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Lezione 78 – Costruire un portfolio efficace

Lezione 78 – Costruire un portfolio efficace

Lezione 78 – Costruire un portfolio efficace

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A un certo punto del percorso fotografico arriva una domanda che prima o poi ogni fotografo si pone:

“Quali sono le fotografie che voglio mostrare agli altri?”

Sembra una domanda semplice, ma in realtà nasconde un passaggio importante.

Per molto tempo fotografiamo per imparare. Accumuliamo immagini, sperimentiamo generi diversi, proviamo tecniche nuove, cambiamo obiettivi, viaggiamo, fotografiamo persone, paesaggi, eventi, sport, architettura. La nostra cartella fotografica cresce e, insieme a lei, cresce anche la nostra esperienza.

Poi arriva il momento in cui dobbiamo scegliere.

E scegliere è molto più difficile che scattare.

Un portfolio non è semplicemente una raccolta delle nostre fotografie migliori. Non è nemmeno una galleria infinita di immagini da mostrare a chiunque. È qualcosa di più personale e più complesso: è il modo in cui decidiamo di presentarci attraverso la fotografia.

Un portfolio racconta ciò che sappiamo fare, ma soprattutto racconta ciò che ci interessa, il modo in cui osserviamo il mondo e la direzione verso cui vogliamo andare.

Per questo costruirlo bene è una delle tappe più importanti della crescita di un fotografo.


Il portfolio non è un archivio

La prima distinzione da fare è proprio questa.

Il nostro archivio contiene tutto ciò che vogliamo conservare.

Il portfolio contiene soltanto ciò che vogliamo mostrare.

Sono due cose completamente diverse.

Nel nostro archivio possono esserci fotografie importanti perché documentano un viaggio, un momento familiare o un’esperienza personale. Possono esserci immagini tecnicamente imperfette ma preziose perché ci ricordano un periodo della nostra crescita. Possiamo conservare decine di fotografie quasi identiche perché vogliamo mantenere la sequenza completa di uno scatto sportivo.

Nel portfolio, invece, ogni immagine deve avere una ragione.

Chi apre il nostro portfolio non dovrebbe essere costretto a guardare tutto quello che abbiamo fotografato.

Dovrebbe incontrare una selezione.

E la selezione è già una forma di comunicazione.


Il portfolio parla prima ancora delle fotografie

Immaginiamo di entrare nello studio di un fotografo e trovare centinaia di fotografie appese alle pareti, senza alcun ordine.

Potremmo trovare ritratti accanto a fotografie sportive, paesaggi insieme a fotografie di matrimonio, immagini di architettura alternate a fotografie di concerti e street photography.

Potremmo anche trovare fotografie bellissime.

Ma dopo averne viste cinquanta, quale idea avremmo del fotografo?

Probabilmente non molto chiara.

Il problema non sarebbe la qualità delle singole immagini, ma l’assenza di una direzione percepibile.

Un portfolio efficace dovrebbe invece permettere a chi lo guarda di comprendere progressivamente chi è il fotografo e cosa vuole raccontare.

Non necessariamente in modo didascalico.

Anche semplicemente attraverso le immagini.

La selezione, l’ordine, il ritmo, la grafica e il modo in cui le fotografie vengono presentate contribuiscono tutti alla costruzione di questa identità.


Prima di scegliere le fotografie, chiediamoci perché

Prima di aprire Lightroom, Photoshop, Bridge, Finder o qualsiasi altro programma, possiamo fare una cosa molto più importante.

Possiamo fermarci.

E chiederci:

“Perché sto costruendo questo portfolio?”

La risposta cambia completamente il lavoro successivo.

Un portfolio personale può avere l’obiettivo di raccontare il nostro percorso.

Un portfolio professionale può servire a presentare un servizio.

Un portfolio dedicato alla fotografia sportiva può essere rivolto a società, organizzatori o agenzie.

Un portfolio di architettura può parlare ad architetti, studi professionali, aziende o riviste.

Un portfolio di danza può essere pensato per scuole, ballerini, compagnie e coreografi.

Un portfolio destinato a un cliente non deve necessariamente essere uguale a quello che utilizziamo per presentarci come autori.

Questo è un concetto fondamentale:

non esiste un unico portfolio perfetto per ogni situazione.

Esiste il portfolio più coerente con l’obiettivo che ci siamo dati.


A chi stiamo parlando?

Una volta chiarito il perché, dobbiamo capire a chi vogliamo parlare.

È una domanda che molti fotografi trascurano.

Se realizziamo un portfolio per noi stessi, possiamo essere completamente liberi.

Se invece vogliamo utilizzarlo per lavoro, la questione cambia.

Immaginiamo di voler proporre i nostri servizi a una scuola di danza.

Mostrare cinquanta fotografie di paesaggio, dieci fotografie sportive e qualche ritratto non aiuterà necessariamente il potenziale cliente a capire cosa possiamo fare per lui.

Sarà molto più efficace presentare una selezione di fotografie che dimostri la nostra capacità di lavorare con ballerini, movimento, luce, espressione e atmosfera.

Non significa fingere di essere qualcosa che non siamo.

Significa mostrare in modo chiaro ciò che può essere rilevante per chi ci sta guardando.


Non tutto ciò che è bello deve entrare nel portfolio

Questa è probabilmente una delle decisioni più difficili.

Abbiamo una fotografia che ci piace moltissimo.

Tecnicamente è riuscita.

La luce è bellissima.

La composizione funziona.

Il momento è interessante.

Eppure potrebbe non appartenere al portfolio.

Perché?

Perché una fotografia può essere bella senza essere utile alla storia che stiamo raccontando.

Questo è uno dei momenti in cui dobbiamo imparare a separare il valore personale di un’immagine dalla sua funzione all’interno del portfolio.

Possiamo amare una fotografia e decidere di non mostrarla.

Non significa che quella fotografia abbia meno valore.

Significa semplicemente che il portfolio ha bisogno di una logica diversa dall’archivio personale.


La selezione è un esercizio di crescita

Per costruire un buon portfolio dobbiamo imparare a essere selettivi.

Possiamo iniziare da una quantità relativamente ampia di fotografie.

Per esempio, immaginiamo di avere 200 fotografie che consideriamo interessanti.

Non dobbiamo cercare subito di sceglierne dieci.

Facciamo prima una selezione più ampia.

200 diventano 80.

Poi 80 diventano 40.

Poi 40 diventano 25.

Infine arriviamo magari a 15 o 20.

A ogni passaggio dobbiamo porci una domanda:

“Questa fotografia rende il portfolio più forte?”

Non:

“È una bella fotografia?”

Sono due domande completamente diverse.

Una fotografia può essere molto bella e tuttavia non aggiungere nulla perché abbiamo già tre immagini migliori che raccontano la stessa cosa.

In quel caso, la fotografia può essere esclusa.


Le fotografie simili sono un problema?

Non necessariamente.

Due fotografie simili possono avere perfettamente senso all’interno di un progetto.

Ma se abbiamo dieci immagini che raccontano esattamente la stessa cosa, probabilmente non abbiamo bisogno di mostrarle tutte.

Immaginiamo un portfolio di fotografia sportiva.

Potremmo avere una fotografia dell’atleta durante l’azione, una prima della gara, una dopo l’arrivo, un ritratto e un’immagine dell’ambiente.

Cinque fotografie diverse possono raccontare molto più di venti immagini dello stesso gesto.

Il portfolio non deve dimostrare quante fotografie siamo riusciti a realizzare.

Deve dimostrare quanto sappiamo scegliere.


La qualità deve essere coerente

Un altro aspetto importante è la coerenza qualitativa.

Supponiamo di avere quindici fotografie eccellenti e cinque immagini decisamente inferiori.

Potremmo pensare che sia comunque utile inserire le cinque immagini più deboli per completare il portfolio.

In genere è una scelta rischiosa.

Chi guarda il portfolio non conosce necessariamente la nostra storia. Non sa che quella fotografia è stata realizzata dieci anni fa, quando avevamo appena iniziato.

La vede semplicemente accanto alle altre.

E quindi la giudica come parte dell’insieme.

Una sola immagine molto debole può attirare l’attenzione proprio perché rompe la qualità generale.

Questo non significa cercare una perfezione tecnica assoluta.

Una fotografia può essere mossa, rumorosa, scura o volutamente imperfetta se quella caratteristica ha un senso.

La questione è la coerenza con il livello e con il linguaggio del resto del portfolio.


Il portfolio deve raccontare qualcosa

Un portfolio efficace non dovrebbe essere soltanto una successione di fotografie.

Dovrebbe avere un ritmo.

Pensiamo a un libro fotografico.

Non tutte le pagine hanno la stessa funzione.

Alcune immagini introducono.

Altre approfondiscono.

Alcune sorprendono.

Altre fanno respirare.

Alcune possono rappresentare un punto culminante.

Una fotografia molto forte potrebbe essere perfetta per aprire il portfolio.

Oppure potrebbe funzionare meglio verso la fine.

Una fotografia molto complessa potrebbe essere seguita da un’immagine più semplice.

Una fotografia ricca di dettagli potrebbe trovare equilibrio accanto a una composizione minimalista.

Questa è la sequenza.

Ed è una parte spesso sottovalutata della costruzione di un portfolio.


La prima fotografia conta molto

La prima immagine è quella che introduce il nostro lavoro.

Non deve necessariamente essere la fotografia tecnicamente migliore che abbiamo mai realizzato.

Deve essere quella che rappresenta bene ciò che il visitatore troverà dopo.

È come una stretta di mano.

Dovrebbe far capire immediatamente che tipo di esperienza stiamo per offrire.

Se il portfolio è dedicato al reportage, la prima fotografia potrebbe essere un’immagine capace di introdurre una storia.

Se è dedicato ai ritratti, potrebbe essere un volto particolarmente rappresentativo.

Se è dedicato alla fotografia sportiva, potrebbe essere un’immagine capace di comunicare movimento, intensità e capacità tecnica.

La scelta della prima fotografia dovrebbe quindi essere intenzionale.


E anche l’ultima

La fotografia conclusiva ha una funzione altrettanto interessante.

È quella che rimane nella memoria dopo aver visto tutto il resto.

Non deve necessariamente essere spettacolare.

Può essere silenziosa.

Può lasciare una domanda.

Può chiudere una storia.

Può semplicemente essere un’immagine che sintetizza il nostro modo di fotografare.

Quando costruiamo una sequenza, quindi, possiamo pensare al portfolio quasi come a un racconto:

come voglio iniziare e con quale immagine voglio lasciare il visitatore?


Il ritmo delle immagini

Un portfolio può essere paragonato, per certi versi, alla musica.

Se tutte le fotografie hanno la stessa intensità, dopo un po’ l’attenzione diminuisce.

Un’immagine molto forte può essere seguita da una fotografia più calma.

Una fotografia ricca può essere seguita da una composizione più semplice.

Un’inquadratura larga può precedere un dettaglio.

Un ritratto può essere seguito da un’immagine ambientale.

Queste variazioni creano ritmo.

Non esiste una formula universale.

Il punto è evitare che il portfolio sembri una semplice griglia di immagini senza relazione tra loro.

Anche lo spazio bianco, quando il portfolio è presentato online o su carta, può contribuire a creare ritmo.

A volte una fotografia ha bisogno di essere lasciata da sola.


Coerenza non significa uniformità

Questo è un altro equilibrio importante.

Un portfolio coerente non deve essere monotono.

Non è necessario utilizzare sempre la stessa focale, la stessa luce, la stessa composizione o la stessa post-produzione.

La coerenza può essere più sottile.

Può risiedere nel modo in cui osserviamo i soggetti.

Nel trattamento del colore.

Nel rapporto tra persona e ambiente.

Nel tipo di emozioni che cerchiamo.

Nel modo in cui raccontiamo una storia.

Possiamo avere fotografie molto diverse e, contemporaneamente, riconoscere che appartengono allo stesso fotografo.

Questa è una delle forme più interessanti di identità visiva.


Un portfolio non deve mostrare tutto quello che sappiamo fare

È una tentazione frequente.

“Voglio far vedere che so fotografare paesaggi.”

“Voglio dimostrare che so fare ritratti.”

“Voglio far vedere che fotografo sport.”

“Voglio inserire anche le mie fotografie di viaggio.”

“E poi qualche matrimonio.”

Il risultato può diventare una sorta di curriculum fotografico.

Ma portfolio e curriculum non sono la stessa cosa.

Il curriculum elenca esperienze e competenze.

Il portfolio le dimostra attraverso le immagini.

Non abbiamo bisogno di mostrare tutto.

Anzi, spesso un portfolio più concentrato comunica una maggiore consapevolezza.

Se fotografiamo diversi generi e vogliamo presentarli tutti, può essere più efficace creare sezioni separate.

In questo modo il visitatore può scegliere il percorso che gli interessa.


Un portfolio può avere più anime

Non dobbiamo necessariamente rinunciare alla varietà.

Un fotografo può avere un portfolio principale che presenta la propria identità e, al suo interno, diversi progetti.

Per esempio:

Sport

Danza e spettacolo

Architettura

Reportage

Progetti personali

Queste sezioni possono convivere, purché siano organizzate in modo chiaro.

È importante però evitare che il visitatore debba indovinare dove trovare ciò che cerca.

La struttura deve essere intuitiva.

La semplicità, in questo caso, è un valore.


Portfolio personale e portfolio professionale

Può essere utile distinguere due esigenze.

Il portfolio personale racconta soprattutto il fotografo.

Può contenere progetti autoriali, sperimentazioni, lavori personali e immagini che hanno un significato particolare.

Il portfolio professionale deve invece aiutare un potenziale cliente a capire cosa può aspettarsi dal nostro lavoro.

Le due cose possono naturalmente coincidere.

Ma non sempre.

Un fotografo può avere un progetto personale straordinario che non ha alcuna relazione con il servizio che offre professionalmente.

Non è necessario eliminarlo dalla propria identità.

Possiamo semplicemente presentarlo nel posto giusto.


Il portfolio online

Oggi, per moltissimi fotografi, il primo portfolio che una persona vede è quello online.

Questo introduce un problema particolare.

Sul web abbiamo moltissime possibilità, ma anche moltissime distrazioni.

Il visitatore può arrivare da un motore di ricerca, da Instagram, da un link condiviso, da un articolo o da un contatto diretto.

Non possiamo dare per scontato che inizi dalla homepage e percorra tutto il sito.

Per questo la navigazione deve essere semplice.

Il visitatore deve capire rapidamente:

chi siamo;

che tipo di fotografia facciamo;

quali progetti proponiamo;

come vedere le immagini;

come contattarci.

Non servono necessariamente decine di pagine.

Serve una struttura che non faccia perdere il visitatore.


La fotografia deve rimanere protagonista

Un errore frequente nei portfolio online è dedicare troppo spazio agli elementi che circondano le fotografie.

Animazioni.

Testi enormi.

Menu complicati.

Sfondi elaborati.

Effetti grafici.

Transizioni.

Tutti questi elementi possono essere utilizzati, ma devono rimanere al servizio delle immagini.

Se il visitatore ricorda il sito ma non ricorda le fotografie, probabilmente qualcosa non ha funzionato.

Il design migliore, per un portfolio fotografico, è quello che permette alle immagini di respirare.


Quanto testo serve?

Dipende dal tipo di portfolio.

Un portfolio puramente visivo può avere pochissimo testo.

Un progetto documentario o autoriale può invece aver bisogno di un’introduzione, di qualche informazione sul contesto e magari di brevi testi associati alle immagini.

L’importante è non utilizzare il testo per spiegare ciò che la fotografia riesce già a raccontare.

Se abbiamo bisogno di un lungo paragrafo per convincere qualcuno che una fotografia è emozionante, forse dobbiamo chiederci se l’immagine riesca davvero a comunicare quella sensazione.

Il testo dovrebbe accompagnare.

Non sostituire.


La presentazione tecnica delle fotografie

Anche la qualità con cui mostriamo le fotografie è parte del portfolio.

Un’immagine eccellente presentata con una compressione eccessiva, dimensioni sbagliate o una resa cromatica problematica può perdere molta della sua efficacia.

Dobbiamo quindi prestare attenzione a:

dimensioni;

formato;

compressione;

profilo colore;

nitidezza;

peso del file;

visualizzazione su desktop e smartphone.

Non serve necessariamente utilizzare file enormi.

Serve trovare un equilibrio tra qualità visiva e velocità di caricamento.

Una fotografia deve essere bella da vedere, ma il visitatore non dovrebbe aspettare diversi secondi perché venga caricata.


Non dimentichiamo lo smartphone

Un portfolio che appare perfetto sul monitor di un computer può diventare completamente diverso su uno smartphone.

Oggi molte persone incontreranno il nostro lavoro proprio attraverso un dispositivo mobile.

Questo significa che dobbiamo verificare attentamente:

come vengono ritagliate le immagini;

come funziona la navigazione;

quanto testo rimane leggibile;

quanto velocemente si caricano le pagine;

se le fotografie mantengono la loro forza anche in uno spazio più piccolo.

La fotografia rimane protagonista, ma il contesto in cui viene osservata è cambiato.


Il portfolio deve essere aggiornato

Un portfolio non è un oggetto che costruiamo una volta e poi dimentichiamo.

Dovrebbe evolversi insieme a noi.

Con il tempo realizzeremo fotografie migliori.

Cambieranno i nostri interessi.

Potremmo abbandonare un genere.

Potremmo scoprirne uno nuovo.

Potremmo sviluppare un linguaggio più personale.

Il portfolio dovrebbe riflettere questi cambiamenti.

Ma attenzione: aggiornare non significa aggiungere continuamente.

Significa anche togliere.

Ogni nuova fotografia importante può mettere in discussione una vecchia immagine.

Non perché la vecchia sia diventata improvvisamente brutta.

Semplicemente perché oggi abbiamo qualcosa che rappresenta meglio il nostro livello attuale.


Il problema delle fotografie “storiche”

Molti fotografi fanno fatica a eliminare immagini vecchie.

È comprensibile.

Quella fotografia potrebbe ricordare il primo lavoro importante, un viaggio, una gara, una persona o un momento in cui abbiamo fatto un salto di qualità.

Ma il portfolio non è un museo privato.

Se un’immagine è importante per noi, possiamo conservarla nell’archivio.

Non è necessario conservarla anche nel portfolio.

Questa distinzione permette di crescere senza perdere il proprio passato.

Il nostro archivio conserva la memoria.

Il nostro portfolio racconta chi siamo oggi.


Chiedere un parere può essere utile

Costruire un portfolio da soli ha un limite evidente: conosciamo troppo bene le nostre fotografie.

Sappiamo quanto è stato difficile realizzare un’immagine.

Ricordiamo il viaggio necessario per arrivare in quel luogo.

Sappiamo che quella luce è durata soltanto pochi secondi.

Ricordiamo la persona che abbiamo fotografato.

Tutte queste informazioni possono influenzare il nostro giudizio.

Per questo può essere molto utile mostrare il portfolio a qualcuno che sappia osservare le fotografie con attenzione.

Non necessariamente chiedendo:

“Ti piace?”

È una domanda troppo generica.

Possiamo invece chiedere:

“Quale fotografia ricordi maggiormente?”

“Dove hai perso interesse?”

“Che idea ti sei fatto del mio modo di fotografare?”

“Quale immagine ti sembra meno coerente con le altre?”

“Che cosa pensi che io sappia fare meglio guardando queste fotografie?”

Le risposte possono essere sorprendenti.

E non dobbiamo necessariamente accettarle tutte.

Il portfolio rimane nostro.

Ma un punto di vista esterno può mostrarci cose che non vedevamo.


Il portfolio è anche un esercizio di autocritica

Costruirlo significa inevitabilmente confrontarsi con i propri limiti.

Potremmo accorgerci che abbiamo soltanto tre fotografie davvero convincenti di un determinato genere.

È una scoperta utile.

Significa che non dobbiamo necessariamente riempire una galleria.

Possiamo uscire e fotografare ancora.

Potremmo scoprire che alcune immagini funzionano singolarmente ma non insieme.

Anche questo è utile.

Potremmo accorgerci che le nostre fotografie sono tecnicamente corrette ma non hanno ancora una direzione personale.

Ancora una volta, è un’informazione preziosa.

Un portfolio ben costruito non serve soltanto a mostrare ciò che sappiamo fare.

Serve anche a capire dove dobbiamo ancora crescere.


Non costruire il portfolio pensando ai “like”

Quando lavoriamo online, è facile cadere in una trappola.

Una fotografia riceve molte reazioni e quindi decidiamo che deve necessariamente essere una delle nostre immagini migliori.

Ma popolarità e valore fotografico non coincidono sempre.

Una fotografia può funzionare molto bene sui social perché è immediata, spettacolare o facilmente comprensibile.

Un’altra può essere più silenziosa e ricevere meno reazioni, pur rappresentando molto meglio il nostro modo di fotografare.

Il portfolio dovrebbe rispondere a una domanda diversa:

“Queste fotografie rappresentano davvero il lavoro che voglio mostrare?”

Non:

“Quali sono quelle che hanno ricevuto più like?”

I dati possono essere interessanti.

Non dovrebbero però sostituire la nostra capacità di scelta.


Un portfolio deve anche far capire dove vogliamo andare

C’è un’altra funzione importante del portfolio.

Non deve raccontare soltanto dove siamo arrivati.

Può anche suggerire dove vogliamo andare.

Se stiamo iniziando a dedicarci seriamente alla fotografia di danza, per esempio, possiamo costruire una selezione coerente che dimostri questa direzione.

Non dobbiamo aspettare di essere considerati “esperti” prima di mostrarla.

Il portfolio può diventare uno strumento per dichiarare una direzione professionale e creativa.

In questo senso, costruire un portfolio significa anche prendere una decisione sul futuro.

Stiamo dicendo:

“Questo è il tipo di fotografo che voglio essere.”


Il portfolio come specchio

Forse la caratteristica più interessante di un portfolio è proprio questa.

Quando lo costruiamo bene, ci costringe a guardarci.

Ci obbliga a mettere insieme fotografie realizzate in momenti diversi e a cercare un filo comune.

Ci fa vedere quali immagini continuano a interessarci e quali invece appartengono ormai al passato.

Ci mostra le nostre forze.

Ma anche le nostre lacune.

E può far emergere qualcosa che non avevamo ancora capito: magari non siamo attratti da un determinato genere quanto pensavamo, oppure scopriamo che alcune fotografie apparentemente diverse hanno tutte la stessa sensibilità.

È in questo modo che il portfolio può diventare uno strumento di crescita.

Non è soltanto una vetrina.

È uno specchio.


Un esercizio pratico: costruire il primo portfolio

Proviamo ora a farlo davvero.

Non serve avere centinaia di fotografie professionali.

Prendiamo una selezione abbastanza ampia delle nostre immagini migliori, anche di generi diversi.

Poi osserviamole senza pensare al loro valore affettivo.

Creiamo una prima selezione.

Successivamente chiediamoci:

Quali fotografie rappresentano davvero il mio modo di fotografare?

Riduciamo ancora.

Poi osserviamo le immagini rimaste tutte insieme.

Non una alla volta.

Insieme.

C’è una direzione?

Ci sono fotografie che sembrano appartenere a un altro fotografo?

Ci sono immagini molto simili?

Manca qualcosa?

Quale fotografia potrebbe aprire il portfolio?

Quale potrebbe chiuderlo?

E soprattutto:

Se una persona vedesse soltanto queste fotografie, che idea si farebbe di me?

Questa ultima domanda è forse la più importante di tutta la lezione.


Non cercare di sembrare un fotografo diverso

Quando osserviamo portfolio di fotografi molto bravi, è facile lasciarsi influenzare.

Vediamo una determinata post-produzione.

Un certo modo di impaginare.

Una particolare palette cromatica.

Un tipo di fotografia molto riconoscibile.

E potremmo essere tentati di costruire il nostro portfolio seguendo quella direzione.

Studiare gli altri è utile.

Imitarli senza accorgercene lo è molto meno.

Il portfolio dovrebbe aiutarci a trovare una nostra voce.

Non deve dimostrare che conosciamo le tendenze del momento.

Deve far emergere ciò che ci distingue.

Anche se quella voce è ancora in costruzione.


La semplicità spesso funziona meglio

Un portfolio efficace non ha bisogno di essere complicato.

Poche sezioni.

Una navigazione chiara.

Fotografie grandi e ben presentate.

Testi essenziali.

Informazioni facilmente raggiungibili.

Un contatto evidente.

E soprattutto una selezione curata.

Il visitatore non dovrebbe chiedersi come funziona il portfolio.

Dovrebbe semplicemente guardare le fotografie.

Quando la struttura scompare e rimane soltanto il lavoro, abbiamo probabilmente fatto un buon lavoro di progettazione.


E se abbiamo fotografie di generi diversi?

Non è necessariamente un problema.

Anzi, può essere una caratteristica interessante.

L’importante è capire se esiste un filo conduttore.

Un fotografo può occuparsi di sport, danza, architettura e reportage e avere comunque una forte identità.

Forse il filo conduttore è il movimento.

Oppure la ricerca della luce.

Oppure il rapporto tra persone e spazio.

Oppure una particolare attenzione alla geometria.

Se invece non esiste ancora un collegamento evidente, possiamo organizzare il lavoro in progetti separati.

Il tempo ci dirà se emergerà una direzione comune.

Non dobbiamo forzarla.


Il portfolio non è mai definitivamente finito

Questa è forse la cosa più importante da ricordare.

Non esiste un portfolio definitivo.

Esiste il portfolio che rappresenta il nostro lavoro in questo momento.

Tra un anno potrebbe essere diverso.

Tra cinque anni potrebbe essere completamente diverso.

E va bene così.

Un fotografo che cresce dovrebbe vedere cambiare anche il proprio portfolio.

Se dopo molti anni è esattamente identico, forse vale la pena chiedersi se stiamo ancora mettendo in discussione il nostro modo di fotografare.

Il portfolio è quindi un documento vivo.

Cambia insieme a noi.


Conclusione

Costruire un portfolio efficace significa imparare a scegliere.

Scegliere le fotografie.

Scegliere quelle che rappresentano davvero il nostro lavoro.

Scegliere quelle che raccontano qualcosa.

Scegliere quelle che, messe insieme, costruiscono un’identità.

Ma soprattutto significa imparare a rinunciare.

A fotografie che amiamo.

A immagini che hanno una storia importante per noi.

A fotografie tecnicamente riuscite ma fuori contesto.

A tutto ciò che non contribuisce al racconto complessivo.

Perché un portfolio non deve dimostrare quante fotografie abbiamo realizzato.

Deve dimostrare quanto sappiamo vedere, scegliere e raccontare.

E forse è proprio questo il passaggio più importante della crescita fotografica.

All’inizio accumuliamo immagini.

Poi impariamo a selezionarle.

Successivamente impariamo a metterle in relazione.

E, quando iniziamo a capire quali fotografie ci rappresentano davvero, il portfolio smette di essere una semplice raccolta.

Diventa una dichiarazione.

Una maniera silenziosa di dire:

“Questo è il mio modo di guardare il mondo.”

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