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Lezione 80 – Come trovare il proprio stile

Lezione 80 – Come trovare il proprio stile

Lezione 80 – Come trovare il proprio stile

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Prima o poi, nel percorso di un fotografo, arriva una domanda che sembra semplice ma che in realtà può diventare molto difficile:

“Qual è il mio stile?”

È una domanda che spesso arriva troppo presto.

Abbiamo magari imparato a controllare l’esposizione, conosciamo la profondità di campo, sappiamo gestire la luce, abbiamo studiato la composizione, iniziato a costruire un portfolio e magari realizzato anche qualche progetto personale. A quel punto vorremmo che tutte le nostre fotografie avessero qualcosa di immediatamente riconoscibile.

Vorremmo che qualcuno vedesse un’immagine e dicesse:

“Questa fotografia è sua.”

È un desiderio comprensibile.

Ma lo stile fotografico non è qualcosa che si può scegliere da un menu. Non è un filtro da applicare alle fotografie e non è nemmeno una tecnica particolare che, una volta imparata, ci rende immediatamente riconoscibili.

Lo stile nasce lentamente.

Nasce da ciò che fotografiamo, da come osserviamo, dalle scelte che ripetiamo, dalle esperienze che facciamo, dagli errori, dalle immagini che continuiamo a cercare e persino da quelle che decidiamo di non realizzare.

In altre parole, lo stile non si inventa. Si costruisce.

E spesso, ancora più precisamente, si scopre.


Che cosa intendiamo davvero quando parliamo di stile?

Quando diciamo che un fotografo ha uno stile riconoscibile, possiamo riferirci a molte cose diverse.

Potrebbe essere il modo in cui utilizza la luce.

Il trattamento del colore.

Il tipo di composizione.

La scelta delle focali.

Il rapporto tra soggetto e ambiente.

Il modo di fotografare le persone.

La distanza dai soggetti.

Il tipo di momenti che sceglie.

Il ritmo delle sue immagini.

Il modo in cui racconta una storia.

Ma potrebbe essere anche qualcosa di più difficile da definire.

Una certa sensibilità.

Un modo particolare di osservare.

Una predilezione per determinate atmosfere.

Un interesse ricorrente verso alcuni temi.

Per questo non dobbiamo cercare lo stile soltanto nella tecnica.

Due fotografi possono utilizzare la stessa macchina fotografica, lo stesso obiettivo, la stessa luce e persino lo stesso luogo, producendo fotografie completamente diverse.

La differenza può essere semplicemente nel modo in cui guardano.


Lo stile non è una firma

È facile confondere lo stile con alcuni elementi visivi immediatamente riconoscibili.

Una determinata tonalità di colore.

Una particolare conversione in bianco e nero.

Un certo tipo di sfocato.

Un contrasto molto forte.

Una post-produzione caratteristica.

Sono elementi che possono contribuire allo stile, ma da soli non lo costituiscono.

Se applichiamo lo stesso preset a tutte le nostre fotografie, non abbiamo necessariamente trovato il nostro stile.

Abbiamo semplicemente uniformato il trattamento delle immagini.

Lo stile è qualcosa di più profondo.

Immaginiamo di togliere completamente il colore dalle fotografie di un autore.

Se, nonostante questo, continuiamo a riconoscere il suo modo di fotografare, probabilmente siamo davanti a uno stile più maturo.

Perché lo stile non vive soltanto nei colori.

Vive nelle scelte.


Il rischio di cercare lo stile troppo presto

Quando iniziamo a interessarci seriamente alla fotografia, incontriamo inevitabilmente moltissimi fotografi.

Guardiamo i loro portfolio.

Seguiamo i loro profili.

Osserviamo le loro fotografie sui social.

Vediamo lavori straordinari.

Ed è naturale lasciarsi influenzare.

Un giorno ci piace la fotografia cinematografica.

Il giorno dopo scopriamo il bianco e nero.

Poi ci innamoriamo dei colori pastello.

Poi del contrasto forte.

Poi della street photography.

Poi del ritratto ambientato.

Questo processo è assolutamente normale.

Il problema nasce quando iniziamo a pensare di dover scegliere immediatamente una direzione definitiva.

Non è necessario.

Anzi, durante le prime fasi della crescita è molto utile sperimentare.

Provare generi diversi.

Utilizzare focali diverse.

Fotografare con luci differenti.

Cambiare approccio.

Persino imitare, con consapevolezza, alcune soluzioni che ci hanno colpito.

Stiamo imparando.

E per imparare dobbiamo attraversare strade diverse.


Copiare non significa necessariamente perdere la propria identità

C’è una fase del percorso in cui tutti, consapevolmente o meno, copiamo.

Vediamo una fotografia che ci piace e proviamo a capire come è stata realizzata.

Cerchiamo una luce simile.

Una composizione simile.

Un punto di vista simile.

È un modo naturale di imparare.

Il problema non è l’imitazione.

Il problema sarebbe rimanere per sempre nell’imitazione.

Una fotografia che nasce osservando il lavoro di qualcun altro può diventare un esercizio. Attraverso quell’esercizio impariamo una tecnica, una soluzione compositiva o un modo di utilizzare la luce.

Poi, con il tempo, quella conoscenza entra nel nostro bagaglio.

La utilizziamo in una situazione diversa.

La modifichiamo.

La mescoliamo con altre esperienze.

Ed è proprio da questa trasformazione che può nascere qualcosa di nostro.


Lo stile nasce dalla ripetizione delle scelte

Se osserviamo il nostro lavoro nel corso degli anni, potremmo scoprire che alcune decisioni ritornano continuamente.

Magari fotografiamo spesso con focali relativamente lunghe.

Oppure ci piace avvicinarci molto.

Forse cerchiamo sempre una luce laterale.

Forse siamo attratti dalle ombre.

Forse lasciamo molto spazio intorno alle persone.

Forse, al contrario, amiamo riempire completamente il fotogramma.

Forse fotografiamo quasi sempre persone in movimento.

Forse ci interessano maggiormente i momenti di pausa.

Queste ricorrenze sono importanti.

Non significa che dobbiamo trasformarle immediatamente in regole.

Ma ci stanno dicendo qualcosa.

Potrebbero essere gli elementi attraverso i quali il nostro stile sta lentamente prendendo forma.


Guardare il proprio archivio con occhi nuovi

Per capire in quale direzione stiamo andando, possiamo fare un esercizio molto semplice.

Apriamo il nostro archivio fotografico.

Non guardiamo soltanto le fotografie migliori.

Guardiamo fotografie realizzate in periodi diversi.

Viaggi.

Uscite casuali.

Servizi.

Progetti personali.

Esperimenti.

Fotografie che avevamo quasi dimenticato.

Poi scegliamo, senza pensarci troppo, una ventina di immagini che ci rappresentano particolarmente.

Non necessariamente le più belle.

Quelle che sentiamo più vicine al nostro modo di fotografare.

A questo punto mettiamole tutte insieme.

Non una alla volta.

Insieme.

E osserviamo.

Ci sono elementi che si ripetono?

Ci sono colori ricorrenti?

Un certo tipo di luce?

Un certo rapporto tra persone e ambiente?

Una particolare atmosfera?

Una predilezione per i dettagli?

Una determinata distanza dal soggetto?

Potremmo trovare qualcosa che non avevamo mai notato.


Lo stile può essere nascosto nelle fotografie che scegliamo

Anche la selezione è una forma di stile.

Immaginiamo di avere cento fotografie e di doverne scegliere soltanto dieci.

Le dieci fotografie che scegliamo raccontano qualcosa di noi.

Forse siamo attratti dalle immagini più silenziose.

Oppure da quelle più dinamiche.

Forse preferiamo fotografie narrative.

Oppure immagini estremamente semplici.

La selezione rivela ciò che consideriamo importante.

Per questo il lavoro fatto nella lezione precedente sul portfolio è strettamente collegato a questa ricerca.

Quando impariamo a selezionare, iniziamo anche a capire meglio che tipo di fotografo siamo.


Il genere fotografico non è lo stile

Un’altra distinzione importante riguarda il genere.

Dire:

“Il mio stile è la fotografia sportiva”

non descrive realmente uno stile.

Descrive un genere.

All’interno della fotografia sportiva possono esistere centinaia di approcci differenti.

Possiamo fotografare l’azione in modo estremamente dinamico.

Possiamo concentrarci sui ritratti degli atleti.

Possiamo raccontare il rapporto tra sport e pubblico.

Possiamo lavorare sui dettagli.

Possiamo creare immagini grafiche.

Possiamo raccontare soprattutto ciò che accade fuori dalla competizione.

Il genere dice che cosa fotografiamo.

Lo stile riguarda molto di più come scegliamo di fotografarlo.


Possiamo avere più di uno stile?

La domanda è interessante.

Un fotografo che realizza fotografia sportiva, architettura, danza e reportage dovrebbe avere necessariamente lo stesso stile in tutto?

Non necessariamente.

Possiamo avere approcci differenti a seconda del progetto.

Ma è probabile che, osservando attentamente il nostro lavoro, emergano comunque alcune costanti.

Forse una particolare attenzione alla luce.

Una certa sensibilità per la geometria.

Una predilezione per il movimento.

Una determinata distanza dalle persone.

Un modo particolare di utilizzare il colore.

Questi elementi possono attraversare generi differenti.

Ed è proprio lì che possiamo iniziare a riconoscere una vera identità.


Non dobbiamo essere riconoscibili a tutti i costi

Questo è un punto importante.

A volte la ricerca dello stile diventa una preoccupazione eccessiva.

Cominciamo a chiederci:

“Questa fotografia sembra abbastanza mia?”

“È abbastanza riconoscibile?”

“Dovrei usare sempre gli stessi colori?”

“Dovrei fotografare sempre nello stesso modo?”

E rischiamo di trasformare la nostra fotografia in una formula.

Ma se ogni fotografia deve rispettare lo stesso stile, la libertà creativa diminuisce.

Uno stile forte non significa necessariamente ripetizione.

Può significare coerenza senza rigidità.

Possiamo cambiare.

Possiamo sperimentare.

Possiamo anche sorprenderci.

L’importante è che le scelte siano nostre.


Lo stile non nasce dalla perfezione

Un altro equivoco consiste nel pensare che lo stile sia il risultato di una tecnica impeccabile.

Non è così.

Una fotografia può essere tecnicamente perfetta e non avere alcuna personalità.

Al contrario, un’immagine leggermente imperfetta può avere una forza straordinaria.

Una piccola sovraesposizione.

Un mosso.

Un’inquadratura non convenzionale.

Una grana evidente.

Un contrasto particolare.

Se queste caratteristiche fanno parte della scelta espressiva, possono diventare elementi del linguaggio.

Naturalmente questo non significa giustificare qualsiasi errore dicendo che è “stile”.

La differenza sta nell’intenzione.

Un’imperfezione casuale rimane un errore.

Un’imperfezione scelta consapevolmente può diventare una decisione creativa.


Lo stile cresce anche attraverso i limiti

Può sembrare strano, ma lavorare con alcuni limiti può aiutare moltissimo.

Proviamo, per esempio, a uscire per una settimana utilizzando una sola focale.

Oppure scegliamo soltanto il bianco e nero.

Oppure fotografiamo soltanto durante un determinato momento della giornata.

Oppure decidiamo di non utilizzare il flash.

Oppure lavoriamo esclusivamente con la luce naturale.

Questi limiti ci obbligano a trovare soluzioni.

E le soluzioni ripetute possono far emergere preferenze che non conoscevamo.

Potremmo scoprire che una determinata focale ci permette di lavorare nel modo che preferiamo.

Oppure che il bianco e nero ci costringe a concentrarci maggiormente sulle forme.

Il limite diventa quindi un laboratorio.


Il ruolo della post-produzione

La post-produzione può contribuire in modo significativo allo stile.

Il modo in cui sviluppiamo un RAW, gestiamo il contrasto, controlliamo le alte luci, lavoriamo sui colori o utilizziamo il bianco e nero può diventare riconoscibile.

Ma anche in questo caso dobbiamo evitare una trappola.

Non dobbiamo cercare un effetto.

Dobbiamo cercare una coerenza con ciò che vogliamo raccontare.

Se amiamo atmosfere morbide e intime, potremmo sviluppare le immagini in una direzione coerente con quella sensazione.

Se cerchiamo energia e contrasto, potremmo scegliere un trattamento differente.

La post-produzione non dovrebbe essere un vestito che applichiamo a qualsiasi fotografia.

Dovrebbe essere una continuazione dello scatto.


Il colore può diventare una firma

Con il tempo potremmo sviluppare una particolare sensibilità cromatica.

Alcuni fotografi lavorano con colori molto saturi.

Altri preferiscono palette più contenute.

Altri ancora utilizzano quasi sempre tonalità calde o fredde.

Non è necessario scegliere consapevolmente una palette e applicarla a tutto.

Potrebbe emergere semplicemente dall’osservazione.

Guardando le nostre fotografie potremmo accorgerci che tendiamo a eliminare alcuni colori, oppure che ci piace mantenere determinate tonalità.

Anche questo può diventare parte della nostra identità.

Ma ancora una volta, non dobbiamo trasformarlo in una regola assoluta.


La luce è forse una delle firme più forti

Se osserviamo il lavoro di un fotografo che conosciamo bene, spesso possiamo riconoscerlo anche senza vedere il soggetto.

Il motivo può essere la luce.

Il modo in cui illumina i volti.

La profondità delle ombre.

Il rapporto tra luce e oscurità.

La scelta dell’orario.

L’utilizzo del controluce.

La qualità della luce artificiale.

Per questo studiare la luce non serve soltanto a ottenere fotografie tecnicamente migliori.

Serve anche a costruire un linguaggio.

Potremmo scoprire che ci sentiamo particolarmente a nostro agio con la luce morbida del mattino.

Oppure che amiamo i contrasti duri del sole di mezzogiorno.

Oppure che preferiamo lavorare quando la luce naturale è quasi scomparsa.

Non dobbiamo scegliere subito.

Dobbiamo osservare.


Anche ciò che non fotografiamo fa parte dello stile

Questa è una delle idee più interessanti.

Il nostro stile non emerge soltanto dalle fotografie che realizziamo.

Emergere anche da quelle che decidiamo di non realizzare.

Se davanti a una scena spettacolare scegliamo un dettaglio invece di una panoramica, quella è una scelta.

Se in una situazione affollata cerchiamo una persona isolata, quella è una scelta.

Se davanti a un volto perfetto preferiamo fotografare le mani, quella è una scelta.

Se davanti a un tramonto decidiamo di non fotografarlo perché non ci interessa, anche questo dice qualcosa di noi.

Lo stile nasce anche dalle rinunce.


Il gusto cambia e il fotografo cambia con lui

Non dobbiamo avere paura di cambiare.

Le fotografie che oggi consideriamo straordinarie potrebbero non interessarci più tra cinque anni.

Un genere che oggi amiamo potrebbe stancarci.

Una tecnica che abbiamo utilizzato per anni potrebbe non rappresentarci più.

Questo non significa aver perso il proprio stile.

Significa essere cresciuti.

Lo stile non è una prigione.

È una fotografia del punto in cui ci troviamo in quel momento.

E proprio come noi, può evolversi.


Non cercare lo stile nei social

I social possono essere una fonte enorme di ispirazione.

Ma possono anche creare molta confusione.

Vediamo migliaia di fotografie ogni giorno.

Alcune sono estremamente curate.

Altre seguono tendenze precise.

Alcune palette diventano improvvisamente molto popolari.

Alcuni generi sembrano essere ovunque.

Il rischio è iniziare a fotografare ciò che funziona sulla piattaforma invece di ciò che interessa davvero a noi.

Una fotografia può ricevere moltissimi consensi e non avere nulla a che vedere con la nostra ricerca.

Per questo è importante avere momenti in cui fotografiamo senza pensare alla pubblicazione.

Fotografiamo per capire.

Non per ottenere una reazione.


Lo stile nasce anche dalla curiosità

Un fotografo che vuole sviluppare una propria identità deve continuare a essere curioso.

Studiare altri fotografi.

Guardare cinema.

Visitare mostre.

Leggere libri.

Osservare pittura.

Ascoltare musica.

Viaggiare.

Camminare.

Parlare con le persone.

La fotografia non vive isolata.

Tutto ciò che osserviamo può entrare, consapevolmente o meno, nel nostro modo di costruire immagini.

Una composizione può essere influenzata dall’architettura.

Un ritmo fotografico può ricordare il montaggio cinematografico.

Un uso del colore può nascere dalla pittura.

Un’atmosfera può essere suggerita dalla musica.

Il nostro stile è anche il risultato di tutto ciò che assorbiamo.


Il progetto personale è uno dei modi migliori per trovare la propria voce

È difficile trovare uno stile se fotografiamo sempre e soltanto ciò che qualcun altro ci chiede.

Un progetto personale cambia completamente il rapporto con la fotografia.

Siamo noi a scegliere.

Noi decidiamo il tema.

Noi scegliamo il ritmo.

Noi decidiamo cosa mostrare.

Possiamo sbagliare.

Possiamo cambiare direzione.

Possiamo ricominciare.

E soprattutto possiamo fotografare qualcosa che ci interessa davvero.

Per questo i progetti personali sono così importanti nel percorso di un fotografo.

Non servono soltanto a creare immagini.

Servono a scoprire come vogliamo raccontare.


Il proprio stile non si trova pensando

Questo potrebbe sembrare un paradosso dopo tutto quello che abbiamo detto.

Ma è importante.

Possiamo passare mesi a chiederci quale sia il nostro stile.

Possiamo analizzare il nostro portfolio.

Possiamo studiare altri fotografi.

Possiamo scrivere liste.

Ma alla fine dobbiamo fotografare.

Lo stile nasce dall’esperienza.

Dalla ripetizione.

Dal confronto.

Dalla selezione.

Dalla pratica.

Non possiamo pensare il nostro stile prima di aver prodotto abbastanza fotografie da poter riconoscere delle costanti.

È un po’ come cercare la propria voce musicale senza mai cantare.

Prima dobbiamo usare la voce.

Poi possiamo ascoltarla.


Un esercizio: cento fotografie, una sola direzione

Proviamo a fare un esercizio piuttosto impegnativo.

Per un periodo di tempo stabilito, realizziamo cento fotografie senza preoccuparci di costruire immediatamente un progetto.

Possono essere immagini diverse.

L’importante è fotografare con attenzione.

Alla fine, lasciamo passare qualche giorno.

Poi osserviamo tutte le cento fotografie.

Scegliamone venti.

Poi dieci.

Poi cinque.

Infine osserviamo soltanto quelle cinque.

Che cosa hanno in comune?

Non cerchiamo necessariamente una risposta tecnica.

Cerchiamo una risposta personale.

Perché queste cinque immagini mi rappresentano più delle altre?

La risposta potrebbe essere il punto di partenza per comprendere la nostra direzione.


Un secondo esercizio: fotografare ciò che ci manca

Un altro esercizio molto interessante consiste nel guardare il nostro portfolio e individuare ciò che non c’è.

Se abbiamo moltissime fotografie di persone ma quasi nessuna immagine ambientale, potremmo provare a lavorare sul rapporto tra persona e spazio.

Se abbiamo fotografie molto colorate, potremmo sperimentare il bianco e nero.

Se fotografiamo sempre da lontano, possiamo provare ad avvicinarci.

Se utilizziamo sempre il teleobiettivo, possiamo lavorare con un grandangolare.

Non per cambiare stile artificialmente.

Ma per capire se il nostro stile attuale è una scelta oppure semplicemente un’abitudine.

È una differenza enorme.


Quando lo stile diventa una gabbia

Anche avere uno stile riconoscibile può diventare un problema.

Se un fotografo trova una formula che funziona, potrebbe essere tentato di ripeterla all’infinito.

Stessa luce.

Stesso colore.

Stessa composizione.

Stessa atmosfera.

All’inizio il risultato può essere molto coerente.

Poi può diventare prevedibile.

Uno stile sano deve lasciare spazio alla crescita.

Dobbiamo poterci sorprendere.

Dobbiamo poter realizzare una fotografia che non avevamo mai fatto prima.

Dobbiamo poter cambiare idea.

La riconoscibilità è importante.

Ma la curiosità lo è altrettanto.


Quando gli altri iniziano a riconoscere le nostre fotografie

C’è un momento molto interessante nel percorso.

Qualcuno guarda una fotografia senza vedere il nome dell’autore e dice:

“Questa sembra tua.”

Non è necessario che accada presto.

Non è nemmeno qualcosa che dobbiamo inseguire ossessivamente.

Ma quando succede, significa probabilmente che alcune delle nostre scelte stanno diventando abbastanza coerenti da essere riconoscibili.

Potrebbe essere la luce.

Il colore.

Il modo di comporre.

Il rapporto con i soggetti.

L’atmosfera.

O una combinazione di tutti questi elementi.

È un risultato che arriva quasi sempre dopo molta pratica.

Non prima.


Lo stile è una conseguenza, non un obiettivo

Forse possiamo riassumere tutto il discorso proprio così.

Non dobbiamo fotografare per avere uno stile.

Dobbiamo fotografare per raccontare qualcosa nel modo che sentiamo più naturale.

Se continuiamo a farlo abbastanza a lungo, alcune scelte inizieranno a ripetersi.

Quelle scelte diventeranno riconoscibili.

Quella riconoscibilità potrà diventare stile.

È una conseguenza.

Non un punto di partenza.


Esercizio finale: osserva la tua fotografia

Prendiamo dieci fotografie che consideriamo davvero nostre.

Non necessariamente le migliori.

Le più rappresentative.

Mettiamole una accanto all’altra.

Poi proviamo a completare queste frasi:

Mi accorgo che fotografo spesso…

Mi interessa particolarmente…

Nelle mie immagini ritorna spesso…

Tendo a evitare…

La luce che cerco più spesso è…

Mi piace fotografare le persone quando…

Quando fotografo un luogo, cerco…

Quello che vorrei raccontare meglio è…

Infine, completiamo una frase ancora più difficile:

“Vorrei che le mie fotografie facessero sentire…”

Non cerchiamo una risposta perfetta.

Cerchiamo una risposta sincera.

Potrebbe essere il primo vero passo verso una direzione personale.


Conclusione

Trovare il proprio stile non significa decidere quale fotografia fare per il resto della vita.

Significa imparare a riconoscere le proprie preferenze, le proprie ossessioni, le proprie sensibilità e il proprio modo di guardare.

Lo stile nasce lentamente.

Nasce dalle fotografie che realizziamo, ma anche da quelle che scartiamo.

Nasce dagli errori e dalle intuizioni.

Dalle influenze che assorbiamo e da quelle che, con il tempo, superiamo.

Nasce dai progetti personali, dalla ricerca, dalla curiosità e dalla voglia di continuare a sperimentare.

E soprattutto nasce quando smettiamo di chiederci:

“Come posso fotografare come quel fotografo?”

e iniziamo a chiederci:

“Che cosa vedo io?”

Questa è probabilmente la domanda più importante.

Perché alla fine lo stile non è ciò che rende una fotografia diversa dalle altre.

È ciò che rende una fotografia nostra.

E quando arriveremo al punto in cui non avremo più bisogno di cercare continuamente uno stile perché le nostre scelte inizieranno a essere naturali, coerenti e consapevoli, avremo fatto un passo importante.

Non avremo necessariamente trovato una risposta definitiva.

Avremo trovato qualcosa di molto più utile:

un modo personale di guardare.

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