“Racconti Fotografici” Numero 66: intervista a Salvatore Della Capa

Bentornati a “Racconti Fotografici” eccoci alla 66° edizione , oggi intervistiamo il fotografo Salvatore Della Capa, buona lettura.

Ti puoi presentare per gli amici che ancora non ti conoscono?
Mi chiamo Salvatore Della Capa, ho 34 anni e vivo a Bologna. Lavoro in ambito sociale e amo viaggiare. La fotografia è una mia passione primaria e sto cercando sempre più di farne uno strumento professionale.

Da piccolo cosa sognavi di fare?
Devo ammettere che non ho mai avuto le idee così chiare al riguardo. Ma so che tra i miei desideri di realizzazione era sempre presente un elemento espressivo e creativo costante.

La prima foto che hai scattato?
Non lo ricordo assolutamente, ma so che ho cominciato in analogico, con una stupenda Canon AE1 che ancora conservo e che non venderò mai.

Quali sono i fotografi a cui ti ispiri e perchè?
Ce ne sono tanti. Lascerò perdere i classici che hanno influenzato la fotografia moderna in toto (come Cartier Bressons e Capa), e concentrandomi sull’attualità mi vengono in mente Paolo Pellegrin, Anders Petersen, Eliott Erwitt (anche se ormai anche lui è nella categoria classici) e molti altri.

Cosa non è per te la fotografia ?
Non è un passatempo, non è un’attività ludica né uno strumento per “supportare” la memoria personale – come molti si giustificano quando li becchi a non godersi una momento bello ma a scattare in maniera seriale. Non è qualcosa di puramente estetico né un’ossessione della società dell’immagine.
Qual e` la sfida di ogni scatto?
La sfida è entrare nel soggetto, nella situazione, in modo che racconti qualcosa di autentico. Non deve narrare per forza ciò che vede chi scatta la foto, ma sicuramente qualcosa, anche di differente in base a chi la guarda, ma che sia vero e valido.

Che cos’e` la curiosita`?
Per me la curiosità è voler conoscere le storie, le culture e le persone che stanno dietro, davanti, prima o dopo di esse. Curiosità è anche scoprire cosa vuol dire stare su un limite. Insomma, io le colonne d’Ercole le avrei attraversate!

Chi o cosa ti piacerebbe fotografare?
Non sono sicuro che il punto sia “cosa”, ma piuttosto “come”

Qual e` il tuo prossimo progetto?
Non lo so di preciso. Sicuramente nei miei prossimi viaggi cercherò ancora di produrre reportage attraverso l’obiettivo della mia macchina fotografica

Che cosa è necessario per poter cogliere l’attimo giusto?
Fortuna, innanzitutto! Poi pazienza – che a me manca – e la capacità di vedere con l’occhio come starebbe la situazione all’interno dell’inquadratura di un mirino. Poi, una volta che hai trovato situazione e momento, scatti, tante volte.

Che rapporto cerchi di instaurare con le persone/soggetti che vuoi ritrarre?
Senz’altro un rapporto di comunicazione, cerco di aprire un dialogo, anche se per poco tempo circoscritto. Provo a superare i primi attimi in cui il soggetto di fronte struttura una difesa e attendo che non riesca più a reggere la maschera e quindi la fa cadere. Questo vale soprattutto chiaramente per le persone, ma non solo a pensarci bene. A quel punto cerco di entrare nella sfera nello spazio personale del soggetto per provocarne una reazione, studiarne e coglierne l’autenticità, qualunque essa sia.

Cosa ha influenzato il tuo stile?
Credo tutto ciò che ha in qualche modo influenzato, lungo il mio percorso, anche la persona che sono

Quali sono i problemi che riscontri oggi nel fotografare?
Credo che il fatto che siamo immersi in un vero e proprio bombardamento di immagini quotidiano, metta seriamente in pericolo il valore di quella che può davvero essere chiamata Fotografia. Osservare immagini ovunque, spesso con una costruzione estetica non superficiale, per qualunque pretesto o ragione, credo che non vada a valorizzare la vera essenza dell’immagine stessa, ma la svaluti fortemente, la commercializza, la mercifica, la svuota di alcuni elementi per me molto importanti per qualsiasi espressione artistica, tra questi il potere epifanico che la Fotografia porta con sé.

Ci racconti un tuo aneddoto particolare o simpatico
Durante un viaggio nel Kurdistan turco, ci trovavamo in due a Diyarbakır, senza dubbio gli unici due stranieri presenti in città e per chilometri attorno, mentre passeggiavamo lungo le mura della città vecchia, ovviamente io con la mia reflex al collo, improvvisamente due uomini locali ci fermano e uno di loro mi fa il segno di fare una foto. Un po’ sorpreso annuisco e faccio per inforcare la macchina per scattare loro una fotografia, quando i due mi fermano: non volevano che facessi loro una foto, ma loro volevano fare una foto col cellulare a noi, tanto per loro era strano vedere dei viaggiatori stranieri nella loro città.

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