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Workflow professionali

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C’è un momento, nel percorso di un fotografo, in cui ci si accorge che fotografare non significa più soltanto uscire con una macchina fotografica, realizzare qualche immagine e tornare a casa.

All’inizio è esattamente così.

Prendiamo la fotocamera, scegliamo un luogo, osserviamo la luce, fotografiamo quello che ci interessa e poi, magari, scarichiamo le immagini sul computer.

È un processo semplice.

Ed è anche il modo più naturale per iniziare.

Poi, però, le fotografie aumentano.

Arrivano i primi progetti.

Le prime sessioni più strutturate.

I primi lavori per altre persone.

Cominciamo ad avere centinaia, poi migliaia di file.

Le fotografie devono essere selezionate, sviluppate, corrette, esportate, consegnate, archiviate.

E improvvisamente ci rendiamo conto che il tempo trascorso con la macchina fotografica in mano è soltanto una parte di tutto il lavoro.

Il resto accade prima e dopo lo scatto.

È proprio in questo momento che diventa importante parlare di workflow.

Una parola che può sembrare fredda, tecnica, quasi appartenente al mondo aziendale.

In realtà descrive qualcosa di molto semplice: il modo in cui facciamo scorrere il nostro lavoro da un passaggio all’altro, dall’idea iniziale fino all’immagine finita e archiviata.

Un buon workflow non rende automaticamente migliori le nostre fotografie.

Non ci insegna a comporre.

Non sostituisce la creatività.

Non ci insegna a leggere la luce.

Fa però qualcosa di altrettanto importante: ci permette di non sprecare energie in tutto ciò che viene intorno alla fotografia.

E quando il lavoro organizzativo funziona, possiamo dedicare più attenzione alla parte che ci interessa davvero.


Quando la fotografia diventa un processo

Immaginiamo due situazioni.

Nella prima, abbiamo appena terminato un servizio fotografico.

Torniamo a casa con due schede di memoria piene.

Le colleghiamo al computer.

Copiamo le fotografie in una cartella che chiamiamo semplicemente “Foto nuove”.

Dopo qualche giorno iniziamo a guardarle.

Ne selezioniamo alcune.

Poi ne sviluppiamo altre.

Creiamo una cartella chiamata “Foto finali”.

Poi una “Foto finali 2”.

Poi una “Foto finalissime”.

A un certo punto non ricordiamo più quale sia la versione corretta.

Alcune fotografie sono sul computer.

Altre su un disco esterno.

Altre ancora probabilmente sono rimaste sulla scheda.

E quando il cliente ci chiede, qualche mese dopo, di recuperare una determinata immagine, iniziamo a cercare.

Questa situazione è molto più comune di quanto si possa immaginare.

Ora immaginiamo invece di terminare lo stesso servizio sapendo esattamente cosa succederà.

Le fotografie vengono trasferite.

I dati vengono verificati.

Viene creata una copia di sicurezza.

Il lavoro viene catalogato.

La selezione segue un criterio.

Lo sviluppo avviene sulle fotografie scelte.

Le immagini vengono esportate secondo le necessità.

La consegna viene controllata.

Il progetto viene infine archiviato.

La differenza non è nella qualità delle fotografie.

La differenza è nella qualità del processo.

Ed è questo che distingue spesso un modo amatoriale da un modo professionale di lavorare.


Il workflow comincia prima di scattare

Potrebbe sembrare strano parlare di workflow prima ancora di aver preso in mano la macchina fotografica.

Eppure è proprio lì che comincia.

Prima di un lavoro dovremmo sapere cosa stiamo andando a fare.

Non necessariamente ogni dettaglio.

La fotografia mantiene sempre una componente di imprevedibilità.

Ma dobbiamo conoscere almeno il contesto.

Chi ci ha commissionato il lavoro?

Qual è l’obiettivo?

Quali immagini servono?

Dove verranno utilizzate?

Quanto materiale è necessario?

Quali sono le scadenze?

Quale sarà il formato finale?

Ci sono immagini indispensabili?

Ci sono persone, prodotti, ambienti o situazioni che devono necessariamente essere fotografati?

Sono domande apparentemente semplici.

Ma possono cambiare completamente il modo in cui affrontiamo il servizio.


Fotografare senza sapere dove finirà la fotografia

Questo è un aspetto particolarmente importante.

Non tutte le fotografie hanno la stessa destinazione.

Una fotografia destinata a una stampa di grandi dimensioni richiede esigenze differenti rispetto a una fotografia che verrà pubblicata su un social network.

Un’immagine per una pagina web potrebbe avere bisogno di essere ottimizzata per il caricamento.

Una fotografia destinata a una pubblicazione potrebbe richiedere una risoluzione e una gestione del colore differenti.

Un servizio editoriale potrebbe richiedere sia fotografie verticali sia orizzontali.

Un’immagine pubblicitaria potrebbe dover lasciare spazio per un titolo o per del testo.

Queste informazioni non riguardano soltanto la fase finale.

Possono influenzare la fotografia stessa.

Sapere dove finirà un’immagine significa sapere, almeno in parte, come conviene costruirla.


Il brief come punto di partenza

Quando lavoriamo per un cliente, il brief diventa quindi una parte fondamentale del workflow.

Non deve necessariamente essere un documento complicato.

Può essere una conversazione.

Una mail.

Un incontro.

Una serie di appunti.

L’importante è raccogliere le informazioni essenziali.

Un fotografo professionista non dovrebbe avere paura di fare domande.

Anzi, fare le domande giuste prima del servizio è spesso una dimostrazione di professionalità.

“Quante immagini vi servono?”

“Dove verranno pubblicate?”

“Avete bisogno anche di verticali?”

“Qual è la scadenza?”

“Ci sono fotografie che considerate indispensabili?”

“Chi sceglierà le immagini?”

“Come desiderate ricevere il materiale?”

Sono domande che possono sembrare operative, ma che in realtà ci aiutano a capire che cosa significa per il cliente un lavoro riuscito.


Preparare l’attrezzatura è già parte del lavoro

Il workflow continua con la preparazione.

Qui entriamo in un territorio molto concreto.

Batterie.

Schede.

Obiettivi.

Flash.

Treppiede.

Accessori.

Caricabatterie.

Eventuali cavi.

Computer, quando necessario.

Materiale di supporto.

Non esiste una regola secondo cui un fotografo professionista debba portarsi dietro tutto quello che possiede.

Anzi, un buon workflow dovrebbe permetterci di fare esattamente il contrario.

Portare ciò che serve.

La preparazione dovrebbe essere proporzionata al lavoro.

Per un evento potremmo avere necessità completamente diverse rispetto a un servizio di architettura.

Per un ritratto in studio avremo un’attrezzatura ancora differente.

Con il tempo possiamo costruire checklist specifiche per i diversi tipi di lavoro.

E una checklist non è un segno di inesperienza.

È il contrario.

Significa aver capito che la memoria può tradirci proprio quando siamo stanchi, di fretta o sotto pressione.


La scheda di memoria non è un archivio

Questo concetto merita di essere sottolineato.

Una scheda di memoria serve a registrare le fotografie.

Non a conservarle nel tempo.

Quando torniamo da un servizio, la scheda contiene materiale importante ma non dovrebbe essere considerata la nostra copia di sicurezza.

Prima di formattarla dobbiamo aver trasferito i dati e verificato che siano effettivamente disponibili.

Sembra una procedura elementare.

Ma molte situazioni spiacevoli nascono proprio dalla fretta.

“Ho copiato tutto.”

Sì, ma è davvero tutto?

I file si aprono?

La copia è completa?

Il disco funziona?

Esiste una seconda copia?

Un workflow professionale non si basa sulla speranza che tutto sia andato bene.

Prevede un sistema per verificare che sia andato bene.


Il backup non è una fase secondaria

Possiamo spendere migliaia di euro in attrezzatura e poi conservare un lavoro importante in un’unica copia.

È una contraddizione.

La sicurezza dei dati dovrebbe essere considerata parte integrante del lavoro fotografico.

Non esiste una soluzione unica valida per tutti.

Possiamo utilizzare dischi esterni, sistemi NAS, backup automatici, servizi cloud o combinazioni di queste soluzioni.

L’importante è ragionare in termini di ridondanza.

Se un disco si rompe, cosa succede?

Se il computer viene rubato?

Se un file viene cancellato accidentalmente?

Se una cartella viene danneggiata?

Un workflow serio non elimina tutti questi rischi.

Fa qualcosa di più realistico:

riduce le conseguenze di un problema.


La regola più importante: sapere sempre qual è l’originale

Quando iniziamo a creare versioni differenti delle fotografie, può nascere rapidamente confusione.

Abbiamo il RAW.

Poi una versione sviluppata.

Poi una fotografia modificata.

Poi una versione per il web.

Poi una per il cliente.

Poi magari una versione ritagliata.

Se non abbiamo una struttura chiara, dopo qualche mese potremmo non sapere più quale sia il file principale.

Per questo dobbiamo distinguere mentalmente almeno tre concetti:

originale,
lavorazione,
output finale.

Il RAW rappresenta il punto di partenza.

La lavorazione rappresenta ciò che facciamo per trasformarlo.

L’output è ciò che consegniamo o pubblichiamo.

Separare questi livelli ci permette di tornare indietro senza perdere il lavoro precedente.


Non distruggere l’originale

Questo principio è alla base di qualsiasi workflow moderno.

Quando possibile, lavoriamo in modo non distruttivo.

Il RAW rimane intatto.

Le modifiche vengono registrate separatamente o attraverso strumenti che permettono di tornare sui propri passi.

Questo è uno dei motivi per cui software di catalogazione e sviluppo RAW sono diventati così importanti nel lavoro fotografico.

Possiamo cambiare idea.

Possiamo sviluppare nuovamente la stessa fotografia.

Possiamo creare una seconda interpretazione.

Possiamo tornare alla versione precedente.

La fotografia digitale ci offre una possibilità enorme:

possiamo sperimentare senza necessariamente distruggere ciò che avevamo fatto prima.


L’archivio non è una semplice cartella

Quando abbiamo poche fotografie, una cartella può essere sufficiente.

Quando il nostro lavoro cresce, l’archivio diventa qualcosa di molto più importante.

Pensiamo a un fotografo che, dopo dieci anni, ha centinaia di migliaia di immagini.

Se l’organizzazione è buona, quel patrimonio è ancora utilizzabile.

Se è caotica, diventa quasi impossibile sfruttarlo.

Un archivio ben organizzato dovrebbe permetterci di rispondere rapidamente a domande come:

“Dove sono le fotografie di quel progetto?”

“Quali immagini ho realizzato in quella città?”

“Quali fotografie ho fatto per quel cliente?”

“Quali sono le fotografie già consegnate?”

“Quali immagini posso utilizzare per il mio portfolio?”

La vera qualità di un archivio non è quindi quanto appare ordinato.

È quanto è facile utilizzarlo.


Organizzare per ritrovare, non per complicare

Uno degli errori più frequenti consiste nel costruire strutture di cartelle estremamente complesse.

Dieci livelli di sottocartelle.

Nomi lunghissimi.

Codici che soltanto noi comprendiamo.

Regole che dopo qualche mese dimentichiamo.

Il sistema ideale è molto più semplice.

Deve essere intuitivo.

Deve essere ripetibile.

E soprattutto deve funzionare anche quando siamo stanchi.

Se ogni volta dobbiamo ricordare una procedura complicata, prima o poi smetteremo di seguirla.

Un buon workflow non dovrebbe richiedere uno sforzo mentale enorme.

Dovrebbe diventare una consuetudine.


La selezione è il primo vero momento critico

Dopo il trasferimento dei file arriva uno dei passaggi più importanti:

la selezione.

Qui il fotografo deve imparare a fare qualcosa di difficile.

Rinunciare.

Se abbiamo realizzato mille fotografie, non dobbiamo necessariamente svilupparle tutte.

Se abbiamo cinque fotografie quasi identiche, probabilmente non servono tutte.

Se abbiamo dieci fotografie dello stesso momento, dobbiamo scegliere.

E scegliere significa anche eliminare.

È una delle competenze che distinguono un fotografo che produce semplicemente molte immagini da un fotografo che sa costruire un lavoro.


La fotografia che amiamo non è sempre quella che funziona

Questo è un altro passaggio importante.

Potremmo essere affezionati a una fotografia perché ricordiamo perfettamente il momento in cui l’abbiamo realizzata.

Ma chi la guarda senza conoscere quella storia potrebbe non provare la stessa cosa.

Dobbiamo quindi imparare a creare una certa distanza.

La fotografia deve essere valutata anche per ciò che comunica da sola.

È una delle ragioni per cui la selezione richiede tempo.

Quando torniamo su un lavoro dopo qualche giorno, l’emozione del momento è già più lontana.

Possiamo guardare le fotografie con occhi più obiettivi.


Una buona selezione fa risparmiare ore

C’è anche un aspetto molto concreto.

Se selezioniamo male, lavoriamo troppo.

Immaginiamo di avere 800 fotografie e di svilupparne 300 quando il lavoro finale ne richiede 60.

Abbiamo moltiplicato il nostro tempo di post-produzione.

Se invece facciamo una selezione rigorosa e arriviamo a 100 fotografie prima dello sviluppo, il lavoro diventa molto più gestibile.

La selezione quindi non è soltanto una fase creativa.

È anche una fase di ottimizzazione del lavoro.


Sviluppare non significa semplicemente correggere

Quando arriviamo alla post-produzione, il workflow dovrebbe continuare con una certa logica.

Prima di tutto dobbiamo ricordare una cosa:

sviluppare una fotografia non significa soltanto correggere gli errori.

Significa interpretarla.

Una stessa fotografia può avere più sviluppi possibili.

Possiamo scegliere un contrasto morbido oppure deciso.

Colori naturali oppure più caratterizzati.

Ombre profonde oppure aperte.

Un trattamento neutro oppure più personale.

Lo sviluppo fa quindi parte del linguaggio fotografico.

Ma proprio per questo deve essere affrontato con un metodo.


Il metodo prima dell’effetto

Uno degli errori più comuni nella post-produzione consiste nel cercare immediatamente l’effetto.

Preset.

Filtri.

Contrasto.

Color grading.

Effetti creativi.

Ma prima dobbiamo capire cosa vogliamo ottenere.

Qual è l’atmosfera?

Qual è il soggetto?

Quale parte dell’immagine deve attirare l’attenzione?

La luce deve essere morbida o drammatica?

Il colore deve essere realistico oppure interpretato?

Una volta chiarita l’intenzione, gli strumenti diventano molto più semplici da scegliere.


Il workflow permette di essere coerenti

Quando lavoriamo su molte fotografie dello stesso servizio, la coerenza diventa importante.

Non vogliamo che una fotografia abbia colori completamente differenti dalla successiva senza una ragione.

Per questo possiamo utilizzare regolazioni di base, sincronizzazioni, preset o altri strumenti che accelerano il lavoro.

Ma dobbiamo stare attenti a non trasformare la coerenza in uniformità automatica.

Ogni fotografia può richiedere piccoli interventi.

Il workflow deve aiutarci a partire da una base comune, non a eliminare il nostro giudizio.


Quando entra in gioco Photoshop

Non tutte le fotografie hanno bisogno dello stesso livello di intervento.

Alcune possono essere completate nello sviluppo RAW.

Altre richiedono interventi più complessi.

Rimozione di elementi.

Ritocchi.

Composizioni.

Mascherature avanzate.

Correzioni precise.

Il workflow professionale dovrebbe quindi prevedere anche quando una fotografia passa da un software all’altro.

Non dobbiamo usare Photoshop semplicemente perché possiamo.

Lo utilizziamo quando il lavoro richiede qualcosa che possiamo fare meglio con quello strumento.

Anche qui il principio è sempre lo stesso:

ogni passaggio deve avere una ragione.


Esportare è parte del processo creativo

A volte consideriamo l’esportazione come una formalità.

Non lo è.

Una fotografia può essere perfettamente sviluppata e poi essere presentata male.

Dimensioni sbagliate.

Compressione eccessiva.

Profilo colore non adatto.

Nitidezza non corretta.

Formato non appropriato.

Il risultato finale può essere molto diverso da quello che avevamo sul monitor.

Per questo è utile avere procedure di esportazione predefinite per le destinazioni più frequenti.

Web.

Social.

Stampa.

Consegna al cliente.

Archivio.

In questo modo possiamo lavorare più velocemente e, soprattutto, ridurre gli errori.


Il cliente non vede il workflow

Ed è giusto che sia così.

Il cliente non dovrebbe preoccuparsi di sapere come abbiamo organizzato le cartelle o quale metodo abbiamo utilizzato per fare il backup.

Vede il risultato.

Ma proprio perché non vede il workflow, dobbiamo costruirlo bene.

Un buon sistema lavora dietro le quinte.

Il cliente riceve il lavoro nei tempi stabiliti.

I file sono corretti.

La comunicazione è chiara.

Le fotografie sono coerenti.

Se qualche mese dopo serve recuperare un’immagine, possiamo farlo.

Questa è professionalità.

Non qualcosa che deve essere necessariamente mostrato.

Qualcosa che deve funzionare.


La consegna è un momento delicato

La fase della consegna merita particolare attenzione.

Non basta inviare un link con una cartella piena di file.

Dobbiamo sapere cosa stiamo consegnando.

Quante fotografie?

Quali versioni?

Quali formati?

Quali dimensioni?

Con quale metodo?

Entro quale data?

Una consegna ordinata comunica attenzione.

Possiamo anche utilizzare una galleria online quando il tipo di lavoro lo permette, in modo che il cliente possa visualizzare e scaricare il materiale con maggiore facilità.

Ancora una volta, il workflow non riguarda soltanto la fotografia.

Riguarda l’intera esperienza.


E dopo la consegna?

Qui molti fotografi considerano il lavoro concluso.

In realtà manca ancora un passaggio.

L’archiviazione.

Una volta consegnato il progetto, dobbiamo assicurarci che il materiale sia conservato in modo coerente.

Il lavoro potrebbe servirci nuovamente.

Potremmo ricevere una richiesta dopo sei mesi.

Potremmo aver bisogno di una fotografia per il nostro portfolio.

Potremmo dover ristampare un’immagine.

Potremmo dover preparare una nuova versione.

Se il lavoro è stato archiviato correttamente, recuperarlo sarà semplice.

Se invece abbiamo cancellato tutto appena terminata la consegna, potremmo trovarci davanti a un problema.


Il workflow deve prevedere anche il futuro

Questo è uno degli aspetti più interessanti.

Quando archiviamo una fotografia, non dovremmo pensare soltanto a oggi.

Dovremmo pensare a noi stessi tra cinque o dieci anni.

Saremo ancora in grado di capire quella struttura?

Riusciremo a trovare il progetto?

Sapremo quali file sono gli originali?

Avremo ancora accesso ai supporti utilizzati?

I software saranno ancora compatibili?

Il workflow professionale dovrebbe quindi essere progettato anche per la longevità.

Non significa complicare tutto.

Significa evitare di costruire un sistema che funziona soltanto nel presente.


Automatizzare senza perdere il controllo

La tecnologia può aiutarci molto.

Possiamo automatizzare backup.

Sincronizzazioni.

Rinomina dei file.

Esportazioni.

Creazione di cartelle.

Catalogazione di alcune informazioni.

Ma dobbiamo evitare un equivoco.

Automatizzare non significa smettere di controllare.

Un sistema automatico può fare esattamente ciò che gli abbiamo chiesto.

Anche quando abbiamo sbagliato a impostarlo.

Per questo le automazioni devono essere periodicamente verificate.

La tecnologia deve ridurre il lavoro ripetitivo.

Non eliminare la nostra responsabilità.


Il workflow ideale è quasi invisibile

Quando un sistema è veramente ben costruito, arriva un momento in cui smettiamo quasi di accorgerci che esiste.

Finito il servizio, sappiamo cosa fare.

Trasferiamo.

Verifichiamo.

Facciamo il backup.

Cataloghiamo.

Selezioniamo.

Sviluppiamo.

Esportiamo.

Consegniamo.

Archiviamo.

Non dobbiamo ogni volta reinventare il processo.

Questo è il punto di arrivo.

Non avere un workflow complicato.

Avere un workflow che funziona senza occupare spazio mentale.


Non esiste un workflow professionale uguale per tutti

È importante ribadirlo.

Il workflow di un fotografo sportivo può essere completamente diverso da quello di un fotografo di architettura.

Chi fotografa eventi potrebbe gestire migliaia di immagini in una sola giornata.

Chi realizza still life potrebbe produrre pochissime fotografie, ma dedicare molto tempo a ciascuna.

Chi lavora nel reportage potrebbe avere necessità particolari nella gestione dei file sul campo.

Chi lavora prevalentemente su progetti personali potrebbe avere un processo molto più libero.

Quindi non dobbiamo cercare il workflow perfetto.

Dobbiamo costruire il nostro workflow.


Il workflow deve adattarsi al fotografo

Questa è una differenza importante.

Non siamo noi che dobbiamo diventare schiavi del sistema.

È il sistema che deve aiutarci.

Se una procedura è troppo complessa, semplifichiamola.

Se una fase genera continuamente errori, cambiamola.

Se una cartella non ci serve, eliminiamola.

Se un’attività può essere automatizzata, valutiamo di farlo.

Un workflow non è qualcosa che costruiamo una volta e poi non tocchiamo più.

Dovrebbe evolversi insieme a noi.


Costruire un workflow partendo dai propri problemi

Un buon modo per costruire il nostro sistema è partire dagli errori reali.

Non dai sistemi degli altri.

Pensiamo alle ultime sessioni fotografiche.

Dove abbiamo perso tempo?

Dove abbiamo avuto difficoltà?

Abbiamo cercato un file che non trovavamo?

Abbiamo dimenticato di fare un backup?

Abbiamo esportato una fotografia con le impostazioni sbagliate?

Abbiamo sviluppato troppe immagini?

Abbiamo consegnato una versione non corretta?

Abbiamo perso tempo a cercare una fotografia nell’archivio?

Ogni problema è un’indicazione.

Ci sta dicendo:

“Qui il tuo workflow può essere migliorato.”


Un piccolo progetto per costruire il proprio sistema

Possiamo fare un esercizio concreto.

Scegliamo un lavoro recente.

Ripercorriamolo dall’inizio.

Prima ancora di fotografare.

Poi durante il servizio.

Poi al rientro.

Poi davanti al computer.

Poi nella consegna.

Poi nell’archiviazione.

Scriviamo tutti i passaggi.

A questo punto osserviamo la sequenza e chiediamoci:

Dove sono stato efficiente?

Dove ho perso tempo?

Dove ho rischiato di perdere dati?

Dove ho preso decisioni inutili?

Quale passaggio potrei rendere più semplice?

Quale potrei automatizzare?

Quale devo invece mantenere sotto il mio controllo?

Questa analisi è già l’inizio di un workflow professionale.


Una buona organizzazione libera creatività

Alla fine torniamo al punto di partenza.

Perché dovremmo dedicare così tanta attenzione all’organizzazione?

Perché il nostro tempo e la nostra attenzione sono risorse limitate.

Ogni minuto passato a cercare un file è un minuto che non stiamo dedicando alla fotografia.

Ogni errore di archiviazione può diventare un problema.

Ogni consegna fatta male può generare lavoro aggiuntivo.

Ogni procedura ripetuta inutilmente consuma energia.

Un buon workflow non serve quindi soltanto a essere ordinati.

Serve a proteggere la nostra attenzione.

E per un fotografo questa è una risorsa preziosa.


Il professionista non è quello che non sbaglia

Un workflow perfetto non esiste.

Anche i professionisti possono dimenticare qualcosa.

Un file può corrompersi.

Un disco può guastarsi.

Un’esportazione può essere sbagliata.

Una consegna può richiedere una correzione.

La professionalità non consiste nell’eliminare ogni possibile problema.

Consiste nel costruire un sistema che riduca la probabilità che accada e che, quando accade, permetta di gestirlo.

È una differenza importante.

Non lavoriamo per avere la certezza che nulla andrà storto.

Lavoriamo per essere preparati quando qualcosa andrà storto.


La fotografia come sistema

Arrivati a questo punto del percorso, possiamo quindi guardare alla fotografia in modo diverso.

Non abbiamo più soltanto:

scatto → fotografia

Abbiamo qualcosa di molto più articolato:

idea → preparazione → acquisizione → sicurezza → selezione → interpretazione → post-produzione → esportazione → presentazione → consegna → archiviazione.

La fotografia è il cuore.

Ma intorno a quel cuore esiste un sistema.

E imparare a governarlo significa fare un altro passo verso una fotografia più consapevole.


Conclusione

Un workflow professionale non è una serie di regole rigide.

È un modo di lavorare.

È la capacità di sapere cosa fare prima, durante e dopo una sessione fotografica.

È sapere dove sono i propri file.

È sapere che gli originali sono al sicuro.

È sapere come selezionare.

È sapere come sviluppare.

È sapere come esportare.

È sapere cosa consegnare.

Ed è soprattutto sapere che, quando un lavoro è finito, non deve ricominciare da zero la volta successiva.

Il workflow è memoria organizzata.

È esperienza trasformata in metodo.

È il risultato di tutti gli errori che abbiamo commesso e deciso di non ripetere.

Con il tempo diventa quasi invisibile.

Non lo pensiamo più.

Semplicemente lavoriamo.

E questa è forse la sua qualità più importante.

Perché quando tutto ciò che è organizzativo funziona, possiamo tornare a concentrarci su ciò che nessun workflow può fare al posto nostro.

Possiamo tornare a osservare.

A cercare.

A intuire.

A scegliere.

A rischiare.

A raccontare.

A fotografare.

Un buon workflow non rende il fotografo meno creativo.

Gli restituisce il tempo e l’attenzione necessari per esserlo.

E quando il metodo diventa abbastanza solido da sostenerci senza limitarci, possiamo finalmente comprendere una cosa:

la professionalità non sta soltanto nella fotografia che realizziamo, ma nel modo in cui riusciamo a portarla dall’idea iniziale fino alla sua forma definitiva, senza perdere per strada né il controllo del lavoro né la nostra libertà creativa.

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