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Lezione 82 – Gli errori che rallentano la crescita

Lezione 82 – Gli errori che rallentano la crescita

Lezione 82 – Gli errori che rallentano la crescita

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Crescere come fotografo non significa soltanto imparare nuove tecniche.

Significa anche imparare a riconoscere ciò che ci impedisce di andare avanti.

A volte pensiamo di essere bloccati perché ci manca un obiettivo migliore, un’attrezzatura più completa, una nuova tecnica da imparare o semplicemente più tempo da dedicare alla fotografia. In realtà, molto spesso il problema è altrove.

È nelle nostre abitudini.

Nel modo in cui guardiamo le fotografie.

Nel modo in cui giudichiamo il nostro lavoro.

Nel modo in cui utilizziamo la macchina fotografica.

Nelle aspettative che ci imponiamo.

Alcuni errori sono tecnici e si possono correggere studiando. Altri sono più sottili: non producono necessariamente fotografie sbagliate, ma rallentano il processo attraverso il quale diventiamo fotografi più consapevoli.

E la cosa interessante è che quasi tutti, prima o poi, ci passiamo.

Per questo questa lezione non vuole essere un elenco di cose da evitare, come se esistesse un modo perfetto di imparare fotografia.

Gli errori fanno parte del percorso.

L’obiettivo è imparare a riconoscere quelli che continuano a ripetersi senza insegnarci più nulla.


Il primo errore: aspettare di essere pronti

È una delle trappole più comuni.

Pensiamo:

“Prima devo imparare meglio la tecnica.”

“Prima devo comprare un obiettivo migliore.”

“Prima devo capire bene Lightroom.”

“Prima devo studiare la composizione.”

“Quando sarò più bravo inizierò quel progetto.”

Il problema è che quel momento rischia di non arrivare mai.

La fotografia si impara fotografando.

Possiamo studiare per settimane la teoria della luce, ma sarà una situazione reale a farci capire davvero cosa significa lavorare con una determinata illuminazione.

Possiamo leggere decine di articoli sulla composizione, ma sarà davanti a una scena complessa che dovremo decidere cosa includere e cosa eliminare.

Possiamo conoscere perfettamente la teoria dell’esposizione e poi trovarci davanti a una situazione in cui dobbiamo reagire in pochi secondi.

La preparazione è importante.

Ma arriva un momento in cui bisogna uscire e fare fotografie.

Anche se non ci sentiamo ancora pronti.


Il secondo errore: confondere l’attrezzatura con la crescita

È normale essere appassionati di attrezzatura.

Le macchine fotografiche sono strumenti affascinanti.

Obiettivi, sensori, autofocus, stabilizzazione, sistemi di esposizione, nuove tecnologie: tutto questo fa parte del mondo della fotografia.

Il problema nasce quando iniziamo a pensare che ogni limite fotografico possa essere risolto acquistando qualcosa.

Non riesco a fare ritratti abbastanza belli?

Forse mi serve un obiettivo più luminoso.

Le fotografie sportive non sono abbastanza nitide?

Forse mi serve una fotocamera più veloce.

Le fotografie notturne hanno troppo rumore?

Forse mi serve un sensore migliore.

Non riesco a ottenere lo sfocato che voglio?

Forse mi serve un’altra lente.

A volte è davvero così.

Ma molto spesso la risposta è diversa.

Potremmo aver bisogno di conoscere meglio la luce.

Di cambiare posizione.

Di scegliere un tempo diverso.

Di avvicinarci.

Di aspettare.

Di migliorare la nostra tecnica.

L’attrezzatura può ampliare le possibilità.

Non può sostituire la capacità di vedere.


Comprare continuamente può diventare una distrazione

Esiste un meccanismo psicologico molto semplice.

Quando acquistiamo qualcosa di nuovo, abbiamo la sensazione di iniziare una nuova fase.

Una nuova macchina fotografica ci entusiasma.

Un nuovo obiettivo ci spinge a uscire.

Un nuovo accessorio ci fa venire voglia di sperimentare.

Questo entusiasmo può essere positivo.

Ma se ogni volta che ci sentiamo poco soddisfatti delle nostre fotografie pensiamo immediatamente a un nuovo acquisto, rischiamo di trasformare l’attrezzatura in una forma di procrastinazione.

Invece di affrontare il problema, lo rimandiamo.

La domanda utile da porsi è:

“Quello che voglio comprare risolve davvero un limite che ho incontrato più volte?”

Se la risposta è sì, l’acquisto può avere senso.

Se la risposta è “forse con questa macchina fotografica riuscirò finalmente a fare fotografie migliori”, probabilmente vale la pena fermarsi un momento.


Il terzo errore: fotografare senza sapere cosa stiamo cercando

Uscire e fotografare senza un programma può essere bellissimo.

La fotografia spontanea ha un valore enorme.

Ma se lo facciamo sempre, possiamo finire per ripetere gli stessi schemi.

Camminiamo.

Vediamo qualcosa.

Scattiamo.

Continuiamo.

Vediamo qualcosa di interessante.

Scattiamo di nuovo.

Alla fine abbiamo cinquanta fotografie, ma non sappiamo esattamente cosa stavamo cercando.

Ogni tanto possiamo provare a cambiare approccio.

Prima di uscire scegliamo una piccola domanda.

Non deve essere un progetto complesso.

“Voglio fotografare la luce.”

“Voglio osservare le persone senza mostrare i loro volti.”

“Voglio cercare geometrie.”

“Voglio fotografare soltanto dettagli.”

“Voglio raccontare il mio quartiere in inverno.”

Una direzione semplice cambia il modo in cui guardiamo.


Il quarto errore: scattare troppo e osservare poco

La fotografia digitale ci permette di realizzare centinaia di immagini senza praticamente alcun costo immediato.

È una possibilità straordinaria.

Ma può diventare una trappola.

Se fotografiamo tutto, potremmo smettere di osservare.

Premiamo il pulsante e lasciamo che sia la selezione successiva a decidere quale fotografia funziona.

A volte è necessario, soprattutto in generi dinamici come lo sport o la fotografia di eventi.

Ma anche in quei casi possiamo sviluppare l’abitudine a osservare prima.

La domanda non dovrebbe essere:

“Quante fotografie posso fare?”

ma:

“Quale momento vale davvero la pena fotografare?”

La raffica è uno strumento.

Non deve diventare un modo per delegare alla macchina fotografica la nostra capacità di scelta.


Il quinto errore: non rivedere il proprio lavoro

Fotografare molto senza riguardare attentamente ciò che abbiamo realizzato è uno dei modi più semplici per rallentare la crescita.

Ogni sessione fotografica contiene informazioni.

Cosa ha funzionato?

Cosa non ha funzionato?

Perché quella fotografia è riuscita?

Perché quell’altra è debole?

La luce era sbagliata?

La composizione?

Il momento?

La messa a fuoco?

La scelta della focale?

La distanza?

La post-produzione?

Se non analizziamo le fotografie, perdiamo una parte enorme dell’esperienza.

Scattiamo, archiviamo e passiamo alla sessione successiva.

È come studiare per un esame senza mai controllare gli esercizi.


Non guardare soltanto le fotografie riuscite

Anche le fotografie sbagliate possono insegnare moltissimo.

Una fotografia fuori fuoco può farci capire quando il nostro sistema autofocus incontra difficoltà.

Una fotografia mossa può farci capire che il tempo utilizzato era troppo lento.

Una composizione confusa può mostrarci un elemento di disturbo che sul posto non avevamo notato.

Un’immagine troppo scura può evidenziare un errore di esposizione.

Ma dobbiamo andare oltre la semplice constatazione.

Non basta dire:

“Questa è venuta male.”

Dobbiamo chiederci:

“Perché?”

La risposta è la parte realmente formativa.


Il sesto errore: confrontarsi continuamente con gli altri

Guardare il lavoro di altri fotografi è fondamentale.

Confrontarsi continuamente con loro può invece diventare dannoso.

Soprattutto sui social vediamo quasi esclusivamente il risultato finale.

Non vediamo le migliaia di fotografie che il fotografo ha scartato.

Non vediamo gli anni di esperienza.

Non vediamo i tentativi falliti.

Non vediamo le condizioni in cui ha lavorato.

Vediamo una fotografia perfetta.

E la confrontiamo con il nostro archivio pieno di esperimenti.

Il confronto è quindi spesso sbilanciato.

Possiamo utilizzare il lavoro degli altri per imparare.

Possiamo studiarlo.

Possiamo lasciarci ispirare.

Ma dobbiamo evitare di trasformarlo in una misura del nostro valore.


Il settimo errore: cercare continuamente l’approvazione

La fotografia pubblicata online produce una risposta immediata.

Like.

Commenti.

Condivisioni.

Visualizzazioni.

È naturale essere soddisfatti quando una fotografia riceve attenzione.

Ma se iniziamo a fotografare principalmente per ottenere quella reazione, qualcosa cambia.

Cominciamo a scegliere soggetti che funzionano meglio.

A utilizzare tecniche che attirano attenzione.

A seguire tendenze.

A modificare la nostra fotografia per adattarla a ciò che pensiamo il pubblico voglia vedere.

La crescita personale può rallentare perché smettiamo di sperimentare.

Una fotografia che riceve poche reazioni può essere importantissima per la nostra crescita.

Una fotografia molto popolare può invece non insegnarci assolutamente nulla.


L’ottavo errore: cancellare troppo presto

Quando una fotografia non ci piace, la tentazione è immediata.

Cestino.

Elimina.

Fine.

Per le fotografie tecnicamente inutilizzabili è naturalmente sensato fare pulizia.

Ma non tutte le immagini che non ci convincono al primo sguardo meritano di essere eliminate immediatamente.

A volte non ci piace una fotografia perché non corrisponde alle aspettative che avevamo quando abbiamo scattato.

Dopo qualche mese potremmo guardarla diversamente.

Potremmo scoprire che contiene un’idea interessante.

Per questo può essere utile distinguere tra:

fotografie da eliminare e fotografie da archiviare per rivederle più avanti.

Non dobbiamo conservare tutto.

Ma neppure giudicare tutto immediatamente.


Il nono errore: cercare sempre la fotografia spettacolare

Viviamo circondati da immagini straordinarie.

Paesaggi spettacolari.

Temporali.

Aurora boreale.

Animali selvatici.

Città illuminate.

Sport estremi.

Situazioni irripetibili.

È facile convincersi che per realizzare una buona fotografia serva qualcosa di eccezionale.

Non è così.

Una scena ordinaria può diventare interessante se sappiamo osservarla.

Una parete illuminata.

Una persona che aspetta.

Una finestra.

Un’ombra.

Una strada vuota.

Una mano.

Un gesto.

La fotografia non dipende necessariamente dalla spettacolarità del soggetto.

Dipende anche dalla qualità dello sguardo.


Il decimo errore: cambiare direzione troppo spesso

Un mese fotografia di strada.

Il mese successivo ritratti.

Poi paesaggio.

Poi fotografia sportiva.

Poi macro.

Poi astrofotografia.

Sperimentare è positivo.

Cambiare continuamente direzione senza mai approfondire nulla può invece impedirci di sviluppare una competenza reale.

Per imparare qualcosa abbiamo bisogno di tempo.

Dobbiamo ripetere.

Sbagliare.

Riprovare.

Confrontare risultati.

Fare esperienza in condizioni differenti.

Non dobbiamo scegliere un solo genere per tutta la vita.

Ma possiamo concederci abbastanza tempo per capire cosa succede quando approfondiamo davvero una direzione.


L’undicesimo errore: voler imparare tutto contemporaneamente

Fotografia è un universo enorme.

Esposizione.

Composizione.

Luce.

Ritratto.

Paesaggio.

Sport.

Post-produzione.

Colore.

Stampa.

Video.

Gestione dell’archivio.

Portfolio.

Social.

Attrezzatura.

È impossibile approfondire tutto contemporaneamente.

Quando proviamo a farlo, rischiamo di accumulare informazioni senza trasformarle in competenze.

È molto più efficace scegliere una cosa e dedicarle attenzione.

Per qualche settimana possiamo concentrarci sulla luce.

Poi sulla composizione.

Poi sul movimento.

Poi sulla selezione.

Non dobbiamo smettere di fotografare gli altri generi.

Ma possiamo avere un tema principale su cui lavorare.


Il dodicesimo errore: confondere informazione e competenza

Possiamo sapere moltissimo di fotografia e fotografare ancora poco.

Possiamo conoscere perfettamente la teoria dell’esposizione senza essere veloci nel prendere decisioni.

Possiamo conoscere decine di tecniche di illuminazione senza saper gestire una situazione reale.

Possiamo aver visto centinaia di tutorial di Lightroom senza sapere come sviluppare una fotografia secondo le nostre intenzioni.

L’informazione è il punto di partenza.

La competenza arriva quando quell’informazione viene utilizzata.

È la differenza tra:

“So come si fa.”

e:

“So farlo quando mi serve.”

La seconda frase arriva soltanto con la pratica.


Il tredicesimo errore: accumulare tutorial senza applicarli

È facilissimo cadere in questa trappola.

Un video.

Un corso.

Un articolo.

Un altro video.

Un nuovo tutorial.

Un’altra tecnica.

Alla fine abbiamo imparato cinquanta cose nuove.

Ma quante le abbiamo realmente utilizzate?

La soluzione è semplice:

ogni volta che impariamo qualcosa, proviamo ad applicarlo.

Se studiamo la fotografia con il controluce, usciamo e cerchiamo una situazione in cui provarla.

Se impariamo una tecnica di selezione, utilizziamola sul nostro archivio.

Se studiamo un nuovo metodo di sviluppo RAW, prendiamo una fotografia reale e applichiamolo.

L’apprendimento diventa molto più efficace quando è seguito immediatamente dall’azione.


Il quattordicesimo errore: avere paura di sbagliare

La paura dell’errore può diventare un freno enorme.

Soprattutto quando iniziamo a confrontarci con fotografi più esperti.

Non vogliamo fare fotografie brutte.

Non vogliamo pubblicare qualcosa che potrebbe essere criticato.

Non vogliamo provare una tecnica se non siamo sicuri del risultato.

E così finiamo per fare soltanto ciò che sappiamo già fare.

Ma la crescita avviene proprio al confine tra ciò che sappiamo fare e ciò che ancora non sappiamo fare.

Ogni tanto dobbiamo entrare in quella zona.

Una fotografia fallita può insegnarci molto più di una fotografia riuscita ottenuta automaticamente.


Il quindicesimo errore: cercare di essere originali a tutti i costi

La ricerca dell’originalità può diventare paradossalmente poco originale.

Quando pensiamo continuamente:

“Devo fare qualcosa che nessuno ha mai fatto”

rischiamo di costruire immagini strane soltanto per essere strane.

L’originalità non dovrebbe essere l’obiettivo principale.

Una fotografia personale può utilizzare un linguaggio già conosciuto.

Può partire da una tecnica tradizionale.

Può fotografare un soggetto già fotografato milioni di volte.

La differenza può essere semplicemente nel nostro punto di vista.

Non dobbiamo necessariamente inventare un nuovo linguaggio.

Dobbiamo imparare a usare il linguaggio fotografico per dire qualcosa che sentiamo nostro.


Il sedicesimo errore: non portare avanti i progetti

Avere idee è facile.

Portarle a termine è molto più difficile.

Potremmo iniziare un progetto.

Realizzare dieci fotografie.

Entusiasmarci.

Poi abbandonarlo.

Qualche settimana dopo iniziarne un altro.

Questo comportamento può essere molto stimolante, ma impedisce di sperimentare una fase fondamentale: la conclusione.

Portare a termine un progetto significa selezionare.

Eliminare.

Ordinare.

Dare un titolo.

Raccontare.

Presentare.

Ed è proprio durante queste fasi che possiamo capire molte cose sul nostro modo di fotografare.

Non tutti i progetti devono diventare libri o mostre.

Ma alcuni sarebbe utile portarli fino alla fine.


Il diciassettesimo errore: non chiedere mai un parere

L’autocritica è fondamentale.

Ma abbiamo un limite evidente: conosciamo troppo bene le nostre fotografie.

Sappiamo quanto lavoro c’è dietro.

Ricordiamo la situazione.

Ricordiamo l’emozione.

Ricordiamo la difficoltà.

Tutte queste informazioni influenzano il nostro giudizio.

Ogni tanto può essere utile mostrare il lavoro a qualcuno.

Non necessariamente per ricevere complimenti.

Anzi, meglio fare domande precise.

“Quale fotografia ti rimane più impressa?”

“Dove perdi interesse?”

“Quale immagine elimineresti?”

“Che cosa pensi che io stia cercando di raccontare?”

Le risposte possono essere molto utili.

Non dobbiamo accettarle automaticamente.

Ma possiamo usarle per vedere il nostro lavoro da un’altra prospettiva.


Il diciottesimo errore: non dedicare tempo alla selezione

Fotografare è entusiasmante.

Selezionare spesso lo è molto meno.

Eppure è una delle attività più importanti.

La selezione ci insegna a distinguere una fotografia riuscita da una fotografia semplicemente piacevole.

Ci insegna a riconoscere la ripetizione.

A costruire sequenze.

A capire quali immagini ci rappresentano.

A eliminare il superfluo.

Un fotografo che impara a selezionare bene può migliorare anche senza scattare di più.

Perché comincia a capire cosa cerca davvero.


Il diciannovesimo errore: pensare che ogni fotografia debba essere pubblicata

Non tutto ciò che fotografiamo deve finire online.

Alcune fotografie servono a imparare.

Altre appartengono a un progetto ancora incompleto.

Altre sono semplicemente ricordi.

Altre ancora sono esperimenti.

Pubblicare tutto trasforma la fotografia in una vetrina continua.

Tenere alcune immagini per noi ci permette invece di sperimentare senza il peso del giudizio.

La fotografia può essere anche privata.

E spesso è proprio lì che recupera una parte importante della sua libertà.


Il ventesimo errore: dimenticare perché fotografiamo

Tra tecnica, attrezzatura, social, portfolio, statistiche, corsi e progetti possiamo perdere di vista una domanda fondamentale:

“Perché fotografo?”

Non esiste una risposta giusta.

Per qualcuno è un lavoro.

Per qualcuno è un modo per raccontare.

Per qualcuno è un modo per ricordare.

Per qualcuno è ricerca artistica.

Per qualcuno è semplicemente piacere.

Per altri è tutto questo insieme.

Ma conoscere la nostra risposta è importante.

Perché quando perdiamo la motivazione, spesso iniziamo a inseguire obiettivi che non ci appartengono.

E la fotografia diventa un dovere invece di rimanere una scelta.


Gli errori non sono tutti uguali

A questo punto potrebbe sembrare che il percorso fotografico sia pieno di trappole.

In realtà non è così.

Gli errori sono inevitabili.

Il problema non è commetterli.

Il problema è ripeterli senza imparare nulla.

Una fotografia sbagliata può essere utile.

Un acquisto sbagliato può insegnarci qualcosa.

Un progetto abbandonato può farci capire che quel tema non ci interessava davvero.

Una fotografia che non riceve attenzione può insegnarci a non dipendere dall’approvazione degli altri.

Un esperimento fallito può aprire una nuova strada.

L’errore diventa negativo soprattutto quando non lo analizziamo.


Imparare a riconoscere i propri schemi

Con il tempo possiamo iniziare a individuare i nostri errori ricorrenti.

Forse fotografiamo troppo velocemente.

Forse non controlliamo abbastanza lo sfondo.

Forse ci affidiamo troppo alla post-produzione.

Forse cambiamo continuamente attrezzatura.

Forse non portiamo mai a termine i progetti.

Forse fotografiamo soltanto quando ci sentiamo ispirati.

Forse scattiamo moltissimo ma selezioniamo pochissimo.

O forse siamo diventati troppo prudenti e non sperimentiamo più.

Riconoscere uno schema è già un passo avanti.

Perché da quel momento possiamo iniziare a modificarlo.


Un esercizio: il diario degli errori

Possiamo provare a tenere per qualche settimana un piccolo diario fotografico.

Dopo ogni uscita, invece di annotare soltanto cosa abbiamo fotografato, scriviamo tre cose:

Cosa ha funzionato?

Cosa non ha funzionato?

Cosa proverò diversamente la prossima volta?

Non serve scrivere pagine.

Bastano poche righe.

Dopo dieci o quindici sessioni rileggiamo tutto.

Probabilmente emergeranno alcune ricorrenze.

Ed è proprio lì che possiamo intervenire.


Un altro esercizio: una fotografia, cinque domande

Prendiamo una nostra fotografia recente.

Non necessariamente una fotografia riuscita.

E analizziamola.

1. Perché ho scattato?

Qual era la mia intenzione?

2. Cosa funziona?

Qual è l’elemento più forte?

3. Cosa non funziona?

Qual è l’elemento che indebolisce l’immagine?

4. Cosa avrei potuto fare diversamente?

Cambiare posizione? Focale? Tempo? Momento?

5. Cosa posso imparare da questa fotografia?

Questa ultima domanda è quella più importante.

Perché trasforma una fotografia in esperienza.


Crescere significa diventare più consapevoli

Alla fine, il vero obiettivo non è evitare tutti gli errori.

È diventare progressivamente più consapevoli delle nostre decisioni.

All’inizio possiamo sbagliare senza capire perché.

Poi iniziamo a riconoscere l’errore.

Successivamente impariamo ad anticiparlo.

Infine possiamo arrivare al punto in cui una scelta che prima era automatica diventa consapevole.

È questo il vero progresso.

Non il numero di tecniche che conosciamo.

Non il valore della macchina fotografica.

Non il numero di fotografie pubblicate.

Ma la qualità delle nostre decisioni.


Conclusione

La crescita fotografica raramente è una linea retta.

Ci saranno periodi in cui impareremo moltissimo.

Altri in cui sembrerà di non migliorare affatto.

Momenti in cui saremo entusiasti delle nostre fotografie e altri in cui non ne sopporteremo nemmeno una.

È normale.

Non dobbiamo interpretare ogni difficoltà come un fallimento.

A volte siamo semplicemente arrivati a un punto in cui il vecchio modo di fotografare non ci basta più, ma quello nuovo non è ancora completamente formato.

È una fase scomoda.

Ma può essere molto fertile.

Gli errori fanno parte di questo processo.

L’attrezzatura acquistata inutilmente.

La fotografia sbagliata.

Il progetto abbandonato.

La tecnica che non ha funzionato.

La selezione fatta male.

Il confronto con gli altri.

La paura di sperimentare.

La ricerca ossessiva dell’approvazione.

Tutto può diventare materiale per crescere, se impariamo a osservarlo.

Perché alla fine diventare un fotografo migliore non significa smettere di sbagliare.

Significa imparare sempre più velocemente dai propri errori.

E forse possiamo riassumere questa lezione con una frase molto semplice:

non avere paura di sbagliare fotografia; abbi paura di smettere di imparare da ciò che hai fotografato.

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