Lezione 77 – Fotografare con intenzione
C’è una differenza sottile, ma fondamentale, tra scattare una fotografia e fotografare qualcosa che abbiamo deciso di raccontare.
Nel primo caso reagiamo a ciò che abbiamo davanti. Vediamo qualcosa che ci colpisce, prendiamo la macchina fotografica e scattiamo.
Nel secondo caso, invece, prima ancora di sollevare la fotocamera abbiamo già iniziato a costruire l’immagine nella nostra mente.
Non significa necessariamente sapere esattamente quale fotografia vogliamo ottenere. Non significa nemmeno programmare tutto nei minimi dettagli. Significa avere una ragione per scattare.
È questo il significato di fotografare con intenzione.
Dopo aver imparato ad allenare l’occhio e ad analizzare le fotografie, questo passaggio diventa quasi naturale. Abbiamo imparato a osservare ciò che ci circonda e a capire come una fotografia può essere costruita. Ora possiamo fare un passo ulteriore: iniziare a scegliere consapevolmente ciò che vogliamo dire attraverso le nostre immagini.
Perché una fotografia cambia quando dietro lo scatto esiste un pensiero.
Dalla fotografia che capita alla fotografia che scegliamo
Molti fotografi attraversano una fase in cui fotografano tutto ciò che sembra interessante.
Un tramonto particolarmente bello.
Una strada illuminata.
Una persona vestita in modo curioso.
Un edificio.
Un animale.
Un dettaglio.
Un paesaggio.
Una situazione insolita.
È una fase assolutamente normale e, in molti casi, anche necessaria. Fotografare molto permette di fare esperienza, di conoscere la propria attrezzatura e di sviluppare una certa sensibilità.
A un certo punto, però, può emergere una domanda:
Perché sto fotografando questa cosa?
Non è una domanda banale.
Se la risposta è soltanto “perché è bella”, possiamo provare ad andare un po’ più in profondità.
Che cosa ci ha colpito?
La luce?
La geometria?
L’atmosfera?
La persona?
Il momento?
Il contrasto?
Un’emozione?
Un ricordo?
Una storia che quella scena ci ha fatto immaginare?
Quando cominciamo a cercare una risposta, cambia anche il nostro modo di fotografare.
Non siamo più semplicemente davanti a una scena.
Stiamo iniziando a prendere una posizione rispetto a quella scena.
Avere un’intenzione non significa avere già una fotografia
È importante chiarire un equivoco.
Fotografare con intenzione non significa uscire di casa sapendo esattamente quale fotografia realizzeremo.
La fotografia contiene sempre una parte di imprevedibilità.
Possiamo uscire per fotografare l’architettura di una città e tornare con un’immagine di una persona incontrata per caso.
Possiamo andare a fotografare una gara sportiva pensando di raccontare l’azione e scoprire che sono le espressioni degli atleti, gli attimi di attesa o il rapporto con il pubblico a interessarci maggiormente.
Possiamo progettare un paesaggio e cambiare completamente idea quando arrivano le nuvole.
L’intenzione non è quindi una gabbia.
È una direzione.
Ci dice dove stiamo guardando, ma ci lascia liberi di cambiare strada quando la realtà ci offre qualcosa di più interessante.
Prima dello scatto c’è una domanda
Una delle abitudini più utili che possiamo sviluppare è quella di imparare a formulare una domanda prima di scattare.
Non deve essere complicata.
“Cosa voglio mostrare?”
“Cosa mi ha colpito?”
“Che cosa voglio far notare a chi guarderà questa fotografia?”
“Voglio raccontare il soggetto oppure il suo rapporto con l’ambiente?”
“Voglio trasmettere energia o tranquillità?”
“Voglio documentare ciò che sta accadendo oppure interpretarlo?”
Sono domande che possono richiedere pochi secondi.
Ma quei pochi secondi possono cambiare completamente il risultato.
Immaginiamo di trovarci davanti a una piazza molto bella.
Il primo impulso potrebbe essere quello di fotografarla interamente.
Ma se ci fermiamo un momento possiamo accorgerci che ciò che ci interessa veramente è una persona seduta da sola, illuminata dalla luce del pomeriggio.
A quel punto cambia tutto.
Non dobbiamo più fotografare “la piazza”.
Dobbiamo decidere come raccontare quella persona dentro quella piazza.
Forse ci avvicineremo.
Forse utilizzeremo una focale più lunga.
Forse aspetteremo che il passaggio degli altri elementi crei una composizione particolare.
La tecnica arriva dopo l’intenzione.
Fotografare significa scegliere
Ogni fotografia è una sottrazione.
Davanti a noi c’è molto più di quanto possa entrare nel fotogramma. La realtà è continua, mentre il sensore registra un rettangolo.
Per questo fotografare significa necessariamente scegliere.
Scegliamo cosa includere.
Scegliamo cosa escludere.
Scegliamo il momento.
Scegliamo il punto di vista.
Scegliamo la distanza.
Scegliamo la focale.
Scegliamo la profondità di campo.
Scegliamo quanto movimento lasciare.
Scegliamo perfino quanto lasciare all’immaginazione di chi guarderà.
Quando fotografiamo senza intenzione, queste scelte possono essere casuali o dettate dall’abitudine.
Quando fotografiamo con intenzione, invece, cominciano a essere collegate tra loro.
La composizione sostiene il messaggio.
La luce sostiene l’atmosfera.
La focale sostiene la relazione con il soggetto.
Il momento sostiene la storia.
La tecnica smette di essere un insieme di impostazioni e diventa uno strumento espressivo.
La tecnica viene dopo il perché
Un errore abbastanza comune, soprattutto quando si acquisisce maggiore dimestichezza con la fotocamera, consiste nel partire dalle impostazioni.
“Che diaframma devo usare?”
“Quale tempo?”
“Quale ISO?”
“Quale obiettivo?”
Sono domande importanti.
Ma non sono necessariamente le prime.
La prima domanda dovrebbe essere:
Che cosa voglio ottenere?
Se voglio congelare il movimento di un atleta, il tempo di scatto diventa una conseguenza dell’intenzione.
Se voglio mostrare il movimento, potrei invece scegliere un tempo più lento.
Se voglio isolare una persona dall’ambiente, la profondità di campo e la focale possono diventare strumenti per raggiungere quel risultato.
Se voglio raccontare una persona immersa nel proprio ambiente, potrei fare esattamente il contrario.
La tecnica non cambia soltanto in base al soggetto.
Cambia in base a ciò che vogliamo dire del soggetto.
La stessa scena può raccontare storie diverse
Immaginiamo una persona che cammina lungo una strada.
Potremmo fotografarla con un teleobiettivo, isolandola completamente dal contesto.
Il risultato potrebbe raccontare una persona sola.
Oppure possiamo utilizzare un grandangolare e mostrare l’intera strada, gli edifici, le persone e l’ambiente.
In questo caso la persona diventa parte di una storia più ampia.
Potremmo fotografarla di spalle.
Potremmo aspettare che si volti.
Potremmo mostrarne soltanto la silhouette.
Potremmo fotografare il suo riflesso in una vetrina.
Il soggetto non è cambiato.
È cambiato il nostro punto di vista sul soggetto.
Ed è proprio qui che inizia la fotografia personale.
Intenzione e composizione
Una volta stabilito cosa vogliamo raccontare, la composizione diventa molto più semplice da comprendere.
Non dobbiamo più chiederci soltanto:
“Dove metto il soggetto?”
Possiamo chiederci:
“Dove deve essere il soggetto affinché la fotografia racconti quello che voglio?”
Se vogliamo trasmettere isolamento, potrebbe avere senso lasciare molto spazio vuoto intorno alla persona.
Se vogliamo comunicare energia, potremmo utilizzare diagonali e una composizione più dinamica.
Se vogliamo trasmettere ordine, potremmo cercare simmetrie e geometrie.
Se vogliamo raccontare una relazione, potremmo avere bisogno di includere due o più soggetti nella stessa inquadratura.
La composizione, quindi, non è soltanto estetica.
È narrativa.
Anche il momento fa parte dell’intenzione
Nella fotografia il tempo è un elemento fondamentale.
Possiamo avere davanti una scena perfetta, ma scegliere il momento sbagliato.
Pensiamo alla fotografia sportiva.
Un atleta può essere fotografato mentre corre, ma il gesto può avere decine di momenti diversi: il piede appena staccato da terra, il corpo in sospensione, il volto contratto nello sforzo, l’arrivo, l’esultanza.
Ogni istante racconta qualcosa di diverso.
Lo stesso vale nella fotografia di strada.
Una persona che attraversa una strada può essere anonima.
Ma se passa esattamente davanti a una parete con una grande ombra, oppure si allinea perfettamente con un elemento architettonico, improvvisamente il momento diventa significativo.
Fotografare con intenzione significa anche imparare ad aspettare il momento che corrisponde a ciò che vogliamo raccontare.
L’intenzione può cambiare durante lo scatto
Non dobbiamo però essere troppo rigidi.
Una delle situazioni più interessanti si verifica quando l’intenzione iniziale cambia.
Partiamo con un’idea precisa e, mentre fotografiamo, ci accorgiamo che la realtà ci sta suggerendo qualcosa di diverso.
È importante ascoltare questa intuizione.
Supponiamo di essere usciti per realizzare fotografie di architettura.
Abbiamo studiato gli edifici, cercato le linee, preparato le focali.
Poi vediamo una persona che attraversa la scena in un modo particolarmente interessante.
Possiamo ignorarla perché “non fa parte del progetto”.
Oppure possiamo riconoscere che quella presenza rende l’architettura più significativa.
L’intenzione non deve impedire di vedere.
Deve aiutarci a vedere meglio.
Fotografare con intenzione significa anche rinunciare
Questo è uno degli aspetti più difficili da accettare.
Se abbiamo deciso cosa vogliamo raccontare, dobbiamo anche imparare a eliminare ciò che non contribuisce al racconto.
Un cielo spettacolare può essere bellissimo, ma se stiamo raccontando una persona potrebbe distrarre.
Una luce molto particolare può essere interessante, ma se porta lo sguardo lontano dal soggetto potrebbe indebolire l’immagine.
Un elemento colorato può attirare l’attenzione anche quando non ha alcuna funzione narrativa.
A volte una fotografia migliora non aggiungendo qualcosa, ma togliendolo.
Possiamo cambiare posizione.
Possiamo aspettare.
Possiamo utilizzare una focale diversa.
Possiamo avvicinarci.
Possiamo cambiare orientamento.
Possiamo semplicemente non scattare.
Anche il non fotografare è una scelta fotografica.
L’intenzione aiuta anche a fotografare meno
Viviamo in un’epoca in cui scattare fotografie è diventato estremamente facile.
Possiamo realizzare centinaia di immagini in pochi minuti.
Questo è straordinariamente utile in molti generi fotografici, ma può anche portarci a una sorta di automatismo.
Scattiamo perché possiamo.
Una fotografia, poi un’altra, poi un’altra ancora.
Alla fine abbiamo una scheda piena di immagini molto simili.
Fotografare con intenzione introduce invece una piccola pausa.
Prima di premere il pulsante possiamo chiederci:
“Questa fotografia aggiunge qualcosa?”
Se la risposta è sì, scattiamo.
Se la risposta è no, possiamo aspettare.
Non significa fotografare meno per principio. Significa fotografare quando abbiamo una ragione.
L’intenzione non deve diventare perfezionismo
C’è però un rischio opposto.
Pensare troppo prima di scattare può diventare paralizzante.
Possiamo iniziare a cercare il momento perfetto, la composizione perfetta, la luce perfetta, l’impostazione perfetta.
E alla fine non fotografiamo più.
Non è questo l’obiettivo.
L’intenzione non significa controllare tutto.
Una fotografia può essere imperfetta e avere comunque una grande forza.
Può esserci un movimento inatteso, un’inquadratura leggermente irregolare, una luce non ideale.
Se l’immagine comunica qualcosa, queste imperfezioni possono diventare parte del suo carattere.
Il fotografo consapevole non cerca necessariamente il controllo assoluto.
Cerca di sapere cosa vale la pena controllare e cosa invece può essere lasciato al caso.
Intenzione e progetto fotografico
Il concetto diventa ancora più importante quando iniziamo a lavorare su un progetto.
Un progetto fotografico non è semplicemente una raccolta di belle fotografie.
È un insieme di immagini che hanno qualcosa in comune.
Può essere un luogo.
Una persona.
Un’attività.
Un tema.
Un periodo della nostra vita.
Una sensazione.
Una domanda.
Quando esiste un progetto, ogni fotografia dovrebbe avere una ragione per essere lì.
Questo non significa che tutte le immagini debbano essere uguali.
Al contrario, un progetto può avere fotografie molto diverse tra loro: panoramiche, dettagli, ritratti, momenti di pausa, immagini di contesto.
Ma ogni fotografia dovrebbe contribuire al racconto complessivo.
È qui che l’intenzione individuale dello scatto incontra l’intenzione più ampia del progetto.
Prima di uscire: avere un’idea
Un esercizio molto utile consiste nel non uscire semplicemente “a fotografare”.
Prima di prendere la macchina, scegliamo una piccola idea.
Non deve essere un progetto complesso.
Potrebbe essere:
“Oggi fotograferò la luce del mattino.”
Oppure:
“Oggi cercherò persone isolate all’interno di spazi grandi.”
O ancora:
“Oggi fotograferò soltanto geometrie.”
La cosa interessante è che, dopo aver scelto il tema, inizieremo a vedere cose che normalmente non avremmo notato.
La città sarà la stessa.
Saremo cambiati noi.
Questo esercizio dimostra quanto il nostro modo di vedere sia influenzato dalle domande che ci poniamo.
Un esercizio ancora più interessante: una sola fotografia
Proviamo a fare qualcosa di ancora più difficile.
Usciamo con l’obiettivo di tornare a casa con una sola fotografia.
Non una buona fotografia tra cinquanta.
Una sola.
Possiamo scattare tutte le volte che vogliamo durante la ricerca, naturalmente, ma alla fine dobbiamo sceglierne una.
Questo cambia immediatamente il nostro comportamento.
Cominciamo a osservare di più.
Aspettiamo.
Ci spostiamo.
Confrontiamo.
Scartiamo.
Cerchiamo una relazione tra soggetto e ambiente.
La fotografia diventa una scelta, non una conseguenza.
Alla fine, quando torniamo a casa, osserviamo quella fotografia e ci poniamo una domanda:
“Questa immagine dice davvero quello che volevo dire?”
Se la risposta è sì, abbiamo raggiunto il nostro obiettivo.
Se è no, non è un fallimento.
Abbiamo appena scoperto qualcosa sul nostro modo di fotografare.
Prima di scattare, visualizzare
Con l’esperienza possiamo imparare a visualizzare mentalmente una possibile fotografia.
Non necessariamente l’immagine definitiva.
Possiamo immaginare il tipo di composizione, il rapporto tra soggetto e sfondo, la direzione della luce, il movimento.
Poi cerchiamo di avvicinarci a quella visione.
È una delle capacità che distinguono progressivamente il fotografo che reagisce dal fotografo che costruisce.
Non sempre riusciremo.
E va bene così.
A volte la realtà sarà migliore della fotografia che avevamo immaginato.
Altre volte sarà completamente diversa.
In entrambi i casi avremo imparato qualcosa.
Fotografare per raccontare, non per dimostrare
Esiste anche un’altra forma di intenzione che diventa importante con la crescita.
A volte fotografiamo per dimostrare qualcosa.
La fotografia tecnicamente perfetta.
Il tramonto spettacolare.
Il soggetto straordinario.
L’attrezzatura sofisticata.
La situazione irripetibile.
Ma una fotografia non deve necessariamente dimostrare quanto siamo bravi.
Può semplicemente raccontare qualcosa che per noi ha valore.
Una persona che amiamo.
Un luogo familiare.
Una giornata ordinaria.
Un gesto.
Un momento che sappiamo essere destinato a scomparire.
Quando smettiamo di fotografare per impressionare e iniziamo a fotografare per raccontare, il nostro rapporto con la fotografia può cambiare profondamente.
L’immagine diventa più personale.
Il fotografo deve decidere cosa lasciare al pubblico
Una fotografia non deve spiegare tutto.
Anzi, spesso le immagini più interessanti lasciano qualcosa in sospeso.
Il fotografo può decidere quanto raccontare e quanto lasciare all’immaginazione.
Una fotografia può mostrare chiaramente un luogo e lasciare però sconosciuta la storia della persona che lo attraversa.
Può mostrare un volto senza spiegare cosa stia pensando.
Può mostrare una porta senza dirci cosa c’è oltre.
L’intenzione, quindi, riguarda anche il livello di informazione che scegliamo di offrire.
Una fotografia documentaria potrebbe cercare chiarezza.
Una fotografia più interpretativa potrebbe invece lasciare spazio all’ambiguità.
Nessuna delle due modalità è necessariamente superiore.
Sono modi diversi di comunicare.
Dopo lo scatto: l’intenzione continua
Il processo non termina quando premiamo il pulsante.
Continua nella selezione.
Tra dieci fotografie simili, quale scegliamo?
Continua nella post-produzione.
Quanto contrasto vogliamo?
Quali colori manteniamo?
Quanto vogliamo rendere evidente l’atmosfera?
Continua nel formato.
Orizzontale o verticale?
Continua nella presentazione.
Una singola fotografia oppure parte di una serie?
Tutte queste decisioni possono rafforzare oppure indebolire l’intenzione iniziale.
Per questo è importante non considerare la post-produzione come un passaggio puramente tecnico.
Sviluppare una fotografia significa anche decidere come vogliamo che venga percepita.
Imparare a riconoscere quando una fotografia è davvero nostra
Con il tempo, fotografare con intenzione porta a una conseguenza molto interessante.
Cominciamo a riconoscere le nostre fotografie.
Non perché abbiano necessariamente un’identità visiva già completamente definita, ma perché iniziano a comparire alcune costanti.
Forse cerchiamo spesso la solitudine.
Forse siamo attratti dalla luce laterale.
Forse amiamo i contrasti forti.
Forse fotografiamo le persone quando diventano piccole all’interno dell’ambiente.
Forse cerchiamo continuamente geometrie.
Forse ci interessano i gesti più delle espressioni.
Queste ricorrenze sono importanti.
Non devono essere trasformate immediatamente in uno “stile”.
Ma possono diventare gli indizi di una voce personale che sta iniziando a emergere.
L’intenzione come forma di libertà
Potrebbe sembrare paradossale, ma avere un’intenzione rende la fotografia più libera, non più rigida.
Quando sappiamo cosa stiamo cercando, possiamo anche permetterci di ignorare ciò che non ci interessa.
Non dobbiamo fotografare tutto.
Non dobbiamo seguire tutte le mode.
Non dobbiamo utilizzare necessariamente la stessa tecnica degli altri.
Non dobbiamo trasformare ogni uscita in una raccolta di immagini da pubblicare.
Possiamo scegliere.
E la possibilità di scegliere è una delle forme più importanti di libertà creativa.
Un piccolo metodo da portare con sé
Non serve memorizzare una procedura complessa.
Prima di scattare possiamo semplicemente fermarci per qualche secondo e attraversare mentalmente quattro domande:
Cosa vedo?
È l’osservazione.
Cosa mi interessa?
È la scelta del soggetto o dell’elemento narrativo.
Cosa voglio raccontare?
È l’intenzione.
Come posso fotografarlo nel modo più efficace?
È la tecnica.
L’ordine è importante.
Perché troppo spesso partiamo dall’ultima domanda.
Pensiamo a come fotografare prima ancora di aver deciso cosa vogliamo dire.
Conclusione
Fotografare con intenzione non significa trasformare ogni scatto in un esercizio teorico.
Significa semplicemente diventare più consapevoli.
Prima di fotografare qualcosa, provare a capire perché ci interessa.
Durante lo scatto, cercare il modo più efficace per raccontarlo.
Dopo lo scatto, osservare se il risultato corrisponde davvero all’idea iniziale.
E quando non corrisponde, invece di considerarlo un errore, usarlo come occasione per imparare.
La fotografia cresce quando cresce la consapevolezza delle nostre scelte.
All’inizio fotografiamo ciò che vediamo.
Poi impariamo a vedere ciò che vogliamo fotografare.
Infine, con il tempo, possiamo arrivare a qualcosa di ancora più importante: fotografare ciò che abbiamo qualcosa da dire.
È in quel momento che la macchina fotografica smette definitivamente di essere soltanto uno strumento per registrare il mondo.
Diventa uno strumento per interpretarlo.



