“Racconti Fotografici” Numero 292: intervista a Marco Marzilli

Bentornati a “Racconti Fotografici” . Eccoci alla 292° edizione: oggi intervistiamo il fotografo Marco Marzilli, buona lettura.

Ti puoi presentare per gli amici che ancora non ti conoscono?

Sono nato nel 1963, quindi sono “Vintage”. Abito in provincia di Frosinone e lavoro in uno stabilimento di produzione automobilistica a Cassino. La Fotografia è il mio hobby principale, assieme all’andare in moto, il cinema, la lettura e la Storia. In relazione a quest’ultima, ho scritto e pubblicato alcuni testi di Storia Militare e, qualche mese fa, il primo volume fotograficamente autobiografico dal titolo “Dai miei occhi solamente”, che contiene i miei migliori scatti.

Da piccolo cosa sognavi di fare?

Il pilota d’aereo… ma a quell’età pensavo anche fosse più facile pilotare un aereo.

La prima foto che hai scattato?

Con una compatta analogica, una Kodak di mio padre, all’età di 14 anni. Fotografai alcuni miei amici e amiche dell’epoca. Purtroppo quelle foto sono andate perdute. Negli anni successivi non continuai a fotografare; ripresi solo molto più tardi con una Yashica Fx 3 Super 2000 e poi con una delle prime digitali, di quelle che facevano foto dal formato “superlativo” di 640 x 480.

Quali sono i fotografi a cui ti ispiri e perché?

Ce ne sarebbero molti; in genere a tutti quelli che sono stati capaci di “cogliere” l’attimo. Vado a memoria: Josef Koudelka, Robert Frank, William Klein, Alex Webb. Per quanto riguarda la ritrattistica mi colpiscono sempre gli scatti di Giovanni Gastel.

Cosa non è per te la fotografia?

Di certo non è scattare per forza quando esco con la fotocamera. Molti tra quelli che conosco, amici perlopiù, spesso ritengono le uscite infruttuose come “tempo perso”. Io le ritengo invece aver fatto un altro passo nella comprensione di cosa meriti di essere immortalato e cosa invece no. Anche questo è “capire” la Fotografia. Nessuna foto scattata è meglio di una cattiva foto scattata.

Qual è la sfida di ogni scatto?

Ritengo che la sfida più grande sia con me stesso, ovvero riuscire a catturare un momento, una posa, un’espressione che riesca a comunicare esattamente ciò che io volevo che comunicasse. Di solito non amo dare un titolo ai miei scatti, credo che se “hai colto l’attimo” non ve ne sia bisogno. Se invece senti la necessità di “indirizzare” chi la guarda verso un concetto attraverso un titolo, forse non hai scattato una buona foto… oppure stai puntualizzando qualcosa che è superfluo.

Che cos’è la curiosità?

Credo che la curiosità sia quella caratteristica che spinge la tua attenzione verso soggetti, situazioni o momenti di cui gli altri nemmeno si accorgono. Ci vuole una grande sensibilità per essere curiosi, per “vedere” anziché semplicemente “guardare”.

Chi o cosa ti piacerebbe fotografare?

Domanda complessa, che merita una risposta articolata: mi piacerebbe fare Street a New York e a Tokio per esempio, così come non so cosa darei per fotografare i paesaggi esotici. Infine, vorrei fare più ritrattistica di quella che realizzo normalmente.

Qual è il tuo prossimo progetto?

Sto lavorando con una Fotografa locale alla riedizione di una nota fiaba in una chiave un po’ particolare, molto “Dark” e dall’epilogo totalmente riscritto. Era un progetto nato circa un anno fa, ma la Pandemia ci ha ostacolato. Spero, quando tutto sarà passato, di riuscire a realizzarlo.

Quali tappe hai attraversato per diventare il fotografo che sei oggi?

Credo che il mio approccio alla Fotografia sia stato un po’ simile a quello di molti che si sono avvicinati alla materia da autodidatti. Sono pertanto passato (come tanti) per gli scatti “da turista”, per poi perfezionarmi via via grazie anche ai consigli di persone più brave di me, “rubando” il loro “vedere” e guardando molte, moltissime, foto dei Maestri. L’era di Internet mi ha facilitato molto il compito di apprendimento… in pratica se lo sai usare è un’enciclopedia immensa e, soprattutto, gratuita.

Che difficoltà hai incontrato lungo il tuo percorso?

All’inizio ricordo che non riuscivo a padroneggiare bene “il mezzo” (ovvero la fotocamera) con sufficiente dimestichezza e velocità. E più andavo su macchine evolute, più questa difficoltà si palesava. Da lì ho compreso che non sarei riuscito a “correre” se non imparavo prima a “camminare” bene. Ho speso pertanto giorni, settimane, mesi in uscite dove l’obiettivo non era fotografare, ma imparare ad usare la Fotocamera. Parallelamente, ho approfondito la teoria e ho cercato di unire quest’ultima (il “software”) alla macchina (“L’Hardware”). Posso dire di aver imparato qualcosa solo da quando ho posizionato la rotella della Fotocamera su “M”, abbandonando tutte le altre modalità se non in casi eccezionali.

 

Quali esperienze decisive hai avuto nell’ambito fotografico?

Sicuramente quelle relative ad una lunga esperienza come Fotografo di Ricostruzione Storica per svariati eventi qui in Italia, cosa che poi ha portato a svariate pubblicazioni contenenti i miei scatti. Essere il Fotografo ufficiale di un Gruppo di Roma mi ha concesso di avere ogni volta decine e decine di soggetti a disposizione che non aspettavano altro che io li fotografassi. Il perfezionamento che ho raggiunto con loro è la chiave di molto di quello che so oggi.

Che cosa è necessario per poter cogliere l’attimo giusto?

Una grande sensibilità, attenzione e spirito di osservazione. Quando cammini per la città con la fotocamera in mano non è permesso distrarsi; devi essere sempre concentrato, in “caccia”. Per questo non amo le uscite di gruppo, sono una sorta di “animale solitario”.  Per “vedere” mentre stai “guardando” devi essere da solo… tu e la persona, il luogo, il momento o la situazione che si sta delineando davanti a te. Spesso devi saper anticiparne l’andamento prima ancora che si verifichi.

Che rapporto cerchi di instaurare con le persone/soggetti che vuoi ritrarre?

Ho scattato poche volte con soggetti abituati a posare, pertanto ho dovuto sempre “costruire” letteralmente un rapporto di fiducia con la persona che avevo di fronte, instaurando un feeling amichevole, improntato sulla massima naturalezza e, soprattutto, sulla massima correttezza nei modi, nel linguaggio e nei comportamenti.

Cosa ha influenzato il tuo stile?

Ecco una domanda alla quale non mi è facile rispondere. Forse ritengo che sia stata la ricerca continua di rendere particolare anche un momento, una situazione, un luogo del tutto “normali”. Un Fotografo del resto non vede le cose così come le vedono i “Non Fotografi”.

Quali sono i problemi che riscontri oggi nel fotografare?

I problemi che incontro riguardano più che altro l’ambito della Fotografia di Strada. Le leggi sulla privacy, quelle sui minori e la sensibilità della gente fanno in modo che si debba prestare sempre la massima attenzione a non ledere i diritti fondamentali delle persone e non sempre è possibile scattare stando bene attenti a far sì che la foto evidenzi un ambito pubblico piuttosto che un momento privato.

Ci racconti un tuo aneddoto particolare o simpatico?

Oh, ce ne sarebbero. Dalle volte che sono uscito dimenticando le schede di memoria a quella dove, nel mercato di Porta Portese a Roma, ho scattato delle ottime foto di strada ma la scheda difettosa le ha memorizzate in modo da renderle poi illeggibili. Una volta ho addirittura dimenticato in un bar la borsa con due fotocamere… fortunatamente me ne sono accorto in tempo.

 

Come vedi il rapporto tra Fotografi e Fotoamatori?

Ho un grande rispetto per i Fotografi di mestiere. Sono persone che hanno investito, spesso pagano affitti per i loro studi e sono sottoposti a tassazioni a mio avviso eccessive (come tutti i professionisti). L’avvento del digitale poi ha aperto le porte all’accessibilità estesa al mondo delle fotocamere e sovente i Fotografi si ritrovano ad avere una concorrenza (peraltro spesso nemmeno qualificata) molto più vasta di quanto non ne avessero prima, quando c’era solo l’analogico.

Capisco pertanto un certo astio verso la situazione generale; comprendo però meno l’acredine che più di uno di loro manifesta a prescindere verso i Fotoamatori, specie tenendo conto del fatto che questi ultimi rappresentano “La continuazione della specie”. Nessun Fotografo (al netto di poche eccezioni “Mozartiane”), nemmeno quelli chiamati “Maestri”, ha iniziato sfornando capolavori… e se non ci fosse un ricambio si estinguerebbero con il tempo come i dinosauri.

In fondo ritengo che basterebbe saper rimanere ognuno al proprio posto, senza “invasioni di campo” deleterie e/o scorrette.

 

 

 

Sito personale: www.marcomarzilli.it

Instagram: marco_marzilli_photography

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