“Racconti Fotografici” Numero 59: intervista ad Giuseppe Silvestri

Bentornati a “Racconti Fotografici” eccoci alla 59° edizione , oggi intervistiamo il fotografo Giuseppe Silvestri , buona lettura.

Ti puoi presentare per gli amici che ancora non ti conoscono ?
Giuseppe Silvestri, 50 anni, giornalista professionista al Gruppo Corriere (Corriere dell’Umbria e altri). Sono di Ascoli Piceno, ma da due anni lavoro a Siena con la qualifica di caposervizio dopo averlo fatto anche a Perugia, Grosseto e Terni. Per diversi anni ho collaborato con la Gazzetta dello Sport, un’esperienza che mi ha segnato professionalmente. Scrivo sui giornali da quando avevo 18 anni. Inizialmente di sport (e per sport), poi via via di tutto il resto. Lavoro a parte, ho svariate passioni. La più “normale” è la fotografia, la più “strana” il calcio da tavolo Subbuteo. Ci tengo a puntualizzare che non mi sento affatto un fotografo, ma un semplice appassionato.

Da piccolo cosa sognavi di fare?
Tra le altre cose di scrivere. E’ andata bene. Anche se pensavo più ai libri che ai giornali.

La prima foto che hai scattato?
Frequentavo le elementari. Il primo ricordo simpatico è legato ad una gita organizzata a Capri-Caserta dalla parrocchia. Mia nonna partecipò e mi portò con sé. Io avevo una vecchia macchina fotografica e chiedevo a lei e alle sue amiche di mettersi in posa. Loro credevano che la macchina fosse un giocattolo e se la ridevano quando scattavo. Tornati a casa mio padre fece sviluppare e stampare le foto e loro rimasero a bocca aperta. Non avevo più di 6-7 anni.

Quali sono i fotografi a cui ti ispiri e perché?
Di bravi fotografi è pieno il mondo. Personalmente, lavorando in un quotidiano, apprezzo quelli che sanno cogliere la notizia. Che sanno unire, cioè, alla bravura tecnica, la capacità di individuare un motivo per il quale quello scatto sarà pubblicato. In generale mi piace chi sa cogliere l’attimo.

Cosa non è per te la fotografia ?
Non è un mero esercizio di tecnica. Ci vuole il cuore. Sempre. Come del resto per tutte le cose.

Qual è la sfida di ogni scatto?
Emozionarmi nel farlo, sperando di rivivere le stesse emozioni nel riguardarlo. Se poi le provano anche altri, posso dire di aver vinto la sfida. Non capita spesso.

Che cos’è la curiosità?
Una dote fondamentale e in parte innata. Per un giornalista è una caratteristica imprescindibile. Per un fotografo vale lo stesso concetto.

Chi o cosa ti piacerebbe fotografare?
Natura al primo posto, in tutte le sue sfaccettature. Gli animali sono “modelli” eccezionali: non li puoi mettere in posa, quindi adorabili.

 

Qual è il tuo prossimo progetto?

Amo viaggiare per fotografare e viceversa. Tra le idee l’Islanda, l’Africa, l’Irlanda. Ma il tempo?
Un domani, inoltre, mi piacerebbe allestire una mostra nella mia città. E’ un vecchio sogno mai realizzato.

Quali tappe hai attraversato per diventare il fotografo che sei oggi?
Scattavo con continuità quando si usavano le pellicole. Con l’avvento del digitale mi sono disamorato per un lungo periodo. Non mi sembrava più una sfida poter scattare 100 foto (tanto non costa niente, si diceva) per sceglierne una. Troppo comodo, pensavo. La realtà, come sappiamo, è ben diversa: il “manico” ci vuole sempre. Dieci anni fa ho comprato una Nikon e ho ricominciato.

Che difficoltà hai incontrato lungo il tuo percorso?
Ho sempre dovuto fare i conti con la cronica mancanza di tempo. E’ quello il mio grande cruccio: le giornate di 24 ore sono troppo corte per fare tutto e chi ha una professione intensa come la mia, mette, ovviamente, in secondo piano le proprie passioni.

Quali esperienze decisive hai avuto nell’ambito fotografico?
Da giornalista ho avuto l’opportunità di lavorare accanto a fotografi molto bravi e nelle situazioni più disparate. Da tutti ho sempre cercato di cogliere qualcosa dal punto di vista tecnico, di imparare. Di contro ho provato a far capire loro cosa vuole un giornalista da una foto, quale è lo scatto che “fa notizia”. I fotografi che lavorano per i quotidiani non possono non avere alcune qualità: devono essere rapidi nell’esecuzione, veloci nella consegna, attentissimi ai particolari e anche molto scaltri perché a volte si trovano a lavorare in condizioni difficili.

Che cosa è necessario per poter cogliere l’attimo giusto?
Intuito, concentrazione, curiosità e anche un pizzico di fortuna.

Che rapporto cerchi di instaurare con le persone/soggetti che vuoi ritrarre?
Per strada a volte basta un sorriso. Non amo la foto in posa.

Cosa ha influenzato il tuo stile?
Non credo di aver sviluppato uno stile personale. Non ancora almeno.

Quali sono i problemi che riscontri oggi nel fotografare?
Il problema è sempre lo stesso. Cinque lettere, inizia per T finisce per empo. Dal punto di vista tecnico, mi piacerebbe molto migliorare nella post produzione.

Ci racconti un tuo aneddoto particolare o simpatico?

Visita di Papa Francesco ad Assisi. Sono lì per scrivere, ma ho portato la macchina: non si sa mai. L’incontro tra il Pontefice e i giovani avviene davanti alla chiesa di Santa Maria degli Angeli. La piazza è ovviamente stracolma e sarebbe d’effetto una foto dall’alto, nel palazzo accanto però l’accesso alle finestre dei piani superiori è consentito solo ai frati. Inizio a parlare di fotografia con un giovane francescano, anche lui appassionato. Finisce che gli presto la macchina, lui sale all’ultimo piano e scatta. La foto è stata pubblicata.

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