso sia un’immensa opera d’arte.

Terry Richardson mi piace per il suo estro e per il suo approccio irriverente capace di “mettere a nudo” personaggi e persone comuni.

Cosa non è per te la fotografia ?

C’è una bella differenza tra scattare e fare foto. Oggi molti pensano e/o meglio non si rendono conto di cosa sia la fotografia. Per me sicuramente, non e’ “scattare”.

Qual e` la sfida di ogni scatto?

E’ quella di riuscire a carpire l’essenza della persona che sta’ di fronte al mio obiettivo o di racchiudere un’emozione dentro l’immagine catturata in quel preciso istante.

Che cos’è la curiosità?

E’ il motore che insieme alla passione fa si che uno possa scoprire e sperimentare, con il passare del tempo, la magica arte delle fotografia e non soltanto.

Chi o cosa ti piacerebbe fotografare ?

Spesso penso alla fortuna dei  fotografi che dei decenni scorsi hanno potuto fotografare volti intensi e dalla bellezza tagliente. Ma visto che questo è ormai irrealizzabile mi piacerebbe poter fotografare personaggi famosi magari oltreoceano dal volto e storia interessanti.

Qual è il tuo prossimo progetto?

In mente ne ho un paio; magari una mia mostra e forse un workshop.

Quali tappe hai attraversato per diventare il fotografo che sei oggi?

Devo ammettere che quando è venuta alla luce questa mia passione, forse un po’ tardi, la stessa mi ha cambiato la vita in quanto è accaduto in un periodo di vita particolare dove in me stavano cambiando gli equilibri. E’ stato come scoprire un oasi nel deserto dopo giorni di camminata senza acqua e cibo. Ho seguito “la chiamata” forse anche a scapito degli affetti ma se tornassi indietro non cambierei una virgola. Ho sperimentato da autodidatta quanto più possibile, almeno per le mie possibilità, leggendo riviste del settore, partecipando a workshop e soprattutto crescendo sul campo tramite shooting da me organizzati.

Che difficoltà hai incontrato lungo il tuo percorso?

Una su tutte, il furto della mia attrezzatura che avevo comprato nel tempo; ripartire da zero, anche mentalmente, non è stato di certo semplice.

Allargando la visuale devo dire che l’Italia non  è un paese in cui un’arte come la fotografia sia apprezzata a fondo e soprattutto rispettata, lavorativamente parlando. Il mio breve periodo milanese ne è stato la conferma; agenzie poco professionali che proponevano collaborazioni sottopagate sono state per me la conferma di quanto pensavo da tempo.

Quali esperienze decisive hai avuto nell’ambito fotografico?

Sicuramente fare foto per eventi e nei locali romani mi ha “forgiato” e mi ha permesso di farmi conoscere in poco tempo almeno in certi ambienti.

Un bellissimo workshop, tenuto dal fotografo Stefano Tealdi, mi ha aperto un mondo su quello che è il rapporto con i flash off camera.

Inoltre la collaborazione con Novella 2000, per la quale ringrazio il Direttore Roberto Alessi per la fiducia concessami, mi ha permesso e mi permette tutt’ora di scattare con personaggi famosi e di organizzare dei bellissimi set dove l’apporto della mia personal stylit, nonché compagna di vita, Deborah Deh è indispensabile.

Che cosa è necessario per poter cogliere l’attimo giusto?

Credo che siano necessari,  “avere l’occhio” ed una certa sensibilità umana, senza le quali non c’è tecnica ed attrezzature che tengano.

Che rapporto cerchi di instaurare con le persone/soggetti che vuoi ritrarre?

Prima di iniziare a scattare, ai soggetti che sono davanti a me,  dico sempre: “questo deve essere un divertimento”. E’ essenziale cercare di smorzare eventuali ansie e/o insicurezze che possono irrigidire la persona. Le foto “si fanno in due”.

Cosa ha influenzato il tuo stile?

Sinceramente non so cosa abbia influenzato il mio stile. Agli inizi ero come una spugna, tutto quello che mi circondava e che incontravo davanti a me era fonte di ispirazione.

Quali sono i problemi che riscontri oggi nel fotografare ?

Quelle che riscontro oggi, per quanto riguarda le persone e soprattutto personaggi più o meno famosi, una poca disponibilità a mettersi in gioco e poca professionalità. Per dirla tutta: “se la tirano”, anche se non potrebbero permetterselo. Non parliamo poi di sedicenti agenti che di professionale hanno ben poco.

Ci racconti un tuo aneddoto particolare o simpatico?

I primi tempi, una mattina in vacanza al mare, davanti ad un’edicola rimasi stupito quando mi ritrovai, quasi senza saperlo, a guardare le copertine delle riviste di moda; ad osservare le inquadrature, i tagli delle immagini. Ad un certo punto mi chiesi: “Giulio ma che ti sta’ succedendo”. Era l’inconsapevole inizio di un percorso fotografico per me inimmaginabile.

Link Personali:

 https://www.instagram.com/giulioaquilani/

 https://giulioaquilani.it/

 

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