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Gestione del colore

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Gestione del colore

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Ci sono fotografie che sul nostro monitor sembrano perfette e che, una volta pubblicate online o stampate, sembrano improvvisamente diverse.

I colori possono apparire più spenti.

La pelle può diventare troppo calda.

Un cielo può perdere profondità.

Le ombre possono assumere una dominante.

Un rosso intenso può trasformarsi in qualcosa di completamente diverso.

E spesso la prima reazione è pensare che ci sia qualcosa che non va nella fotografia.

In realtà, il problema potrebbe essere un altro.

Potremmo semplicemente non aver gestito correttamente il colore lungo il percorso che porta dal sensore alla fotografia finale.

È questo il motivo per cui la gestione del colore è un argomento importante per chiunque voglia prendere sul serio la fotografia digitale.

Non riguarda soltanto i professionisti della stampa, gli studi fotografici o chi lavora con monitor costosi.

Riguarda anche chi fotografa per passione, pubblica sul web, realizza un fotolibro, prepara un portfolio o semplicemente vuole essere sicuro che ciò che vede sul proprio computer corrisponda il più possibile a ciò che ha intenzione di mostrare agli altri.

Perché una fotografia non nasce soltanto quando premiamo il pulsante di scatto.

Il suo colore attraversa un percorso.

Sensore.

File RAW.

Software.

Monitor.

Profilo colore.

Esportazione.

Browser.

Smartphone.

Stampa.

Ogni passaggio può interpretare quel colore in modo diverso.

Imparare a gestire questo percorso significa quindi imparare a mantenere sotto controllo l’identità cromatica della nostra fotografia.


Il colore non è un dettaglio

Quando parliamo di fotografia, spesso pensiamo immediatamente alla composizione, alla luce, alla nitidezza e all’esposizione.

Il colore, invece, viene qualche volta considerato quasi come una caratteristica secondaria.

Non lo è.

Il colore può cambiare completamente il significato di un’immagine.

Una scena può apparire calda, accogliente e intima oppure fredda, distante e malinconica.

Un ritratto può trasmettere naturalezza oppure apparire artificiale.

Un paesaggio può sembrare realistico oppure assumere un carattere quasi pittorico.

Una fotografia di prodotto può apparire professionale oppure poco affidabile semplicemente perché il colore dell’oggetto non corrisponde a quello reale.

Il colore è quindi parte del linguaggio fotografico.

E proprio perché è parte del linguaggio, dobbiamo poterlo controllare.


Che cosa significa davvero “gestire il colore”?

Gestire il colore non significa semplicemente rendere le fotografie più colorate.

Non significa aumentare la saturazione.

Non significa utilizzare colori particolarmente intensi.

E non significa nemmeno fare in modo che tutte le fotografie abbiano colori identici.

Significa fare in modo che i colori vengano interpretati e riprodotti nel modo più coerente possibile durante le diverse fasi del nostro lavoro.

Quando scattiamo una fotografia, il sensore registra informazioni.

Quando apriamo il RAW, il software interpreta quelle informazioni.

Quando lavoriamo davanti al monitor, osserviamo una rappresentazione di quei dati.

Quando esportiamo la fotografia, scegliamo come quei colori devono essere codificati.

Quando la fotografia viene visualizzata da qualcun altro, un altro dispositivo deve interpretarli.

Quando stampiamo, entriamo ancora in un altro mondo.

La gestione del colore serve proprio a mantenere il controllo durante questo viaggio.


Il viaggio del colore

Possiamo immaginare il nostro file fotografico come un viaggiatore.

Parte dalla fotocamera.

Passa dal software di sviluppo.

Arriva al monitor.

Viene esportato.

Finisce sul web oppure viene mandato in stampa.

Se ogni ambiente parla una lingua differente e nessuno traduce correttamente, il risultato può cambiare.

La gestione del colore serve a creare una sorta di linguaggio comune.

Non rende tutti i dispositivi identici.

Questo è impossibile.

Ma permette ai diversi dispositivi e software di interpretare il colore in modo più prevedibile.


Il RAW non è ancora una fotografia definitiva

Uno dei primi concetti da comprendere è che il RAW non è semplicemente un JPEG di qualità superiore.

Il RAW contiene una grande quantità di informazioni raccolte dal sensore.

Ma quelle informazioni devono essere interpretate.

Quando apriamo un RAW in Lightroom, Camera Raw o in un altro software, il programma deve trasformare i dati registrati dalla fotocamera in un’immagine visibile.

Questo processo comprende anche l’interpretazione del colore.

Per questo due software differenti possono mostrare inizialmente una stessa fotografia con leggere differenze.

Il file è lo stesso.

L’interpretazione può cambiare.


Il bilanciamento del bianco

Uno dei primi elementi che influenzano il colore è il bilanciamento del bianco.

La luce non ha sempre lo stesso colore.

Una giornata nuvolosa può produrre una luce differente da quella del sole diretto.

Una lampadina domestica può essere molto più calda.

Una luce fluorescente può introdurre dominanti particolari.

Il nostro occhio riesce in parte ad adattarsi a queste condizioni.

La fotocamera deve invece interpretarle.

Il bilanciamento del bianco serve proprio a stabilire come devono essere rappresentati i colori neutri.

Una parete bianca dovrebbe apparire bianca.

Un foglio bianco dovrebbe apparire bianco.

Naturalmente, nella fotografia creativa possiamo decidere di alterare volutamente il bilanciamento del bianco.

Ma è importante distinguere tra una scelta intenzionale e un errore di interpretazione.


Il colore corretto non significa necessariamente colore neutro

Questo è un punto molto importante.

Una fotografia non deve necessariamente avere un bilanciamento del bianco perfettamente neutro.

Immaginiamo una fotografia scattata al tramonto.

La luce calda è parte dell’atmosfera.

Se correggessimo completamente quella dominante, potremmo ottenere una fotografia tecnicamente neutra ma emotivamente sbagliata.

La gestione del colore non consiste quindi nel cancellare ogni dominante.

Consiste nel sapere quale dominante vogliamo mantenere e quale invece vogliamo correggere.

La tecnica deve essere al servizio dell’intenzione.


Temperatura e tinta

Nel lavoro sul bilanciamento del bianco incontriamo normalmente due concetti fondamentali:

temperatura

e

tinta.

La temperatura riguarda soprattutto la componente calda o fredda della luce.

Una temperatura più bassa tende a produrre una resa più fredda.

Una temperatura più alta tende a produrre una resa più calda.

La tinta interviene invece principalmente sull’asse verde-magenta.

Sono due regolazioni diverse e complementari.

Capire questa differenza è fondamentale quando cerchiamo di correggere una dominante.


Il monitor è la nostra finestra sul colore

A questo punto arriva un problema enorme.

Noi non vediamo direttamente il file.

Vediamo quello che il monitor ci mostra.

E il monitor può essere più o meno accurato.

Due monitor diversi possono visualizzare la stessa fotografia in modo differente.

Uno può avere una luminosità maggiore.

Uno può avere colori più saturi.

Uno può essere più caldo.

Uno può essere meno preciso.

Questo significa che potremmo passare ore a correggere una fotografia cercando di sistemare un problema che in realtà appartiene al monitor.

Per questo il monitor è una componente fondamentale della gestione del colore.


La calibrazione del monitor

La calibrazione serve a portare il monitor verso condizioni conosciute e coerenti.

Per farlo, i professionisti utilizzano normalmente strumenti hardware specifici, come colorimetri o spettrofotometri.

Questi strumenti misurano il comportamento del monitor e permettono di creare un profilo che descrive come quel dispositivo riproduce i colori.

Non dobbiamo necessariamente trasformare il nostro computer in una postazione da laboratorio.

Ma se lavoriamo seriamente con il colore, soprattutto quando prepariamo immagini destinate alla stampa, la calibrazione può diventare estremamente importante.


Perché la luminosità del monitor conta così tanto

Immaginiamo di avere un monitor molto luminoso.

Guardiamo una fotografia.

Le ombre sembrano perfettamente leggibili.

Il contrasto ci appare piacevole.

Interveniamo quindi sull’immagine per renderla più scura.

Poi la apriamo su un altro dispositivo.

E improvvisamente appare troppo scura.

Il problema potrebbe non essere la fotografia.

Potremmo aver lavorato davanti a un monitor troppo luminoso.

Per questo la gestione del colore non riguarda soltanto la precisione cromatica.

Riguarda anche le condizioni nelle quali osserviamo la fotografia.


Il profilo del monitor

Quando calibrazione e profilazione vengono eseguite correttamente, il sistema operativo e i software compatibili possono utilizzare il profilo del monitor per interpretare correttamente i colori.

È un passaggio che avviene spesso senza che ce ne accorgiamo.

Ed è proprio questo il bello di un sistema ben configurato.

Non dobbiamo continuamente pensare:

“Adesso devo correggere il monitor.”

Il sistema lavora dietro le quinte.

Noi possiamo concentrarci sulla fotografia.


Gli spazi colore

Ed eccoci a uno dei concetti più importanti della gestione del colore:

lo spazio colore.

Potremmo immaginarlo come un territorio all’interno del quale possiamo rappresentare determinati colori.

Spazi differenti possono contenere quantità e distribuzioni differenti di colori.

Tra quelli più conosciuti in fotografia troviamo:

sRGB

Adobe RGB

ProPhoto RGB

Non sono semplicemente tre modi diversi di salvare un file.

Rappresentano spazi di lavoro con caratteristiche differenti.


sRGB: il grande standard del web

sRGB è probabilmente lo spazio colore più importante da conoscere per chi pubblica fotografie online.

È molto diffuso e viene supportato da browser, sistemi operativi, social network e dispositivi.

Quando prepariamo una fotografia destinata principalmente al web, sRGB è spesso una scelta pratica e sicura.

Questo non significa che sia sempre obbligatorio.

Significa che, in un ambiente in cui non possiamo controllare completamente il dispositivo dell’utente, utilizzare uno spazio ampiamente supportato riduce il rischio di interpretazioni errate.


Adobe RGB

Adobe RGB offre una gamma cromatica più ampia rispetto a sRGB, soprattutto in alcune zone dei colori saturi.

Può essere utile in determinati workflow fotografici e soprattutto in alcuni processi di stampa.

Ma avere uno spazio colore più ampio non significa automaticamente avere una fotografia migliore.

Se il dispositivo o il software finale non gestisce correttamente quel profilo, possiamo ottenere risultati inattesi.

La domanda quindi non dovrebbe essere:

“Quale spazio colore è migliore?”

Ma:

“Quale spazio colore è più adatto a questo specifico workflow?”


ProPhoto RGB

ProPhoto RGB è uno spazio di lavoro ancora più ampio, utilizzato soprattutto in alcuni workflow professionali di sviluppo e post-produzione.

La sua ampiezza permette di mantenere una grande quantità di informazioni cromatiche durante determinate fasi di lavorazione.

Ma proprio perché è molto ampio, richiede attenzione.

Non è necessariamente lo spazio ideale per l’esportazione finale destinata al web.

Possiamo invece incontrarlo come spazio di lavoro intermedio in alcuni flussi di elaborazione avanzata.

Ancora una volta, non esiste uno spazio “migliore” in assoluto.

Esiste uno spazio adatto a una determinata fase.


Gamut: quando un colore non può essere rappresentato

Qui incontriamo un altro concetto fondamentale:

il gamut.

Il gamut rappresenta, in maniera semplificata, l’insieme dei colori che un determinato dispositivo o spazio può rappresentare.

Immaginiamo di avere un colore molto saturo.

Potrebbe essere presente nel file originale ma non essere riproducibile da un determinato monitor o da una stampante.

Quel colore è quindi fuori gamut rispetto a quel dispositivo.

Il sistema deve trovare una soluzione.

Può modificare il colore.

Può ridurne la saturazione.

Può avvicinarlo ad altri colori riproducibili.

Questo processo può essere gestito attraverso differenti strategie di conversione.


Il problema della conversione

Quando passiamo da uno spazio colore a un altro, non stiamo semplicemente cambiando un’etichetta.

Stiamo chiedendo al sistema di tradurre i colori.

Se lo spazio di destinazione è più piccolo, alcuni colori potrebbero non essere rappresentabili nello stesso modo.

Per questo è importante sapere quando e perché convertiamo.

Convertire continuamente un file avanti e indietro tra spazi diversi non è una buona pratica.

È preferibile pianificare il workflow e mantenere il file in uno spazio appropriato durante la lavorazione, effettuando la conversione quando realmente necessaria.


Assegnare e convertire non sono la stessa cosa

Questo è uno degli errori più pericolosi per chi inizia a lavorare seriamente con il colore.

Assegnare un profilo significa dire al software di interpretare i numeri del file secondo un determinato spazio.

Convertire significa invece trasformare i valori cromatici affinché l’immagine mantenga il più possibile la stessa apparenza passando da uno spazio all’altro.

Sono operazioni differenti.

Se assegniamo semplicemente un altro profilo senza convertire correttamente i colori, possiamo ottenere cambiamenti evidenti.

Il file non ha necessariamente perso informazioni.

Potremmo semplicemente aver detto al software di interpretare quei numeri in un modo differente.


La gestione del colore deve accompagnare il workflow

Questo è forse il punto centrale della lezione.

La gestione del colore non è una regolazione che facciamo alla fine.

Dovrebbe accompagnare l’intero workflow.

Dalla fotocamera.

Al software.

Al monitor.

All’esportazione.

Alla pubblicazione.

Alla stampa.

Ogni passaggio deve essere coerente con quello precedente.

È proprio per questo che la gestione del colore può sembrare complessa.

Non è un singolo comando.

È un sistema.


Il profilo incorporato

Quando esportiamo una fotografia, possiamo spesso scegliere se incorporare il profilo colore nel file.

In molti casi è una buona pratica.

Il profilo incorporato permette al software che aprirà il file di sapere come interpretare correttamente i dati cromatici.

Senza questa informazione, un programma potrebbe dover fare un’ipotesi.

E quando lasciamo che sia il software a indovinare, aumentiamo la possibilità di ottenere risultati differenti.

Per questo, quando il workflow lo prevede, incorporare il profilo corretto è importante.


Il colore sul web

Il web è uno degli ambienti più complicati.

Non controlliamo il monitor di chi guarda.

Non sappiamo quale sistema operativo utilizzerà.

Non sappiamo se guarderà la fotografia su uno smartphone, un tablet o un monitor professionale.

Non sappiamo come il dispositivo sarà calibrato.

Quindi non possiamo pretendere una corrispondenza assoluta.

Possiamo però fare la nostra parte.

Preparare correttamente la fotografia.

Utilizzare uno spazio colore appropriato alla destinazione.

Incorporare il profilo quando previsto.

Controllare l’esportazione.

E soprattutto evitare di consegnare file con impostazioni cromatiche non adatte al contesto.


Perché una fotografia può apparire diversa su Instagram?

Quando carichiamo una fotografia su una piattaforma online, il file può essere elaborato, ridimensionato o ricodificato.

Il comportamento preciso può cambiare nel tempo e dipende dalla piattaforma.

Per questo non dobbiamo aspettarci che il file pubblicato sia necessariamente identico, bit per bit, a quello che abbiamo esportato.

La soluzione non è cercare di compensare casualmente aumentando saturazione e contrasto.

Meglio costruire un workflow coerente e controllare il risultato finale.

Se una piattaforma altera sistematicamente alcuni aspetti, possiamo tenerne conto nelle nostre esportazioni.

Ma senza sacrificare la qualità dell’originale.


La stampa è un altro mondo

Quando passiamo dal monitor alla carta, cambiamo completamente sistema.

Il monitor emette luce.

La carta la riflette.

Il monitor può mostrare una gamma cromatica molto ampia.

La carta e gli inchiostri hanno limiti differenti.

Una fotografia che sul monitor appare luminosa e brillante può risultare più scura o meno satura una volta stampata.

Questo non significa necessariamente che la stampa sia sbagliata.

Significa che stiamo passando da un sistema di riproduzione a un altro.

Ed è proprio qui che la gestione del colore diventa particolarmente importante.


Soft proofing: vedere prima di stampare

Una delle possibilità più interessanti offerte dai software fotografici moderni è il soft proofing.

In sostanza possiamo simulare, sul monitor, come potrebbe apparire una fotografia quando viene riprodotta secondo determinate condizioni di stampa.

Il monitor non può diventare una stampante.

Ma una simulazione correttamente configurata può aiutarci a prevedere alcuni cambiamenti.

Possiamo individuare colori fuori gamut.

Possiamo capire se alcune zone perderanno brillantezza.

Possiamo valutare eventuali regolazioni specifiche per la stampa.

È uno strumento estremamente utile quando la stampa è importante.


Monitor e ambiente di lavoro

Anche l’ambiente nel quale lavoriamo influisce sulla percezione.

Una stanza piena di luce colorata può alterare la nostra percezione.

Una parete molto colorata vicino al monitor può influenzare visivamente ciò che vediamo.

Una stanza completamente buia può rendere il monitor percepito come estremamente luminoso.

Non serve necessariamente costruire uno studio professionale.

Ma è utile lavorare in condizioni abbastanza stabili.

La coerenza è importante.


La luce ambientale

Immaginiamo di correggere una fotografia di notte, con tutte le luci della stanza spente.

Il giorno successivo la guardiamo con una luce naturale molto intensa.

Potremmo giudicarla diversamente.

Per questo, quando possibile, è utile mantenere condizioni abbastanza controllate durante il lavoro sul colore.

Soprattutto quando dobbiamo preparare immagini destinate alla stampa o a lavori professionali.


Colore e fotografia di ritratto

Il colore diventa particolarmente delicato nei ritratti.

La pelle è estremamente sensibile alle variazioni cromatiche.

Una dominante troppo verde o magenta può diventare immediatamente evidente.

Una temperatura troppo calda può rendere la pelle aranciata.

Una correzione troppo fredda può renderla innaturale.

Ma anche qui non dobbiamo inseguire un valore numerico perfetto.

La pelle cambia naturalmente in funzione della luce, dell’ambiente e della situazione.

Dobbiamo cercare una resa coerente con la scena e con l’intenzione fotografica.


Il colore della pelle non è un valore universale

È importante evitare una concezione troppo rigida.

Non esiste una tonalità della pelle identica in ogni situazione.

Una persona illuminata dal sole al tramonto avrà una resa diversa dalla stessa persona illuminata da una luce neutra.

Un ritratto in un ambiente caldo avrà caratteristiche diverse da uno realizzato in studio.

La correzione deve quindi tenere conto del contesto.

Il nostro obiettivo non è cancellare la luce.

È far sì che la luce e il colore lavorino insieme.


Colore e fotografia di prodotto

Qui le esigenze possono cambiare completamente.

Se fotografiamo un oggetto per un catalogo, il colore deve essere il più possibile coerente con il prodotto reale.

Un rosso che appare arancione può essere un problema.

Un blu troppo saturo può creare aspettative sbagliate.

In questi casi la gestione del colore diventa parte integrante della qualità professionale.

Possiamo avere bisogno di illuminazione controllata, profili specifici, monitor calibrati e procedure di stampa verificate.

La creatività rimane importante, ma l’accuratezza cromatica assume un peso maggiore.


Colore e fotografia artistica

In un progetto personale possiamo invece decidere di allontanarci completamente dalla fedeltà cromatica.

Possiamo lavorare con dominanti forti.

Ridurre la saturazione.

Creare monocromie.

Alterare deliberatamente i colori.

Costruire una palette personale.

In questo caso la gestione del colore non serve a riprodurre fedelmente la realtà.

Serve a riprodurre fedelmente la nostra intenzione.

Ed è una distinzione fondamentale.

La gestione del colore non obbliga la fotografia a essere realistica.

Ci permette di essere consapevoli della scelta.


La coerenza cromatica in una serie

Quando realizziamo un progetto composto da più fotografie, la gestione del colore assume un’altra dimensione.

Una fotografia può essere bellissima.

Un’altra può essere bellissima.

Ma se una è molto fredda e l’altra estremamente calda senza una ragione, la serie può perdere coerenza.

La fotografia non viene più percepita soltanto singolarmente.

Viene percepita come parte di un racconto.

Per questo, nei progetti fotografici, è importante osservare le immagini insieme.

Non soltanto una alla volta.


Creare una palette

In alcuni progetti può essere utile ragionare sulla palette cromatica.

Quali colori dominano?

Quali vogliamo evitare?

Quali vogliamo utilizzare come accenti?

Quale atmosfera vogliamo costruire?

Non dobbiamo necessariamente definire tutto prima di scattare.

Ma possiamo accorgerci che, osservando le immagini nel loro insieme, alcuni colori iniziano a diventare parte della nostra identità visiva.

È un modo molto interessante per sviluppare uno stile.


Lo stile non è un preset

Questo è un concetto che vale la pena ricordare.

Un preset può modificare una fotografia.

Non può creare automaticamente uno stile personale.

Lo stile nasce da un insieme di decisioni.

Il modo in cui osserviamo.

Il tipo di luce che cerchiamo.

La composizione.

La scelta dei soggetti.

La distanza.

Il momento.

Il colore.

La post-produzione.

La sequenza.

Un preset può essere uno strumento all’interno di questo processo.

Ma non è lo stile.


Il pericolo dell’eccessiva saturazione

Uno degli errori più comuni quando iniziamo a lavorare sul colore è pensare che una fotografia più intensa sia automaticamente migliore.

Aumentiamo la saturazione.

I colori diventano più forti.

L’immagine sembra inizialmente più spettacolare.

Poi riguardiamo la fotografia dopo qualche giorno.

E ci accorgiamo che il risultato è eccessivo.

La saturazione è uno strumento.

Non un obiettivo.

Una fotografia può essere straordinariamente efficace anche con colori molto delicati.


Il colore deve avere una funzione

Quando interveniamo su una fotografia, possiamo chiederci:

“Perché sto modificando questo colore?”

Se la risposta è:

“Perché mi sembra più bello.”

può essere sufficiente in un progetto personale.

Ma possiamo andare più in profondità.

“Voglio attirare l’attenzione sul soggetto.”

“Voglio creare una sensazione più calda.”

“Voglio separare il soggetto dallo sfondo.”

“Voglio rendere coerente questa fotografia con le altre.”

“Voglio mantenere il colore reale del prodotto.”

A quel punto la modifica ha una funzione.

E una modifica con una funzione è molto più facile da controllare.


Non correggere ciò che non è un errore

Questa regola vale moltissimo anche nel colore.

Una dominante può essere un problema.

Ma può anche essere una scelta.

Un cielo caldo può essere voluto.

Un’ombra blu può essere parte dell’atmosfera.

Un’immagine desaturata può essere perfettamente intenzionale.

Prima di correggere chiediamoci:

“È davvero un errore?”

Oppure:

“È semplicemente diverso da quello che mi aspettavo?”

La differenza è enorme.


Il colore e il monitor del cliente

Nel lavoro professionale dobbiamo accettare un limite inevitabile.

Non possiamo controllare completamente il dispositivo sul quale il cliente vedrà le fotografie.

Possiamo fare tutto correttamente.

Profilo appropriato.

Monitor calibrato.

Esportazione corretta.

File verificato.

Ma se il cliente apre la fotografia su un display molto diverso, il risultato potrà comunque apparire differente.

Questo non significa che la gestione del colore sia inutile.

Al contrario.

Significa che dobbiamo controllare tutto ciò che è sotto il nostro controllo.


La gestione del colore è una catena

Possiamo quindi immaginare il nostro workflow come una catena:

fotocamera → RAW → software → monitor → spazio colore → esportazione → destinazione

Se un anello è particolarmente debole, può compromettere il risultato.

Non serve che ogni elemento sia il più costoso possibile.

Serve che gli elementi siano coerenti.

Un monitor molto costoso utilizzato senza calibrazione non risolve automaticamente il problema.

Un software professionale utilizzato con impostazioni incoerenti non garantisce risultati perfetti.

Una fotografia perfettamente sviluppata esportata con un profilo inadatto può cambiare aspetto.

La gestione del colore è quindi soprattutto una questione di coerenza.


Un workflow cromatico semplice

Per chi sta costruendo il proprio metodo di lavoro, possiamo immaginare un percorso abbastanza semplice.

Scattiamo in RAW.

Impostiamo correttamente il bilanciamento del bianco, sapendo che potremo comunque modificarlo in sviluppo.

Lavoriamo in un ambiente monitorato e, quando necessario, con monitor calibrato.

Manteniamo un profilo di lavoro adeguato alle nostre esigenze.

Evitiamo conversioni inutili.

Prepariamo l’esportazione in funzione della destinazione.

Incorporiamo il profilo colore quando opportuno.

Controlliamo il file finale.

E soprattutto manteniamo sempre intatto il nostro originale.

Non è necessario complicare il processo oltre il necessario.


Il colore prima dell’esportazione

Prima di esportare una fotografia possiamo fare una piccola verifica.

Osserviamo le zone più sature.

Controlliamo la pelle.

Guardiamo le ombre.

Verifichiamo eventuali dominanti.

Confrontiamo le fotografie della stessa serie.

Se possibile, guardiamo l’immagine anche in condizioni differenti.

Non dobbiamo cercare un’immagine perfetta in assoluto.

Dobbiamo cercare un’immagine coerente con la destinazione e con la nostra intenzione.


Una prova molto utile

Prendiamo una fotografia che conosciamo bene.

Esportiamola secondo le impostazioni che utilizziamo normalmente.

Poi apriamola su più dispositivi disponibili.

Computer.

Smartphone.

Tablet.

Televisore, se possibile.

Non per cercare una corrispondenza perfetta.

Sarebbe impossibile.

Ma per osservare le differenze.

Il cielo appare più saturo?

La pelle cambia?

Le ombre diventano più chiuse?

I colori sembrano più caldi?

Questa semplice esperienza ci aiuta a comprendere quanto sia complesso il percorso del colore.

E ci fa capire perché dobbiamo concentrarci sulla coerenza del nostro workflow invece di cercare una perfezione assoluta che non possiamo controllare.


Un esercizio ancora più importante: stampare

Se abbiamo la possibilità, stampiamo una fotografia che conosciamo bene.

Prima di farlo, osserviamola sul monitor.

Poi confrontiamola con la stampa.

Non dobbiamo giudicare immediatamente.

Osserviamo.

Cosa è cambiato?

La luminosità?

Il contrasto?

La saturazione?

I colori?

Le ombre?

Questo esercizio vale più di molte spiegazioni teoriche.

La stampa ci costringe a confrontarci con una realtà diversa da quella luminosa del monitor.

E ci insegna ad anticipare alcuni comportamenti del colore.


Il colore richiede anche esperienza

Come molte altre competenze fotografiche, la gestione del colore non si impara soltanto leggendo.

Dobbiamo vedere.

Confrontare.

Sbagliare.

Stampare.

Correggere.

Riprovare.

Con il tempo inizieremo a riconoscere alcune situazioni quasi istintivamente.

Vedremo una dominante.

Capiremo che una fotografia è troppo fredda.

Noteremo che una serie non è coerente.

Ci accorgeremo che un colore sta attirando troppo l’attenzione.

Questa sensibilità cresce attraverso l’esperienza.


Non avere paura del colore

La gestione del colore può sembrare inizialmente piena di termini tecnici.

RGB.

sRGB.

Adobe RGB.

ProPhoto RGB.

Gamut.

Profilo ICC.

Calibrazione.

Profilazione.

Soft proofing.

Intenti di rendering.

Conversione.

È facile sentirsi sopraffatti.

Ma non dobbiamo imparare tutto contemporaneamente.

Possiamo partire da alcuni concetti fondamentali:

il monitor deve essere affidabile;

il profilo colore deve essere coerente con la destinazione;

il file deve mantenere le informazioni necessarie;

l’esportazione deve essere consapevole;

la stampa richiede un workflow specifico.

Il resto può arrivare gradualmente.


Il colore come parte della nostra crescita

A questo punto del percorso fotografico, la gestione del colore rappresenta un passaggio importante.

Abbiamo imparato a fotografare.

Abbiamo imparato a selezionare.

Abbiamo imparato a sviluppare.

Abbiamo iniziato a costruire uno stile.

Abbiamo parlato di workflow, archiviazione e professionalità.

Ora impariamo a controllare un altro elemento fondamentale:

come la fotografia viene percepita.

Perché non basta creare un’immagine.

Dobbiamo anche fare in modo che il suo colore venga trattato correttamente durante il viaggio verso chi la guarderà.


Un colore corretto o un colore nostro?

Questa domanda può accompagnarci per tutta la nostra esperienza fotografica.

Vogliamo che il colore rappresenti fedelmente la realtà?

Oppure vogliamo interpretarla?

Non esiste una risposta universale.

In fotografia di prodotto la fedeltà può essere fondamentale.

In un progetto artistico possiamo invece scegliere colori completamente lontani dalla realtà.

In un ritratto possiamo voler mantenere una pelle naturale ma costruire un’atmosfera particolare.

In un paesaggio possiamo decidere di esaltare determinate tonalità.

La gestione del colore ci permette di fare queste scelte consapevolmente.

Non ci obbliga a essere neutrali.

Ci permette di essere intenzionali.


La gestione del colore non è perfezionismo

Questo è forse il punto più importante.

Potremmo essere tentati di trasformare la gestione del colore in una ricerca infinita della perfezione.

Non è necessario.

Il colore perfetto non esiste in assoluto.

Esiste un colore appropriato alla fotografia.

Alla scena.

Al progetto.

Alla destinazione.

Al supporto.

Alla nostra intenzione.

La tecnica deve aiutarci a raggiungere questo risultato.

Non deve diventare un ostacolo alla creatività.


Conclusione

Il colore accompagna la fotografia dal momento in cui la luce entra nell’obiettivo fino al momento in cui qualcuno osserva l’immagine.

In mezzo ci sono moltissimi passaggi.

Il sensore registra.

Il RAW conserva.

Il software interpreta.

Il monitor visualizza.

Lo spazio colore definisce un ambiente di lavoro.

L’esportazione prepara il file.

Il browser o il dispositivo lo interpreta.

La stampante, quando presente, lo traduce nuovamente.

Ogni passaggio può introdurre differenze.

La gestione del colore serve proprio a rendere questo percorso il più prevedibile e coerente possibile.

Ma c’è una cosa che dobbiamo ricordare.

Gestire il colore non significa eliminare la nostra interpretazione.

Al contrario.

Significa avere abbastanza controllo tecnico da poter decidere quando vogliamo essere fedeli alla realtà e quando invece vogliamo allontanarci da essa.

Possiamo scegliere colori caldi.

Freddi.

Delicati.

Intensi.

Desaturati.

Naturali.

Quasi irreali.

Possiamo costruire una palette personale.

Possiamo creare coerenza tra fotografie diverse.

Possiamo utilizzare il colore per guidare lo sguardo.

Possiamo trasformarlo in parte della nostra firma visiva.

Ma per poter scegliere davvero, dobbiamo prima sapere che cosa stiamo facendo.

E questo è il vero significato della gestione del colore.

Non imparare a rendere tutte le fotografie uguali.

Non inseguire un’idea astratta di colore perfetto.

Ma imparare a fare in modo che il colore che abbiamo immaginato sia il più possibile il colore che riusciremo a consegnare.

Perché alla fine il nostro obiettivo non è semplicemente vedere una bella fotografia sul nostro monitor.

È poter guardare un’immagine e sapere che ogni scelta cromatica, dalla prima regolazione fino all’esportazione finale, è stata fatta con consapevolezza.

Il colore non è soltanto ciò che vediamo.
È anche ciò che scegliamo di far vedere.

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