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Lezione 79 – Creare un progetto fotografico

Lezione 79 – Creare un progetto fotografico

Lezione 79 – Creare un progetto fotografico

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C’è un momento, nel percorso di un fotografo, in cui fotografare immagini singole comincia a non essere più sufficiente.

Non perché una fotografia debba necessariamente diventare parte di qualcosa di più grande. Una singola immagine può essere completa, intensa e significativa anche da sola.

Ma arriva un momento in cui potremmo sentire il bisogno di raccontare qualcosa che una sola fotografia non riesce a contenere.

Un luogo.

Una persona.

Una storia.

Un’attività.

Un cambiamento.

Un ricordo.

Una domanda.

È in quel momento che nasce l’idea di un progetto fotografico.

Creare un progetto non significa semplicemente raccogliere fotografie che hanno qualcosa in comune. Significa partire da un’idea e costruire, attraverso le immagini, un racconto che abbia una direzione.

È un passaggio importante perché ci obbliga a fotografare in modo diverso.

Non dobbiamo più chiederci soltanto:

“Questa è una buona fotografia?”

Dobbiamo iniziare a chiederci:

“Questa fotografia serve al progetto?”

Ed è una domanda molto più difficile.


Una fotografia può essere bella. Un progetto deve avere qualcosa da dire.

Immaginiamo di avere cinquanta fotografie molto belle di Roma.

Alcune sono panorami, altre dettagli architettonici, altre ancora persone per strada, tramonti, monumenti e scorci particolari.

Possiamo creare una galleria con tutte queste immagini e chiamarla “Roma”.

Ma abbiamo davvero creato un progetto fotografico?

Non necessariamente.

Abbiamo creato una raccolta.

Un progetto nasce quando dietro alle immagini esiste un’idea che le mette in relazione.

Potremmo decidere di raccontare Roma attraverso le persone che la abitano.

Oppure attraverso i suoi margini.

Oppure attraverso le tracce del tempo sugli edifici.

Oppure attraverso il rapporto tra antico e contemporaneo.

Oppure attraverso le persone che lavorano di notte mentre la città dorme.

La città è la stessa.

Quello che cambia è la domanda che poniamo alla realtà.

Ed è proprio da una domanda che spesso nasce un buon progetto fotografico.


Da dove nasce un progetto?

Non esiste un unico modo per iniziare.

A volte il progetto nasce da un’idea precisa che abbiamo già da tempo.

Altre volte nasce da qualcosa che abbiamo fotografato quasi per caso.

Potremmo accorgerci, guardando il nostro archivio, di avere molte fotografie che parlano involontariamente dello stesso tema.

Potremmo scoprire che continuiamo a fotografare persone sole.

Oppure finestre.

Oppure dettagli urbani.

Oppure anziani.

Oppure atleti durante i momenti di attesa.

Quella ripetizione può essere casuale, ma potrebbe anche rivelare un interesse più profondo.

Vale la pena fermarsi e chiedersi:

“Perché continuo a fotografare questa cosa?”

La risposta potrebbe diventare l’inizio di un progetto.


Un progetto parte da un’idea, non dalla macchina fotografica

Quando immaginiamo un progetto fotografico, la prima cosa che spesso pensiamo di dover fare è prendere la macchina fotografica e uscire.

In realtà sarebbe meglio iniziare prima.

Con un foglio.

Con un taccuino.

Con una nota sul telefono.

Scriviamo semplicemente l’idea.

Non deve essere perfetta.

Anzi, probabilmente all’inizio sarà incompleta.

Possiamo scrivere:

“Vorrei raccontare il quartiere in cui vivo.”

“Vorrei fotografare le persone che lavorano mentre tutti dormono.”

“Vorrei raccontare il rapporto tra mio padre e il suo vecchio mestiere.”

“Vorrei fotografare il modo in cui la danza cambia il corpo.”

“Vorrei documentare la trasformazione di un luogo.”

Poi iniziamo a fare domande.

Che cosa voglio raccontare davvero?

Perché mi interessa?

Chi sono le persone coinvolte?

Qual è il periodo necessario?

Dove devo fotografare?

Quali situazioni devo cercare?

Più l’idea prende forma, più sarà facile capire quali fotografie servono.


Il tema e il punto di vista non sono la stessa cosa

Questa distinzione è fondamentale.

Il tema potrebbe essere:

“La vita di un mercato rionale.”

Ma questo non dice ancora come vogliamo raccontarlo.

Potremmo fotografare i venditori.

I clienti.

I prodotti.

L’apertura delle bancarelle.

La chiusura.

I momenti di pausa.

I dettagli.

Gli spazi vuoti alla fine della giornata.

Potremmo realizzare un reportage molto documentario.

Oppure un lavoro più astratto basato su colori, forme e gesti.

Il tema è il territorio nel quale ci muoviamo.

Il punto di vista è il modo in cui scegliamo di attraversarlo.

Ed è proprio il punto di vista a rendere personale un progetto.


La domanda centrale

Un buon esercizio consiste nel provare a riassumere il progetto in una domanda.

Non:

“Voglio fotografare il mercato.”

Ma:

“Che cosa voglio capire del mercato attraverso la fotografia?”

Non:

“Voglio fotografare gli anziani.”

Ma:

“Come cambia il rapporto con la città quando si invecchia?”

Non:

“Voglio fotografare la danza.”

Ma:

“Che cosa raccontano i corpi dei ballerini al di là dello spettacolo?”

Non sempre troveremo subito una risposta.

E non è necessario.

La domanda può accompagnarci durante tutto il progetto.

Anzi, può cambiare.

Possiamo iniziare con una domanda e arrivare alla fine con una risposta completamente diversa.

Anche questo fa parte del processo creativo.


Un progetto non deve essere enorme

Quando sentiamo parlare di “progetto fotografico”, potremmo immaginare qualcosa di molto impegnativo.

Un lavoro che dura anni.

Centinaia di fotografie.

Viaggi.

Interviste.

Pubblicazioni.

Mostre.

Non è necessario.

Un progetto può durare una giornata.

Una settimana.

Un mese.

Un’intera stagione.

Oppure diversi anni.

La durata deve essere determinata da ciò che vogliamo raccontare.

Se vogliamo raccontare una giornata in una stazione ferroviaria, potrebbe essere sufficiente una sola giornata.

Se vogliamo documentare la crescita di un bambino, il progetto potrebbe accompagnarci per molti anni.

Non è la durata a determinare il valore del progetto.

È la sua capacità di sviluppare un’idea.


Anche cinque fotografie possono essere un progetto

Non esiste un numero magico di immagini.

Un progetto può avere cinque fotografie molto forti.

Oppure cinquanta.

Oppure centocinquanta.

Dipende dal racconto.

Anzi, obbligarci a trovare un numero prestabilito può essere controproducente.

Meglio chiedersi:

“Quante fotografie servono davvero per raccontare questa storia?”

Se la risposta è otto, saranno otto.

Se ne servono trenta, saranno trenta.

La quantità non deve diventare un obiettivo.

Una serie breve e coerente può avere molta più forza di una raccolta enorme in cui il racconto si perde.


La ricerca viene prima dello scatto

Un progetto fotografico richiede spesso una fase che nella fotografia individuale può essere trascurata: la ricerca.

Prima di fotografare possiamo cercare informazioni.

Leggere.

Osservare fotografie realizzate da altri.

Visitare i luoghi.

Parlare con le persone coinvolte.

Capire la storia del soggetto.

Prendere appunti.

Fare sopralluoghi.

Tutto questo non significa trasformare la fotografia in un lavoro accademico.

Significa arrivare davanti al soggetto con maggiore consapevolezza.

Più conosciamo ciò che vogliamo raccontare, più saremo in grado di riconoscere le situazioni importanti quando si presenteranno.


Il sopralluogo può cambiare il progetto

Andare fisicamente sul luogo prima di iniziare a fotografare può essere molto utile.

Possiamo capire come cambia la luce.

Quali sono i punti di accesso.

Quali persone incontreremo.

Quali sono gli spazi interessanti.

Quali difficoltà potremmo incontrare.

Possiamo anche accorgerci che la nostra idea iniziale non funziona come immaginavamo.

E questo è un ottimo risultato.

Meglio scoprirlo prima di realizzare cinquanta fotografie.

A volte un sopralluogo non ci dà la fotografia che cercavamo.

Ci dà qualcosa di più importante:

una nuova domanda.


Fotografare un progetto significa tornare

Una delle differenze più importanti rispetto alla fotografia occasionale è la necessità di tornare.

Se stiamo lavorando su un progetto, raramente la prima sessione sarà sufficiente.

Torniamo nello stesso luogo.

Rivediamo le stesse persone.

Osserviamo situazioni diverse.

Aspettiamo condizioni di luce differenti.

Cerchiamo ciò che manca.

Questa ripetizione permette di andare oltre la superficie.

La prima volta osserviamo.

La seconda iniziamo a riconoscere.

La terza possiamo cominciare a vedere ciò che prima non avevamo notato.

È spesso in questo passaggio che un progetto comincia davvero a prendere forma.


Il rapporto con le persone

Quando il progetto coinvolge persone, la questione diventa ancora più delicata.

Non stiamo semplicemente fotografando un soggetto.

Stiamo entrando, in qualche misura, nella sua vita.

La fiducia diventa importante.

A volte è necessario spiegare cosa stiamo facendo.

Raccontare il progetto.

Chiedere il permesso quando necessario.

Rispettare un rifiuto.

Capire quando è il momento di fotografare e quando invece è meglio abbassare la macchina.

Il rapporto umano può diventare parte integrante del progetto.

In alcuni casi la fotografia migliore arriva proprio dopo che abbiamo smesso di essere estranei.


Non tutto deve essere spettacolare

Uno dei rischi quando si costruisce un progetto è cercare continuamente immagini straordinarie.

Ogni fotografia deve essere spettacolare.

Ogni scena deve avere una luce perfetta.

Ogni momento deve essere memorabile.

Ma un racconto reale non funziona necessariamente così.

In una storia servono anche momenti di pausa.

Un dettaglio.

Una stanza vuota.

Una strada.

Una mano.

Un oggetto.

Un momento di attesa.

Un’immagine apparentemente semplice può avere un ruolo fondamentale se permette al racconto di respirare.

La domanda non è:

“Questa fotografia è spettacolare?”

Ma:

“Questa fotografia è necessaria?”


Le fotografie di contesto

In un progetto narrativo possono essere molto importanti le fotografie che spiegano dove siamo.

Una persona può essere il protagonista, ma un’immagine più ampia può mostrarci l’ambiente in cui vive.

Un dettaglio può raccontare una parte della storia, mentre una fotografia generale ci aiuta a comprenderne il contesto.

Per questo, quando lavoriamo a un progetto, è utile alternare immagini diverse.

Fotografie ampie.

Ritratti.

Dettagli.

Momenti di azione.

Momenti di pausa.

Elementi che collegano le diverse parti del racconto.

Non dobbiamo costruire una formula rigida, ma pensare al progetto come a una sequenza cinematografica.


La fotografia di dettaglio

I dettagli hanno un ruolo particolare.

Possono raccontare ciò che una fotografia generale non riesce a mostrare.

Un paio di scarpe consumate.

Una mano.

Un oggetto sul tavolo.

Una parete.

Una fotografia appesa.

Un attrezzo.

Un segno sul corpo.

Un dettaglio può diventare una sorta di indizio.

Non racconta necessariamente tutta la storia.

Suggerisce.

E spesso è proprio questa capacità di suggerire a renderlo interessante.


La sequenza trasforma le fotografie

Una fotografia può avere un significato.

Due fotografie affiancate possono crearne un altro.

Tre fotografie possono iniziare a costruire una frase.

È per questo che la sequenza è così importante.

Immaginiamo una fotografia di una ballerina che si prepara.

Poi una fotografia del movimento.

Poi un dettaglio delle scarpe.

Poi una pausa.

Poi il palco vuoto.

Singolarmente sono fotografie diverse.

Insieme possono raccontare una storia.

Il significato non è soltanto dentro ogni immagine.

È anche nel rapporto tra le immagini.


Non tutte le fotografie devono spiegare

Una sequenza efficace non deve necessariamente essere didascalica.

Possiamo lasciare spazio all’interpretazione.

Possiamo creare collegamenti visivi.

Una forma che ritorna.

Un colore.

Un gesto.

Una direzione dello sguardo.

Un elemento che compare più volte.

Questi richiami creano una continuità che il pubblico percepisce anche senza essere consapevole del meccanismo.

È uno dei modi più interessanti per costruire un linguaggio fotografico personale.


La selezione comincia già durante il progetto

Anche se alla fine faremo una selezione, non significa che dobbiamo fotografare tutto indiscriminatamente.

Durante il progetto possiamo iniziare a osservare ciò che funziona.

Dopo una sessione possiamo riguardare le immagini e chiederci:

Cosa manca?

Cosa sto ripetendo troppo?

Quale direzione sembra più interessante?

Quali immagini stanno iniziando a creare un racconto?

Questa revisione intermedia è molto utile perché permette al progetto di evolversi.

Potremmo accorgerci che avevamo immaginato un lavoro principalmente sull’architettura e che, invece, le persone stanno diventando la parte più interessante.

A quel punto possiamo seguire quella direzione.


Il progetto può cambiare

Un progetto fotografico non è un contratto.

Non dobbiamo rispettare rigidamente l’idea con cui siamo partiti.

La realtà può sorprenderci.

Può portarci altrove.

Può farci scoprire qualcosa che non avevamo previsto.

Anzi, spesso i progetti più interessanti nascono proprio quando il fotografo permette alla realtà di mettere in discussione l’idea iniziale.

L’importante è accorgersene.

Se il progetto cambia, possiamo cambiare anche noi.

Possiamo modificare il titolo.

La domanda.

Il metodo.

La durata.

Il numero di fotografie.

Non è incoerenza.

È ricerca.


Quando un progetto è finito?

Questa è una delle domande più difficili.

Non esiste sempre una risposta precisa.

A volte il progetto finisce quando abbiamo raggiunto la risposta alla domanda iniziale.

Altre volte quando non abbiamo più nulla da aggiungere.

In altri casi finisce quando ci accorgiamo che stiamo semplicemente ripetendo fotografie già realizzate.

Una buona indicazione può essere questa:

quando le nuove fotografie non aggiungono più significato, forse è arrivato il momento di fermarsi.

Non significa che non possiamo continuare a fotografare quel soggetto.

Significa che il progetto, così come lo avevamo concepito, potrebbe essere arrivato alla sua conclusione.


Il titolo conta più di quanto sembri

Dare un titolo a un progetto non è un dettaglio secondario.

Il titolo può essere descrittivo.

“Una giornata al mercato.”

Ma può anche essere evocativo.

“Prima dell’alba.”

“Le stanze del silenzio.”

“Fuori stagione.”

“Dove passa il tempo.”

Un buon titolo non deve necessariamente spiegare tutto.

Può aprire una porta.

Può suggerire una lettura.

Può creare una relazione con le immagini.

Anche qui, però, non dobbiamo forzare.

Se il progetto richiede chiarezza, un titolo semplice può essere la scelta migliore.


Un progetto può diventare un libro, una mostra, una pubblicazione

Una volta concluso, il progetto può assumere molte forme.

Può diventare una galleria sul nostro sito.

Un articolo.

Un fotolibro.

Una mostra.

Una presentazione.

Una pubblicazione sui social.

Un portfolio dedicato.

Oppure può rimanere semplicemente un lavoro personale.

Non tutti i progetti devono essere pubblicati.

Alcuni nascono per aiutarci a comprendere qualcosa.

E anche questo è un risultato pienamente valido.

La fotografia non deve sempre diventare contenuto.

A volte può semplicemente diventare esperienza.


Un progetto personale può essere più importante di un lavoro commissionato

La fotografia professionale spesso nasce da una richiesta esterna.

Un cliente ci dice cosa vuole.

Un evento ha una data.

Una società ha bisogno di immagini.

Una rivista commissiona un servizio.

Il progetto personale è diverso.

Siamo noi a decidere il tema.

Noi scegliamo la direzione.

Noi decidiamo quando iniziare.

Noi possiamo cambiare idea.

Questa libertà può essere molto importante per la crescita.

Un progetto personale permette di sperimentare senza avere necessariamente l’obiettivo di soddisfare un cliente.

E può diventare il luogo in cui sviluppiamo idee che, successivamente, entreranno anche nel nostro lavoro professionale.


Il progetto come laboratorio

Potremmo considerare il progetto fotografico come un laboratorio.

È il luogo in cui proviamo.

Sbagliamo.

Cambiamo.

Ripetiamo.

Osserviamo.

Selezioniamo.

Eliminiamo.

Ricomponiamo.

Non dobbiamo aspettare di avere già uno stile perfettamente definito per iniziare.

Lo stile può emergere proprio attraverso il lavoro.

Più affrontiamo progetti diversi, più impariamo a capire quali temi ci interessano davvero e quali modalità di racconto ci appartengono.


Un esercizio: costruire un piccolo progetto in sette giorni

Proviamo ora a fare qualcosa di concreto.

Scegliamo un tema vicino a noi.

Non serve cercare qualcosa di straordinario.

Può essere:

il nostro quartiere;

un mercato;

un parco;

una palestra;

una stazione;

un’attività familiare;

un luogo che frequentiamo abitualmente.

Scriviamo una domanda.

Poi, per sette giorni, realizziamo fotografie cercando di rispondere a quella domanda.

Non dobbiamo necessariamente fotografare ogni giorno per ore.

Anche quindici o trenta minuti possono essere sufficienti.

Alla fine della settimana raccogliamo tutte le immagini.

Non scegliamo subito le fotografie migliori.

Prima guardiamole tutte.

Cerchiamo ricorrenze.

Temi.

Colori.

Gesti.

Situazioni.

Poi iniziamo a selezionare.

Alla fine proviamo a costruire una sequenza di dieci fotografie.

Non necessariamente le dieci più belle.

Le dieci che, insieme, raccontano meglio ciò che abbiamo osservato.


E poi scriviamo una frase

Quando abbiamo finito, proviamo a scrivere una sola frase.

“Questo progetto parla di…”

Se riusciamo a completarla con chiarezza, probabilmente abbiamo iniziato a capire il nostro lavoro.

Se invece ci vengono in mente dieci risposte diverse, non è necessariamente un problema.

Potrebbe significare che il progetto è ancora in fase di ricerca.

Oppure che contiene più direzioni e dobbiamo decidere quale seguire.

In entrambi i casi, abbiamo imparato qualcosa.


Il progetto ci insegna a fotografare diversamente

Forse il valore più importante di un progetto non è il risultato finale.

È ciò che succede al fotografo durante il percorso.

Impariamo ad aspettare.

A tornare.

A osservare.

A parlare con le persone.

A studiare un luogo.

A fotografare anche quando non succede nulla di spettacolare.

A selezionare.

A rinunciare.

A costruire una sequenza.

A capire cosa manca.

A riconoscere quando una fotografia è bella ma inutile.

E, soprattutto, impariamo che non dobbiamo sempre inseguire la fotografia.

A volte dobbiamo costruire le condizioni perché la fotografia possa accadere.


Il progetto come forma di consapevolezza

Quando lavoriamo a un progetto fotografico, lentamente smettiamo di fotografare soltanto ciò che troviamo.

Cominciamo a cercare.

E cercando iniziamo a vedere.

È un passaggio importante.

Perché la fotografia diventa progressivamente meno casuale.

Non significa che debba perdere spontaneità.

Significa che dietro alla spontaneità esiste una maggiore consapevolezza.

Sappiamo cosa ci interessa.

Sappiamo cosa stiamo cercando.

E, quando qualcosa di inatteso compare davanti a noi, siamo abbastanza preparati per riconoscerlo.


Conclusione

Creare un progetto fotografico significa dare una direzione alle proprie fotografie.

Significa partire da un’idea, trasformarla in una domanda, cercare, osservare, fotografare, tornare, cambiare, selezionare e infine costruire un racconto.

Non serve avere una grande idea.

Non serve viaggiare dall’altra parte del mondo.

Non serve produrre centinaia di fotografie.

Serve avere qualcosa che ci interessa abbastanza da volerlo osservare più a lungo.

Perché un progetto nasce quando smettiamo di accontentarci di fotografare ciò che ci capita davanti e iniziamo a cercare ciò che vogliamo comprendere.

E forse è proprio questo il passaggio che segna una nuova fase nella crescita di un fotografo.

Prima impariamo a usare la macchina.

Poi impariamo a vedere.

Successivamente impariamo a scegliere.

E ora impariamo a raccontare.

Il progetto fotografico è il luogo in cui tutte queste competenze possono finalmente incontrarsi.

Una fotografia può mostrare un istante.

Un progetto può raccontare un pensiero.

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